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PoetósferaLa BibliotecaVittoria Aganoor

Vittoria Aganoor · Modernismo

Risveglio — A mio padre

italiano

Vivo nella memoria, o amato, sempre

mi stai. Cercare ti rivedo, inchino

sul cembalo, dei dolci anni tuoi primi

le semplici canzoni, udite all’ombra

delle palme, e nei bei vesperi d’oro;

or le feste, le preci, il luminoso

sogno non mai dimenticato, io t’odo

dell’infanzia narrar, fiorita al sole

dell’Asia, là, tra i bianchi intercolonnï

della superba tua dimora, al vento

del tuo selvaggio mar, dentro le intatte

selve, o t’ascolto con solenni accenti

parlar di Dio... Quanto t’ho amato, e quanto

t’amo, e quanto t’invoco!

Ora è deserto

il porticato della villa, un tempo

tuo passeggio gradito, allor che il lume

del dì morendo s’acchetava ogni opra

ed intonava una campana l’Ave;

tu allor scoprivi la tua testa bianca,

quella tua testa bianca di profeta,

e ti si udiva mormorar sommesso

il saluto a Maria. Fermo, raccolto

poi rimanevi per lunga ora, innanzi

alla campagna addormentata, al vasto

sipario d’ombre che stendea la sera,

e guardavi lassù, lassù, perduto

in quell’immensa pace, in quell’immensa

innocenza del cielo...

Ancora io credo

d’esserti presso, e come un tempo ancora

veramente vederlo, aperto e fisso

quel tuo grande, ispirato occhio, a le stelle!

o babbo mio!

Poi con un gran sospiro

ti scotevi d’un tratto e ritornavi

accanto a noi tutto ridente in volto

e tutto care celie, al modo istesso

d’un, che il perdono guadagnar s’adopri

di qualche errore. Oh come allora, e sempre

di più t’amavo, e come il tuo gran core

intendevo, o mio santo! Eri fuggito

ben lontano da noi, da me, da tutte

le umane cose; il gran mistero, il forte

desiderio di Dio t’avean rapito

lassù lassù; scordato avevi il nostro

piccolo mondo, il nostro gran legame

umano. — Istanti! — e pur te ne sentivi

rimorder quasi, e a noi tornavi, acceso

di nova tenerezza e pronto a offrirci

un compenso d’affetto e di carezze

anche per quella breve ora d’obblio.

Così scrollando dal pensier l’assidua

brama del Cielo, eri divino, il bene

de’ tuoi, costante, anteponendo al grande

tuo segreto sospiro, al sogno eterno

dello spirito tuo...

Come infelice

eri, se alcuno de’ tuoi cari, assorto,

crucciato, o solo, ti paresse, e come

ne richiedevi la cagion con dolce

premura! Sempre le parole avevi

pronte al conforto, e che ogni cosa muta,

tu ripetevi, e che i nebbiosi giorni

non duran sempre e dell’angoscia l’ore

dan luogo alle gioconde; e con allegri

motti, e bamboleggiando, ancora il riso

t’adopravi a chiamar sul renitente

labbro di chi soffria. Com’eri esperto

a indovinar sovra quel volto il primo

diradarsi dell’ombre, e come allora,

solo allora, anche il tuo brillava in festa!

Se ti venìa di qualche atroce caso

narrato, e fosse pur lunge ed ignoto

a te, l’oppresso dalla sorte, e buono

o tristo fosse, acutamente, come

d’un tuo dolore, d’un’angoscia tua

n’eri commosso; e concitato, e tutto

acceso in volto ripetendo andavi:

meglio, o meglio Signor non esser nato,

e tanti strazi, e tanti obbrobri, e tante

viltà, Signore, ignorerei! — Pentito

poi di quelle parole e con dimessa

fronte, aggiungevi: — sia compiuto il vostro

voler, Signore!

Io ti rivedo, io sento

veracemente il concitato suono

della tua voce, e dentro il cor tremante

ancor la procellosa eco ne ascolto.

Certo non fuvvi alcun che a te venuto

domandando soccorso, insodisfatto

partisse! E con che industre animo, il modo

trovar sapevi di celar la santa

opera tua! Ben chiaro era il comando

divino pel tuo cor: — La destra ignori

quel che dà l’altra! — e sollevato e pago

come d’un ceppo alle tue membra sciolto,

vedevi il poverel girne contento.

Quando nel tempio tu pregavi, tutta

l’anima tua mandava lampi e vive

scintille dai tuoi grandi occhi, bramosa

di metter l’ale, e rattenevi a stento

la voce, quasi bisognando il labbro

pregante, di cantar alto le lodi

che dal cor t’erompevano. Rammento

che dalla chiesa uscendo all’aria, al sole,

se talun la parola a te volgea,

eri com’un che si risvegli in novo

paese, e ancora non ben desto, invano

fatichi a indovinar l’occulto senso

di straniero linguaggio. Ora tu posi!

Di pompe schivo, lunge dall’urbano

fasto, in campestre cimitero, o buono,

dormir volesti. Non opaca volta

d’augusto mausoleo sul sasso incombe

del tuo riposo nè gli vieta il dolce

sguardo del cielo che lo veglia. Intorno

ha vivi fiori; nell’aprile il vento

su vi passa fragrante e pia vi cala

la luna tra notturne ombre, a baciarlo;

e gli astri, i sospirati astri, dei lunghi

tuoi sguardi e delle lunghe estasi tue

memori, gli stan sopra e mandan lampi

e messaggi divini incontro all’alta

anima tua, che mai conscia e beata

così non fu, sè palpitar sentendo,

atomo vivo d’universo, in Dio.

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Autor
Vittoria Aganoor
Título
Risveglio — A mio padre
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-risveglio-a-mio-padre--vittoria-aganoor-852e92
Cita recomendada
Vittoria Aganoor, «Risveglio — A mio padre», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-risveglio-a-mio-padre--vittoria-aganoor-852e92.html

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