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Giovanni Cena · Modernismo

Il mistero

italiano

Nostalgia mistica.

Io sento una leggenda in cuor cantare,
una leggenda delle nonne pie:
organi v'accompagnan litanie;
brillano ceri intorno ad un altare.

Processïoni vanno per le vie
lungo i rosai tra le pinete e il mare:
cantano le campane e il cielo pare
un seno immenso pieno d'armonie.

Passa un bimbo che portano a battesimo.
Passa una croce, chinansi le fronti.
Passa Gesù portato ad un che muore...

Ma un nero mago è in mezzo a l'incantesimo.
Perdona, o sole! se quando tramonti
un pianto di campane canta in cuore...

Scienza.

Un ricordo. M'avevano insegnato
a temere la folgore. Nel campo
sterminato ero solo. Ed ecco, un lampo
guizza: lo segue un lugubre boato.

Fuggo, guardando ai gran' roveri; inciampo;
salto tra' solchi, tra' fossi, inzuppato
di pioggia. Ecco la strada, e infine a lato
i fili telegrafici, lo scampo!

Scampo? Il destino dentro i ragnateli
aerei s'impiglia sì che i teli
la morte scocca sui mortali a vuoto?

La scïenza così tesse i suoi veli
su noi. Guardiamo: il cielo è breve e noto...
Illusïon! Dietro è il Mistero immoto!

San Giovanni.

Io nella notte della terra e in fondo
a gli abissi dell'etere m'immersi,
il cielo ingombro con grand'ala apersi
lungi spingendo i limiti del mondo.

Le forme cui divine leggi infersi
del mio spirito penetro e circondo:
io nell'immensità punto errabondo
di me riempio gli esseri universi...

Povero capo mio, come di piombo,
grave, che affondi in un assiduo rombo
pieni gli occhi dell'ombra interïore.

Oh riposare sovra un saldo petto,
come, o Signore, un giorno il giovinetto
apostolo dormì sopra il tuo cuore!

Anima.

Larva di sogno? fiato? ombra? Dispare
fuor dalla spoglia, che si sfascia... Vive
libera forse in più felici rive?
esule, vaga intorno al vecchio lare?

Dissipata è la spoglia sua nel mare
del mutamento. Forse da sorgive
misterïose, in forme sensitive
immemore ad immemori compare?

Anima, dentro te piccola e chiusa
o con l'umanità, nell'avvenire
e nel passato, immensa anima effusa!

Eterna fosti. Or puoi, l'istante giunto,
sognando l'immortalità morire...
Dopo, che importa? Eterna fosti un punto.

In memoria di Furio De Amicis.

A Edmondo De Amicis

I.

L'adolescente un sogno avea nutrito
onde cercava in riva al fiume l'orme?
Sovra gli esuli pini e il Po che dorme
vaga come un rimpianto d'infinito.

Era il meriggio. Si destò, smarrito.
Guardò lontano le languenti forme,
la città, pigra dentro il sole enorme,
ed annuì come ad un noto invito.

Era come colui che ignaro move
nella notte fra sozzi ebbri digiuno,
e chiude gli occhi e di vegliar rifiuta.

«Ah non è qui la vita! Altrove, altrove!»
Laggiù, lontano, udì piangere alcuno?
E si rivolse verso l'ombra muta.

II.

L'albero si chinò sopra uno schianto
aperto nelle sue viscere stesse
quando i due rami giovinetti oppresse
il soffio della morte e un giacque infranto.

E attende, il padre. Con entrambi intanto
cammina: nei silenzî ode sommesse
voci. Nè guarda; come se temesse
fugare un'ombra che gli viene accanto.

E si desta al mattin con un singhiozzo
chiuso. Perchè? Non ritornò l'assente?
Pur scialbo è il sole e l'anima non paga.

Poi lo sorprende una tristezza vaga:
ed ei s'ascolta, come chi repente
sente il braccio doler che gli fu mozzo.

III.

Ignoro, amico, la parola buona!...
Da le cellule prime a le stormenti
foreste che moltiplicano i venti,
ove l'aria nei tronchi s'imprigiona;

da l'immobile vita che ai moventi
esseri fiato e nutrimento dona,
sino a quei che il ricordo fa persona
e la parola fa re dei viventi,

ecco la Terra svolgersi, a l'invito
del Sole; da le viscere del Tutto
traendo in cima ai rami il fiore umano...

Il fior matura, e dove il piccol grano
cada, non sa la Madre, che il suo frutto
disseminando va nell'Infinito!

Stupor sacro.

Formidabile a l'uom, Vita del mondo,
con le tue vaste passïoni incombi:
guizzi e scrosci coi nembi e dal profondo
cuor della terra, impazïente rombi.

E, Morte, tu, vasta e repente piombi
sopra un gregge d'efimeri errabondo:
ancor n'udiamo i colpi e l'ecatombi
copron già il suol, scendono al mare in fondo.

Qualcosa in noi rimuore a la fraterna
morte. Qualcosa è in me che già passò
la morte? Sopravvive e si rimembra.

Sopravvivrà? In quali umane membra
od ignota compagine, non so:
rivibrerà la mia sostanza eterna.

Le Ipotesi.

Poi che la terra i membri effusi e vani
raccolse e il mar cingeva gli emisferi,
ond'erompean al cielo i monti alteri
e si spandean l'alluvïoni ai piani,

o coscïenza della terra, ov'eri?
Il piccol uomo allor sognò titani;
s'erigevan sui culmini montani,
gonfiavan di lor collere i crateri.

Sognò gli dèi per debellarli, belle
stirpi e ristette, contemplando quelle
imagini di sè levate in guerra.

Sparvero, e l'uomo or lancia da la terra
le moriture deità novelle;
crede e riposa e cerca nuove stelle.

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Autor
Giovanni Cena
Título
Il mistero
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-il-mistero--giovanni-cena-39c99e
Cita recomendada
Giovanni Cena, «Il mistero», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-mistero--giovanni-cena-39c99e.html

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