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PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Cena

Giovanni Cena · Modernismo

La natura

italiano

Pan.

Anch'io cercai svèllermi da la stretta
delle cose e degli uomini, a la pace
formidabile, a l'aer freddo che tace
oltre il vento, oltre i ghiacci, oltre ogni vetta.

Piccola umana emozïon vivace,
cui la più torbid'anima è soggetta!
Sali, e arrancando dietro te s'affretta
qualche minuta realtà seguace.

Un murmure, un frullar d'ale improvviso,
un vagito, una lagrima, un sorriso;
ecco fuse le note fuggitive

nel ritmo del tuo cuore, che si sente
raggio nell'aria, goccia nel torrente,
linfa in arterie senza fine vive...

Tu lavorerai!

Agitavano il suol flore possenti,
fiere devastatrici e stragi immani.
Apparve l'uomo e con le nude mani
pazïente educò messi ed armenti.

Educò l'acque negli arati piani
e il fuoco animator di vita e i venti
sul mare; con le dita intelligenti
regge ora i freni delle forze immani.

Scruta i minimi, distruttori, e vuole
propizia a sè l'opera della morte.
Pur muore, ma inesausta è la sua prole.

E la terra rimuta senza tregua.
Perchè? Silenzio. Passa una coorte
nuova; fatica, interroga, dilegua.

La Ruota.

Ti trovò l'uom fra i sassi dei torrenti,
seco ti spinse nelle migrazioni;
e ancella nelle gelide stagioni,
tessevi lane, tritavi frumenti.

Ora la forza innumere alimenti
fra le sue sagge mani; arguta suoni
nelle sue case o procellosa tuoni
e al monte, al mare esseri strani avventi.

Esseri strani l'uomo crea, l'ignoto
a conquistargli, esseri onnipossenti,
nei quali tu, cuore perenne, vivi.

Tu che i minuti suoi misuri e inscrivi,
insiem col giro degli abissi ardenti,
intorno al centro dell'eterno moto.

Linguaggio.

Odi, Sigfrido, a te fluire i suoni
della foresta? Parlano gli uccelli.
Tutto vive e ti dà fraterni appelli.
Sparvero mostri e dèi, illusïoni.

L'uom rispondeva e in lui nuove unïoni
facean le voci. Udivano i fratelli,
ripetean la parola, che, in suggelli
incisa, venne a le generazioni.

Era un suono di vento ed è consenso
oggi d'umanità. Poche parole
l'anima nostra chiudono e l'immenso.

Occupano la terra, come vuole
l'uomo: e a rapire qualche nuovo senso
emigran oltre l'orbita del sole.

Musica.

Nascesti avvolto da le voci erranti
nelle frondi e su l'acque; e tra le gole
canore che opprimean talor gli schianti
del tuono, emerse il tuo cantico al sole;

e quando venner meno le parole,
i metalli squillarono: con quanti
strumenti il mondo giubila o si duole
moltiplicasti l'onda de' tuoi canti,

Uomo! Così ti levi, inno che domini
l'odio; che accordi la gioia e lo strazio
spiranti verso la serenità.

Così ti comporrai, coro degli uomini,
cantico della terra, e nello spazio
coro degli astri per l'eternità.

Aer.

Inesauribil spirito, che i baci
dei fiori accosti, e penetri le frondi
ed inazzurri l'etere e circondi
la terra e il mar di palpiti vivaci;

aër che invadi i sudanti toraci
e in desïosi cantici ti effondi;
che inerte su le bocche aride giaci
se l'impulso d'un cuor non ti secondi!...

Anche il libero ossigeno ai polmoni
dei fratelli usurpava il Violento
e corrompeva in tugurii e prigioni!

Finchè tu nol riduca uno strumento
di maggior vita, o Uomo, che componi
sul ritmo del tuo cuore ogni elemento.

O mare!

Nasceva in te la vita originale,
quando il cuor della terra alzava i monti;
poi scese a te col corso delle fonti
l'uomo che porta nelle vene il sale.

E un fusto cavo, indi animato d'ale,
grande si profilò su gli orizzonti,
e le stirpi degli uomini sui ponti
doni e morte mescean con vece uguale.

Quando su l'acque un novo mostro apparve,
di fuoco e ferro, e sotto l'energia
trista dell'uom tu soffri, o mare, o mare!

Ma un dì, scomparse queste cupe larve,
pulserai col cuor nostro in armonia,
anima irrefrenabile del mare!

Il padre.

Il vecchio siede a lato del portone
di fronte ai campi immensi e agli aratori.
Ligneo, curvato a terra, par che implori
mercè ch'è vivo ancora una stagione.

Non ebbe in ottant'anni che dolori,
nel timor del suo dio, del suo padrone:
onde pensando all'ultimo sermone
si reputa il più reo dei peccatori.

Ma spera... In gioventù qualche stravizio:
qualche facezia prima di sposare...
Poi venne la famiglia e la saggezza,

e la miseria. Ond'egli or accarezza
l'idea del Purgatorio. A peggio andare,
sarà finito il giorno del Giudizio!

Il figlio.

Ma il figlio intorno per la nebbia esplora:
scorge su quella l'ombra sua gigante:
questa era Dio. Poi guarda il ciel distante
ove nascono mondi ad ora ad ora.

L'universo ci ignora. Il fluttuante
mar dell'essere ci agita e divora,
minimi nell'immenso. Forse adora
la formica il calzare del passante?

Allora, mentre il padre trema e prega,
«Terra, almen tu sei mia!» pianta la stiva
nel suolo, e il frutto della vita afferra.

Alcuno in nome di quel Dio ci nega
quel ch'è di tutti? No, fratelli. E viva,
nostra comune eredità, la Terra!

Oro.

Oro, l'industrïoso uomo ti svelle
rilucente e sonoro di sotterra:
ti suggella e nel piccol pugno afferra
con te il valor del suo mondo ribelle.

E cercandosi l'energie sorelle,
tu sei l'anello per cui l'uom si serra
intorno al globo, irretica la terra
di sue radici e i rami alza a le stelle.

Questo sei? Fosti. Or, usurpato il regno
del pensier, del lavoro, dell'amore
e delle sante cose ond'eri segno,

contro te grida il sangue d'ogni cuore...
Altra bellezza, altro destin più degno
t'imprima il fuoco purificatore!

Occhi.

Occhi miei, da quel dì che il bel sembiante
che specchiaste a lo schiudervi, è dissolto,
e la natura vi scoprì il suo volto,
indi la donna vi sorrise amante,

quante fuggenti ombre di cose, quante
femminee rapid'ombre avete accolto!
Sovr'esse l'arte il suo potere ha svolto,
le fece umane, ed il mistero sante.

Ma un dì vi chiuderete, ciglia, porte
dell'umano spettacolo, e repente
la notte v'aprirà le sue grand'ale.

E allora, o visi che passate, quale
imagine su me china e dolente
custodirò nelle pupille morte?

L'asceta.

Tu che t'inchini già verso la zolla
per aver troppo riguardato i cieli,
e attonito a' tuoi simboli crudeli
scordi la vita che a tuoi piè rampolla,

levati e vivi! Guarda come aneli
la vita oppressa e in gurgiti ribolla
in fondo ai mari, e in folgori s'estolla
pur su le vette immobili di geli.

Oggi digiuno per gavazzar poi,
non sai ch'eterno è l'attimo felice
se lo riempia il ritmo del tuo cuore?

Ma tu non odi e muori, mentre noi
viviamo, consci che non ha radice
nella morte una vita ulterïore.

In piedi!

Quando l'uomo depose lo sgomento
e il mondo ornò di deità fraterne,
come bello moveva con le alterne
ginocchia, il capo verso il firmamento!

Ma tra quelle, una orrenda, ecco, ne scerne,
Javeh, l'ultimo Dio. Cadde col mento
nella polvere, e in quell'atteggiamento
l'effimero s'inflisse pene eterne.

Oh, risorga oggi su le membra belle
l'uomo ed esalti questa sua terrena
forma di vita che fomenta il sole,

e più alta la renda a la sua prole,
prima che anneghi nell'aria serena
ove sgorgano e spengonsi le stelle!

Bellezza femminea.

O rifiorente nelle primavere,
suprema tra le imagini terrene,
o voluttà dell'anime serene,
e rimpianto agli esausti dal piacere!

Il fascino dei sensi idea diviene
intorno a le tue linee sincere,
però che il ritmo che t'informa tiene
dell'armonia che domina le sfere.

Languor di stelle, chiarità di soli,
riso di mar, serenità di monti,
la bellezza del mondo ha per te senso.

Tu, datrice di vita, tu consoli
della vita, se tocchi su le fronti
che nel tuo cerchio sognano l'immenso!

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Autor
Giovanni Cena
Título
La natura
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-la-natura--giovanni-cena-007b73
Cita recomendada
Giovanni Cena, «La natura», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-la-natura--giovanni-cena-007b73.html

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