Donna.
Chi è costei che va per la sua via,
sola; senza timor la vita esplora
e sorride ai felici e a chi dolora
arde d'offrir la sua dolce energia?
Conscia di sè non provoca nè implora,
chè servitù non vuol, nè signoria.
Alcuno v'è che tiene l'armonia
dell'esser suo? L'attende e non s'accora.
Tu la guardi e ti sdegni. Non t'invita
a l'amor come a un giuoco, ella, per poi
subire o eluder la tua tirannia!
Ma che un giorno quell'anima restia
amor sospinga a cercar gli occhi tuoi,
allor ti sentirai re della vita.
Eva.
Chi dilesse la sterile, e impudica
chiamò la fonte della vita? Dio
e Satana, ombre: era la vita il fio
d'una colpa, e castigo la fatica.
Or l'uom contempla la compagna antica,
madre, sorella, amante, un po' restio,
ma senza sdegno, con un senso pio
quasi di cosa sacra—l'Inimica!
I figli cercan liberi il consorte
che il lor destino annunzia e il sangue chiama,
perchè formino un essere felice;
e le libere nozze benedice
dal suo mistero l'Essere che li ama
uniti nell'amore e nella morte.
Amore.
«Moriam!» L'amante disse ebro all'amante
unendo in un pensiero amore e morte.
Ella rispose, e l'abbracciò più forte:
«Cominciata è la vita in questo istante».
Di là più nulla esiste, oltre le porte
della vita, più nulla ove il sembiante
dell'amato si serbi a l'aspettante...
Lodiam la nostra umanità consorte!
Esaltiamo la vita! I nostri sensi
siano la zolla che assorba e maturi
i germi, e in sangue, in palpiti li addensi.
E il cuor s'imbeva de' dolori oscuri
degli uomini e li infiammi e ne dispensi
raggi d'amore ai prossimi e ai venturi!
Beatrice.
Ch'io ti veda per sempre qual ti vidi
la prima volta, sorridente. Sia
limpido o tinto di malinconia
il tuo sorriso o triste!... Ma sorridi!
L'immagin tua sia bella sempre, dia
fiducia nella vita in cui confidi.
Sorella non sei tu de' fior, dei nidi
e delle stelle? Tu sei l'armonia.
Dolore o gioia non ti spinga a tale
oblio d'altrui che perdano speranza
nel bene quelli cui la vita è male.
Poi che nel grembo della tua sostanza
l'oggi e il domani, i sensi e l'ideale,
la terra e l'infinito hanno alleanza.
«Mia!»
Tuo forse il sole, e l'aria cogl'incensi
delle zolle fruttifere, e i viventi
onde assorbi la vita, e gli elementi
che nel tuo sangue per brev'ora addensi?
Tuo quel che vedi e ascolti? Obbedïenti
al tuo voler perennemente i sensi?
tuo quel che fai, che imagini, che pensi?
Tu stesso t'appartieni?... No. Lo senti.
No! Perchè nel suo cerchio un amor, cieco
come il vento dei pollini, vi chiuse,
tu chiami tua la umana creatura!
Nulla è tuo! Fuorchè l'attimo che seco
la volontà dell'Essere vi fuse
per trar di voi l'umanità futura.
A due sposi.
Candide voi trovò ma non ignare
giovinezze l'Amore, ospite immite:
or amico vi guarda rinnovare
il mutuo dono delle vostre vite.
Oh voluttà! Due passïoni unite
in un'estasi; udire un cuore urtare
sul nostro cuor fino a spezzarsi; e mite
indi il sonno sedar le membra care!
Felicità! Gemmar vite novelle
e valide lanciarle fra la guerra
umana a spander opere di vita!
Serenità! Compir la dipartita,
mentre vi seguan desiosi in terra
occhi d'uomini, in alto occhi di stelle!
Davanti a Sant'Orsola
del Carpaccio.
Poeta, non destarla! È così bella,
così pura nel suo bianco lenzuolo;
rigida, chiusa come in un bocciuolo,
ella è colei che non si dissuggella.
Creatura di luce, con la stella
del vespero esce il suo spirito a volo.
Non richiamarla, non destarla: solo
ammirala, poeta: è tua sorella.
Il tuo più folle ardor non desterebbe
lungo i suoi lombi gelidi un sussulto,
nè turberebbe il suo sonno divino.
Però che anch'ella fiore ultimo crebbe
sterile in cima al ramo, per il culto
dell'Ignoto segnata dal destino.
Leopardi.
Non indugiarti. Il cuor non sosta; avanza
come gli anni e la morte. Ah se tu poni
la tua vita in un essere, e imprigioni
te stesso in un dolor senza speranza!
Dónati e chiedi: s'altri non ti doni,
non hai dentro te stesso un'abbondanza
essenzïale onde la tua sostanza
si mesce al mondo in intime unïoni?
Tu sei quegli che passa: a te daccanto
infelice chi viene a lungo e porta
il peso enorme de' tuoi desiderî!
Più d'un cuore t'amò forse quand'eri
già passato. Così, morto,—che importa?—
anche l'Uom t'amerà non senza pianto.
Sibilla.
Io la scopersi e la chiamai Sibilla.
Come ognun disamò lei giovinetta,
e a secolari tirannie soggetta,
emerse, quale un fiore da l'argilla,
mi disse. Or io la trassi su la vetta
ove il tumulto uman perspicuo brilla
nello spazio e nel tempo. Ella tranquilla
contempla e dice, e l'Essere le detta.
L'agile capo e la capigliatura
attorta e tutta la persona bella
vibrano sotto un soffio ignoto e vivo.
Ed io, già dubitante, credo e scrivo.
Io non son che la sua buona novella.
Palpita in lei l'umanità futura.
Omnis caro fœnum...
I.
Talor sussulto, mentre mi addormento
sul seno tuo: mentre mi culla il molle
respiro, odo il tuo cuore, odo le polle
del tuo sangue pulsare: e n'ho sgomento.
Sotto un tessuto come di corolle
tepide un lavorio profondo sento,
incessante e sì fragile! Un momento
di silenzio... e mi assale un terror folle!
L'anima tua risplende in me: viviamo
oltre l'ora, per sempre; ed un amplesso
delle tue braccia risuggella il patto.
Ma il corpo tuo tu non possiedi. A un tratto
la morte lo nasconde, e te con esso
tutta, e la vita mia che per te amo.
II.
Corpi, ove corse il nostro sangue, donde
questo respiro abbiam, breve e tenace!
Corpi non nati, ove trarrà per onde
sempre più vaste il nostro cuor vivace!
E quello dolce sì per cui mi piace
questo mio stesso e al mio l'amor confonde,
che meco trar vorrei fino a la Pace,
fino al gran Cuor che tutto assorbe, effonde!
Splendete, belle forme, o voci e sguardi
e nei trasalimenti intimi essenza
suscitatrice della vita nova!
La morte è ovunque. In noi l'insidia cova,
ci sovrasta la bruta vïolenza.
Ogni istante è supremo. O Vita, ardi!