Frisi, non seguo io no gravi e severe
Ninfe nè qui, nè in Pindo, ove sovente
Con Erato m’accingo a far carole,
Ma rado assai fermo in Urania il guardo.
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Pur odi: sul corcar del giorno d’jeri
De le patrie colline io la solinga
Costa salia, donde Verona intera
Scopro, e il bel fiume che la parte, gioja
Certo a mirarsi d’ogni mesto ciglio.
10Sillabe no, ma gia movendo in core
Quell’arti, onde immortal vola tuo nome,
Ed ecco alto ne l’aria un uom celeste
Chiaro mi s’offre e manifesto innanzi;
Ma quale dopo il lampo altro si mira
15Lampo guizzar fuor de la nube istessa,
Tale or si mostra ora si toglie al guardo,
Mirabile a contar! la nuova imago .
Desio m’assale, e meraviglia; ed esso,
Che il mio stupor mirò, la voglia intese,
20Ristette, e disse: io son quel Dio cotanto
Propizio a chi del vero in traccia move
Pe i labirinti di Sofia, chiamato
Caso da voi. Nè che di stanza io muti,
Perchè talor da gli occhi altrui m’involo,
25Pensar dovrai; ch’io son tra voi pur sempre,
Ma vedere or mi lascio, ed or m’ascondo.
Nessun può mai, se non mi scopre affatto,
Farsi accorto di me: quinci tu vedi
Ch’io porto il piè di tutte spoglie ignudo
30Per giunger non sentito; e sul mio volto
Spesso balena schernitor sorriso,
Perchè di voi, che propria opra vantate
Quanto al mio Nume è sol dovuto, io rido.
Pur chi non sa di mia possanza, e a cui
35Noto non è che primo padre io movo
Del novello saper? Terso era Febo, .
Piana era Delia; al globo nostro intorno
Volgean Venere e Marte, e inonorato
Senza i compagni suoi Giove rotava.
40Ed io gridai: con le sue macchie Febo
Confessi che sul proprio asse di fiamma
S’aggira, e mostri Delia il volto scabra
Valli, onde, monti, e abitator prometta,
E de’ numeri il freno anch’ella senta.
45Ruotino intorno al Sol Venere e Marte,
E Giove ancor di quattro Lune altero,
Che gli ruotino intorno, e vincan l’uso
De gli ecclissi di Cinzia. E poi soggiunsi:
Tempo è che il Ciel tanti astri suoi discopra
50Sconosciuti finor; che del lontano
Saturno aggiorni le perpetue notti
Con cinque fochi il multiforme Anello;
E tempo, onde maggior l’arte divenga,
Che stringe gli Emisferj in breve tela,
55E quella che su l’onde oltre Bengala
Vola, e il vietato Austral mondo costeggia.
Io così dissi: e un Olandese Artista
Cui non avea giammai Palla sorriso,
Di due lenti a traverso, una convessa,
60Concava l’altra, ed in acconcia adatte
Distanza ecco traguarda, e trova il nuovo
Senza cercarlo Uranico strumento,
Che i notturni appressò cieli a lo sguardo
Spiator lieto de’ celesti arcani.
65Di questo armato il Fiorentin Lincèo
Or su l’Euganee, or su le Tosche torri
Mostrar poteo quanto ebbe detto in prima
Il Geometra Prusso: e fu mio dono.
Fu sol mio dono ancor l’arte che a certa
70Misura il tempo assoggettò. La sacra
Lampana che ondeggiava in tempi uguali,
Benchè non fosse ugual l’arco segnato,
Grande e veloce, o se minor più lento,’
Del Fiorentin su gli occhi io stesso appesi.
75Con questa lampa in man poteo quel Grande
Diradar la densata ombra vetusta,
Che l’alte leggi de’ moventi corpi
Cuoprio si lunga età, dico di quelli
Che in abbandono a se cadono, dico
80Di loro, che aman giù correre al chino,
○ sospesi brandir d’alto e pendenti;
E l’immortal base gittò di quanto
Gli altri sopra v’alzaro, e fu del cielo
Neutonian non favoloso Atlante.
85E lo stesso Neuton quanto il mio Nume
Ringrazia! questo ancora e basti alfine
Ch’ogni vanto a ridir termin non fora,
E me vedria narrante il dì novello.
Per gli orti suoi, più degli Esperj, e chiari
90Più di quei d’Alcindo, giva a diporto
If sagace Britanno, e gli occhi alzando,
Ecco frutto cader mira dal curvo
Nativo ramo. Ed allor fu che un nuovo
Nel fecondo pensier cielo rivolse,
95Che i Vortici bandi, superbi ancora
De gl’infranti Epicicli, e in dritto corso
Spinse i pianeti, che pel vano immenso
Cominciaro a volar, sempre acquistando
Nuove forze per via; ma disse al Sole,
100Che dal loro cammin piegar li fesse,
E a se medesmo li torcesse intorno
Con quella forza, a cui benchè viaggi
Per tanto lunga oltre Saturno elisse
Pur la Cometa è ubbidiente, anch’ella
105Curvando intorno a lui l’indocil corso:
Intorno a lui, ch’anni, stagioni, e vita
Dispensa, e move immoto, ed aureo indora.
Disse, ed io più nol vidi. E già la Notte
Sorgea tacitamente avvolta e chiusa
110Nel trapunto di stelle umido manto,
Che i bei vanti del Nume a noi racconta.
Ma tu ben saggio, e di vagar tra gli orti
Non pago di Sofia, movesti, o Frisi,
Veloce al tempio, che de gli orti in mezzo
115A eterna, non mutabile, infinita
Diva, cui porge onor Sofia medesma,
Sacro torreggia, non visibil Diva,
Ma il tempio stesso altrui l’annunzia, tutto
D’Arabe cifre, e arcani segni ornato
120E per concorde cospirar di parti
Mirabil sovra quanti il Sol rimira.
Qui mai non entra il Caso, e quindi, o Frisi,
Uscisti tu d’immortal luce adorno.
Io ne’ freschi di Pindo antri rosati
125Spesso m’adagio mollemente: or pensa,
Che nè men quelli al Caso apronsi mai.
Tutto là pure è sol fatica ed opra
D’ingegno e disciplina: o lui felice,
Che a volar nato con Omeric’ala
130Per l’Italico ciel, l’arte di Maro
Potrà far guida al dispiegato volo!