Tardo co’ versi miei forse, o grand’Alma,
Conforto io reco al tuo dolor lodato,
Ma nè mi giunse pria l’alta sventura,
Nè fatto prima io l’avrei forse, quando
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Caduto appena è il nuovo colpo, quando
La recente ferita ancor distilla.
Piangere allor, stracciar le vesti, i servi
Stancar col duolo, e dir crudele il cielo,
Questo sol giova. Ed oggi forse ancora,
10Mentre apprestando vo mediche note,
Tocco una piaga non ancor ben salda,
E intempestive le parole io movo,
Benchè la luna in ciel settima volga,
E possa omai senz’accusar se stessa
15La materna pietà cessar dal pianto.
Ma se d’uopo ancor n’hai, perchè ti deggio
Invidiar le lagrime, che sole
Ponno domar., col saziarlo, un duolo?
Già conforto miglior fors’io su questa
20Troppo a l’anima tua concorde Lira
Mal cerco io stesso, e non mi resta forse
Che teco sospirar, che pianger teco.
Qual cresce al Liri, od al Sebeto in riva,
Primo de’ campi onor tenero mirto,
25Qual suole al mattutin fiato de l’aure
Tra la fresc’erba aprir candido fiore,
Tale, e più vaga ancora in sue sembianze
Violante sorgea, cui fra le care
Nodria braccia materne il casto, e tutto
30Dolci spirante odor virgineo letto.
Ahi donde uscì l’invidioso vento,
Che svelse il gentil mirto, e sul bel fiore
Chi passò con l’aratro? Acerbo, occulto,
Lento, mortale, immedicabil morbo
35Le discorrea per ogni vena, e quasi
Studiando crudeltà, dal sen materno
A poco a poco, e promettendo sempre
Di ridonarla, ei la rapio per sempre.
E pur la vidi, or varcò l’anno appena,
40Di vigor giovanil piena le gote,
Le fresche gote, cui ne’lor colori
Sanitade, e beltà tingeano a prova.
Or qual prima, e qual poi, rara Fanciulla,
Dirò de le tue lodi? ordine a i versi
45Dar io potrò? ma già nessun m’accusa,
Se dar ordine a i versi oggi io non posso
Or la beltà del viso, ed or mi chiama
Del core la beltà: pudor sincero,
E virginal modestia or veggo, ed ora
50Gli atti cortesi, il dir soave, il grato
Saluto, il basso riso e il tacer saggio,
E il bello stare in se raccolta, e il senno
Maturo oltra l’età, grave oltra il sesso.
Dolce mi suona ancor ne l’imo core
55La voce, che nel core imo io sentiva,
Quando in musiche note armonizzata
Tra la porpora uscia de i molli labbri
Or senza moto, illividiti, e freddi.
Quanta un punto rapio dolcezza al mondo
60Qual melodia, tacque per sempre! Il dotto
Violante sciogliea ne le paterne
Mura concento, e quasi ella non s’oda,
Nuovi le cadon sempre i plausi intorno,
E la Vergin modesta de l’altrui
65Stupisce meraviglia. E pur qual ciglio
Non era immoto, qual non teso orecchio,
Qual non commossa mente; alma non calda?
Ma no, muta or non è quell’aurea voce:
Che a le nostre canzon quando si chiuse,
70A i sacri in cielo inni s’aperse, e or canta,
Presso il trono di Dio col suon di prima,
Che non cambiò per diventar celeste.
Or chi potria stringere in metro i bei
Costumi, il figliale amor, la schietta
75Riverenza a la Madre, oggi sì rara?
Cose viste io dirò. Ma qui tu vieni
Tu pur, Madre, nel canto: in lei s’ammira
Pur te, chi ben riguarda, e senza i tuoi
Volar non ponno de la Figlia i plausi.
80Molto in noi certo puote indole, e mente
Cui del Bello a l’amor formò Natura:
Ma l’innata virtù riceve impulso
Da disciplina, e più s’afforza in petto,
E se vien meno istruzion solerte,
85Spesso macchiasi ancora una bell’alma.
Qual dunque non uscir devea figliuola
Di mano a cotal madre? e quando furo
Viste in pianta miglior cure sì belle,
E su più docil suolo aura più fausta?
90Taccio l’esempio, assai miglior di tutte
Cure maestro, e la virtù sul labbro
Materno udita e nel cor vista a un tempo,
Virtù senza rigor, nuda d’orgoglio,
Di forme si gentili, atti si dolci,
95Che ogni cor più restio vinto ne fora.
Quindi non mai così del Sole avverso
Trasse i color l’acquosa Iri, ed il lungo
Manto ne variò piegato in arco,
Come ne la materna opposta luce
100Tutta si avvolse, si ammantò, si tinse
La Figlia, e splende già, già i suoi dispiega
Color, di cui sagace occhio rimira
Nel domestico Sol l’origin bella.
Ma venne Morte, e dispario la nuova
105Iri da gli occhi nostri, ed orbo, e tristo
Rimase il nostro Cielo. O eterno Iddio,
Troppo l’Italo suol bello, e felice
Forse ti parve, allor che dato appena
Di ritoglier ti piacque un si bel dono.
110Che duol non n’ebbe Roma, e su qual ciglio,
Che veduta l’avea, non sorse il pianto?
Recisa non fu mai speme si bella,
Nè si candida mente, alma sì forte
Ne le vergini sue mai la Romana
115Vantò Cittade a i tempi suoi più duri.
Oh pietà non più vista, oh pudor prisco!
Oh inudita virtù! Chi porle a fronte
Mai si potèo? chi a l’età nostra meglio,
D’esser promise mai Sposa fedele,
120Tenera Madre, e Donna mite e saggia?
Miserabil Donzella! almen se qualche
Forza hanno i versi miei, se il vero io canto
Vivrà il tuo nome e poi che in te nol puote,
Il valor tuo su queste carte almeno
125Risplenderà, fin che a le genti sacro
Il tempio fia del Vaticano, e dolce
Del sesto Pio la rimembranza a Roma.
Ma già sia tregua a i sospir lunghi, e al lungo
Pianto, o Madre, perdona: al ciel lo sguardo
130Alza, ov’è più sereno e Violante
Meco rimira in su le stelle assisa.
Per lei non era il nostro mondo: in Dio
Fissa i pensieri e notte e giorno, e solo
Dilettando lo spirto, e il cor pascendo
135Col desio di quel Ben ch’ora possiede,
Tutto abborria quel che a si dolce cura
Potea ritorla, e non ebbe altro a core
Che digiun lunghi, ed abbracciati altari,
E caldi voti, e il favellar col Cielo.
140Perchè struggi così, Fanciulla incauta,
Questo fior di beltà, di giovinezza?
Smunta è la guancia, e un pallor tetro il seggio
De le rose usurpò: questa virtude,
Questa istessa pietà ti perde, e un certo
145Rischio minaccia omai vita sì cara.
Ed ella: se non posso in queste membra
Seguir, com’io vorrei, ciò che sol bramo,
Aprasi la prigione ov’io son chiusa,
E che tesse al desir crudo ritegno.
150Cresceva intanto il fatal morbo e presso
De’ suoi giorni immaturi era la meta,
E Violante anco su l’ore estreme
Ciò fra se rivolgea: debili membra,
Che si poco valete, e che d’impaccio
155Fin qui solo mi foste, alfin di voi
Mi spoglio, alfin potrò libera e scarca
A quello, in cui comincia, e in cui finisce
Ogni pensiero mio, donarmi tutta,
Senza che in me pongasi l’occhio senza
160Che infermo ne diventi un fragil velo.
Tacque, e volò. Perchè dunque si piange?
Perchè suona di grida il vuoto albergo?
Torci da la ferale ultima pompa
Gli occhi, o Madre, e poggiar vedila in alto,
165Qual novello sorgente astro, lasciando
Lungą striscia di luce in suo cammino.
Vedila in faccia al vero Ben far paghe
L’alte sue voglie, e in quel gran Mar di lume
Ber di quanto sofferse eterni obblii
170Certa del suo riposo: e se talora
Piega da quello, e giù china lo sguardo,
Non è già per vedersi a i piè di sotto
I fissi nel gran vano astri sospesi,
O le armoniche danze, che gli erranti
175Tessono a quelli senza posa intorno;
Ma il nostro globo sol ricerca, e solo
Volge al caro Fratel, volge a l’amato
Padre il cupido sguardo, e su la Madre
L’arresta alquanto, e non però s’avvede
180Che già feo col pensier ritorno in terra.