Titiro, tu che d'un gran faggio all'ombra,
A gambe aperte, stravaccato stai,
Mangiando allegramente una cucombra,
Un canonico sembri e chi sa mai,
Chi potesse vederti le budelle,
Bollettario, anche te che sghissa avrai!
Io stento invece e queste pecorelle
Sono ormai senza tetto e senza pane
E campan di polenta e di sardelle.
Hai forse avuto eredità lontane?
Hai rubato una pisside o un ciborio?
O ti fai mantener dalle sottane?
TITIRO
Amico Melibeo, questo è notorio
E lo san fino i sassi di Bologna,
Che tu sei sempre stato un tabalorio;
Ma non sapevo, e il dico a mia vergogna
Perchè l'imparo adesso solamente,
Non sapevo che fossi una carogna.
Qual reo sospetto t'è venuto in mente,
Asino porco, sulla mia condotta?
Sono un pastore onesto ed innocente!
E se non fossi mio compatriotta
Ed anzi amico mio di Seminario,
Tu mi faresti venir su la fotta.
Basta; veggo però ch'è necessario
Dirti come domai l'iniqua rana,
Essendo un fatto un po' straordinario.
Tu saprai che quest'altra settimana
Una dolce fanciulla, un puro fiore,
Che delle poetesse è la sovrana,
Magrolina se vuoi, ma un vero amore,
L'Argia Sbolenfi insomma, e ho detto tutto,
Sposa ... imagina chi? L'Imperatore!
La nuova si sapeva dappertutto,
Ma io la vidi sol nell'È Permesso,
L'unico foglio serio e di costrutto.
Appena letto, allon! mi sono messo
Le braghe dalla festa e il gabbanino
E son corso da lei come un espresso;
Ma siccome era chiusa in camerino
A far dei versi al suo futuro sposo,
Fui ricevuto dal signor Pierino
Che largo, liberale e generoso,
Mi offerse cordialmente da sedere,
Ma il caffè no, perchè gli dà il nervoso.
«Ohi, chi vedo!»—«Tersuà»—«Bravo! ho piacere!
»Cosa porti? L'agnello?»—«Nossignori»—
»Peccato, che t'avrei dato da bere!»—
Così ciarlando, ecco l'Argia vien fuori,
La qual, come saprai, ci diedi il latte,
(Ossia mia moglie) e latte dei migliori.
Era in disabigliè, con le ciabatte,
Una sottana bianca e un zuavino
Che ci arrivava appena alle culatte.
«Oh!»—lei dice—«Mo bravo Titirino!
»Non sai chi sposo? Ah son tanto felice
»Che a momenti mi viene uno smalvino!
»Fra pochi giorni sono Imperatrice!
»Sei venuto a veder la tua sovrana?
»Ti farò ricco, e sai chi te lo dice!
»A tua moglie ci pago una collana,
»E con l'acqua di felsina, all'armento
»Fin da quest'oggi laverai la lana.
»Farò indorar le vacche ed il giumento,
»Ti selciarò la stalla di brillanti,
»E l'aldamàra tua sarà d'argento.
»Or vanne Titirino e quei birbanti
»Che tempo addietro mi credevan pazza,
»Crepino d'accidente tutti quanti.
»Vanne a Bologna, sta contento e sguazza,
»Che in compenso del latte che m'hai dato,
»Io ti farò più ricco di Cavazza!»—
Io dico grazia! vado, e sul mercato
Da un buon amico mio, sessanta lire
Al sessanta per cento, ho ritrovato;
Ma il primo vaglia che mi fa venire
L'Imperatrice Argia, pago ogni cosa,
Faccio il porco e mi voglio divertire.
Ecco spiegata la ragione ascosa
Di tutta quanta l'allegrezza mia,
Viva il signor Pierin! Viva la sposa!
MELIBEO
Viva l'Imperator! Viva l'Argia!!!