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Giovanni Cena · Modernismo

Universo

italiano

Le forme.

Vaporava la Terra: abbrividenti
profili alzava incontro ai soli occidui
e caotiche forme negli assidui
sforzi espelleva, esseri incerti, lenti.

A stento si scioglieano dai residui
del limo grave. Indi foreste e armenti
sorsero, e guizzi dentro l'acque e i venti,
e l'armonia di liberi individui.

L'ultima forma che la Terra espresse
l'opera proseguì. Architetture
pensose trasse dai fianchi materni.

Fasci di nervi or trama e raggi tesse.
E l'uom stupisce per le creature
che fioriscon da lui nei maggi eterni.

I Minimi.

È il corpo mio campo d'antiche sfide,
come la terra dentro la caligine
primeva. Forse qualche scaturigine
di vita in me per sempre si recide?

Sotto ogni forma bella che al ciel ride
l'uomo indaga, e l'afferra la vertigine.
Luce in fondo l'idea. Dove ha l'origine?
Un fermento la suscita o l'uccide.

Affrettan le agonie, le cose morte
sgombrano per far adito ai viventi,
indefessi operai del divenire.

Quando avverrà che domi l'uom quest'ire
nemiche, e dolce viva, e l'addormenti
sazio di giorni l'oblïosa morte?

Al Foro Romano.

L'uomo, re delle forme ultime, vuole
dentro la terra approfondir l'indagine:
assiduamente fruga la voragine
che Dante ornò di sue divine fole.

Nel suol, come in vecchio albero, l'imagine
simultanea degli evi scopre al sole;
e nei fôri ove ruzza la sua prole,
il passato si svolge in chiare pagine.

Così la Terra, per l'essere emerso
ultimo dal suo grembo, apre le ciglia
e scorge sè piccola, oh quanto! Eppure,

più vasto è il cielo e pieno di venture
per la solare piccola famiglia
in questo breve angolo d'universo.

Mosè.

Fra piccole virtù teologali
Michelangelo sculse un esemplare
di umanità, sì forte, che destare
lo volle: «Vivi, e scendi fra' mortali».

Poi lo volse sdegnoso ad aspettare,
sui genuflessi sudditi papali,
che potesse fra un popolo d'eguali
sciogliere un dì le membra alte e parlare.

Secoli ancora! Poi, gli occhi iracondi
serenerà. Verrà possente, fuori,
nel sole, vòlto a la Terra Promessa.

Sarà la terra allor folta ed oppressa
d'uomini, e pronti molti migratori
verso l'azzurro, fertile di mondi.

Altrove!

O bella nel mare artico Atlantide,
presso al polo fiorita di ninfee!...
Gelò, sparì. S'inizian l'odissee
umane: in alto eran le alate guide.

Scesa lungo le tepide maree
a la zona che verde e mite ride,
rigurgita ora a le plaghe omicide
l'umanità non mai sedata, Andrée?

Andrée, lontano e in alto! Ha messo l'ale
l'uomo e rimira oltre le nubi, pensa
un'odissea per un ben altro mare.

Avvolgerà la terra il glacïale
lenzuolo? V'è nella corona immensa
del Sole al piccol uomo altro alveare?

Marte.

Otto grandi fratelli in suo regime
il Sole tien, che la sua lampa accese:
lontani e ignoti: ora nel ciel sublime
due, l'uno all'altro han le pupille intese?

Fratello, in te già mossero le prime
forme di vita al padre sol protese?
vegetasti, sentisti, alfin da l'ime
profondità la chiusa anima ascese?

Forse già sei qual noi sarem domani,
e indaghi dentro l'etere stellante
con desiderio senza fine intenso,

accennando con segni non umani
a questo piccol astro, radïante
l'inappagata anima nell'immenso...

L'astro morto.

I.

Una stella sparì da l'armonia
del cielo e ancor noi la guardiamo, quale
tremolava in un tempo immemoriale,
e ci sorride da l'antica via.

Dal cuor pulsava forse un'energia
onde la vita svolse le sue scale;
onde a prova l'argilla e l'ideale
lottaron fra un vagito e un'agonia.

Forse una stirpe nel suo firmamento
tenne incarnata un'anima solare
e risplendè co' suoi genii ed eroi...

E il gran cuor s'allentò, ristette. Poi
silenzio... Oh sole! Ed ecco il cielo appare
innumerato e senza mutamento.

II.

Efimeri occhi! Là risplende un sole
dove per voi la nebulosa sciama:
un urto infiammò il ciel, pende una mole,
là dove nessun lume ancor vi chiama.

Forse non lungi una fraterna prole
per una terra l'opre sue dirama,
lancia nel cielo numeri e parole,
cerca, foggiasi dèi, sè dio proclama.

Anima mia smarrita! È giunta l'ora
che una nenia nostalgica t'appella:
«Uomo, ignora e dispera, ignora e adora!»

No. Tu gl'ingegni ai sensi rinnovella,
e per gli spazî e per i tempi esplora,
occupa l'universo a stella a stella!

Al timone!

E voi, nel vostro aereo ritiro,
sul cuor pulsante della terra intenti,
pronti a l'annunzio di trasalimenti
micidïali al piccol uomo, ammiro:

e voi, che interrogate nelle ardenti
stagioni e nelle gelide il respiro
corso da nembi e da fólgori e il giro
delle linfe nel gran corpo fluenti:

e voi, che i nostri numeri nei regni
dell'infinito seminate, e l'ieri
vi brilla agli occhi e illumina il domani...

Però che un dì starete, sui congegni
divinatori, come timonieri
saldi e securi de' vïaggi umani!

Elevazione notturna.

Notte profonda, immensa, refrigerio
delle forme che il sole agita e stanca,
riposo e sonno dove si rinfranca
la volontà di vita e il desiderio!

Mare insonne, specchiante l'emisperio
stellare, luna saliente bianca,
abisso che d'intorno si spalanca
e assorbe in un armonïoso imperio.

Profondo anch'io come la notte, e immenso
come il sidereo palpito ove penso
il flusso del mio cuore essere immerso!

E umil fidente nel silenzïoso
ordine onde son parte, ove pur oso,
nulla essendo, sentirmi l'Universo!

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Autor
Giovanni Cena
Título
Universo
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-universo--giovanni-cena-78c1cd
Cita recomendada
Giovanni Cena, «Universo», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-universo--giovanni-cena-78c1cd.html

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