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Ippolito Pindemonte · Romanticismo

A Maria Pizzelli

italiano

Tardo co’ versi miei forse, o grand’Alma,

Conforto io reco al tuo dolor lodato,

Ma nè mi giunse pria l’alta sventura,

Nè fatto prima io l’avrei forse, quando

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Caduto appena è il nuovo colpo, quando

La recente ferita ancor distilla.

Piangere allor, stracciar le vesti, i servi

Stancar col duolo, e dir crudele il cielo,

Questo sol giova. Ed oggi forse ancora,

10Mentre apprestando vo mediche note,

Tocco una piaga non ancor ben salda,

E intempestive le parole io movo,

Benchè la luna in ciel settima volga,

E possa omai senz’accusar se stessa

15La materna pietà cessar dal pianto.

Ma se d’uopo ancor n’hai, perchè ti deggio

Invidiar le lagrime, che sole

Ponno domar., col saziarlo, un duolo?

Già conforto miglior fors’io su questa

20Troppo a l’anima tua concorde Lira

Mal cerco io stesso, e non mi resta forse

Che teco sospirar, che pianger teco.

Qual cresce al Liri, od al Sebeto in riva,

Primo de’ campi onor tenero mirto,

25Qual suole al mattutin fiato de l’aure

Tra la fresc’erba aprir candido fiore,

Tale, e più vaga ancora in sue sembianze

Violante sorgea, cui fra le care

Nodria braccia materne il casto, e tutto

30Dolci spirante odor virgineo letto.

Ahi donde uscì l’invidioso vento,

Che svelse il gentil mirto, e sul bel fiore

Chi passò con l’aratro? Acerbo, occulto,

Lento, mortale, immedicabil morbo

35Le discorrea per ogni vena, e quasi

Studiando crudeltà, dal sen materno

A poco a poco, e promettendo sempre

Di ridonarla, ei la rapio per sempre.

E pur la vidi, or varcò l’anno appena,

40Di vigor giovanil piena le gote,

Le fresche gote, cui ne’lor colori

Sanitade, e beltà tingeano a prova.

Or qual prima, e qual poi, rara Fanciulla,

Dirò de le tue lodi? ordine a i versi

45Dar io potrò? ma già nessun m’accusa,

Se dar ordine a i versi oggi io non posso

Or la beltà del viso, ed or mi chiama

Del core la beltà: pudor sincero,

E virginal modestia or veggo, ed ora

50Gli atti cortesi, il dir soave, il grato

Saluto, il basso riso e il tacer saggio,

E il bello stare in se raccolta, e il senno

Maturo oltra l’età, grave oltra il sesso.

Dolce mi suona ancor ne l’imo core

55La voce, che nel core imo io sentiva,

Quando in musiche note armonizzata

Tra la porpora uscia de i molli labbri

Or senza moto, illividiti, e freddi.

Quanta un punto rapio dolcezza al mondo

60Qual melodia, tacque per sempre! Il dotto

Violante sciogliea ne le paterne

Mura concento, e quasi ella non s’oda,

Nuovi le cadon sempre i plausi intorno,

E la Vergin modesta de l’altrui

65Stupisce meraviglia. E pur qual ciglio

Non era immoto, qual non teso orecchio,

Qual non commossa mente; alma non calda?

Ma no, muta or non è quell’aurea voce:

Che a le nostre canzon quando si chiuse,

70A i sacri in cielo inni s’aperse, e or canta,

Presso il trono di Dio col suon di prima,

Che non cambiò per diventar celeste.

Or chi potria stringere in metro i bei

Costumi, il figliale amor, la schietta

75Riverenza a la Madre, oggi sì rara?

Cose viste io dirò. Ma qui tu vieni

Tu pur, Madre, nel canto: in lei s’ammira

Pur te, chi ben riguarda, e senza i tuoi

Volar non ponno de la Figlia i plausi.

80Molto in noi certo puote indole, e mente

Cui del Bello a l’amor formò Natura:

Ma l’innata virtù riceve impulso

Da disciplina, e più s’afforza in petto,

E se vien meno istruzion solerte,

85Spesso macchiasi ancora una bell’alma.

Qual dunque non uscir devea figliuola

Di mano a cotal madre? e quando furo

Viste in pianta miglior cure sì belle,

E su più docil suolo aura più fausta?

90Taccio l’esempio, assai miglior di tutte

Cure maestro, e la virtù sul labbro

Materno udita e nel cor vista a un tempo,

Virtù senza rigor, nuda d’orgoglio,

Di forme si gentili, atti si dolci,

95Che ogni cor più restio vinto ne fora.

Quindi non mai così del Sole avverso

Trasse i color l’acquosa Iri, ed il lungo

Manto ne variò piegato in arco,

Come ne la materna opposta luce

100Tutta si avvolse, si ammantò, si tinse

La Figlia, e splende già, già i suoi dispiega

Color, di cui sagace occhio rimira

Nel domestico Sol l’origin bella.

Ma venne Morte, e dispario la nuova

105Iri da gli occhi nostri, ed orbo, e tristo

Rimase il nostro Cielo. O eterno Iddio,

Troppo l’Italo suol bello, e felice

Forse ti parve, allor che dato appena

Di ritoglier ti piacque un si bel dono.

110Che duol non n’ebbe Roma, e su qual ciglio,

Che veduta l’avea, non sorse il pianto?

Recisa non fu mai speme si bella,

Nè si candida mente, alma sì forte

Ne le vergini sue mai la Romana

115Vantò Cittade a i tempi suoi più duri.

Oh pietà non più vista, oh pudor prisco!

Oh inudita virtù! Chi porle a fronte

Mai si potèo? chi a l’età nostra meglio,

D’esser promise mai Sposa fedele,

120Tenera Madre, e Donna mite e saggia?

Miserabil Donzella! almen se qualche

Forza hanno i versi miei, se il vero io canto

Vivrà il tuo nome e poi che in te nol puote,

Il valor tuo su queste carte almeno

125Risplenderà, fin che a le genti sacro

Il tempio fia del Vaticano, e dolce

Del sesto Pio la rimembranza a Roma.

Ma già sia tregua a i sospir lunghi, e al lungo

Pianto, o Madre, perdona: al ciel lo sguardo

130Alza, ov’è più sereno e Violante

Meco rimira in su le stelle assisa.

Per lei non era il nostro mondo: in Dio

Fissa i pensieri e notte e giorno, e solo

Dilettando lo spirto, e il cor pascendo

135Col desio di quel Ben ch’ora possiede,

Tutto abborria quel che a si dolce cura

Potea ritorla, e non ebbe altro a core

Che digiun lunghi, ed abbracciati altari,

E caldi voti, e il favellar col Cielo.

140Perchè struggi così, Fanciulla incauta,

Questo fior di beltà, di giovinezza?

Smunta è la guancia, e un pallor tetro il seggio

De le rose usurpò: questa virtude,

Questa istessa pietà ti perde, e un certo

145Rischio minaccia omai vita sì cara.

Ed ella: se non posso in queste membra

Seguir, com’io vorrei, ciò che sol bramo,

Aprasi la prigione ov’io son chiusa,

E che tesse al desir crudo ritegno.

150Cresceva intanto il fatal morbo e presso

De’ suoi giorni immaturi era la meta,

E Violante anco su l’ore estreme

Ciò fra se rivolgea: debili membra,

Che si poco valete, e che d’impaccio

155Fin qui solo mi foste, alfin di voi

Mi spoglio, alfin potrò libera e scarca

A quello, in cui comincia, e in cui finisce

Ogni pensiero mio, donarmi tutta,

Senza che in me pongasi l’occhio senza

160Che infermo ne diventi un fragil velo.

Tacque, e volò. Perchè dunque si piange?

Perchè suona di grida il vuoto albergo?

Torci da la ferale ultima pompa

Gli occhi, o Madre, e poggiar vedila in alto,

165Qual novello sorgente astro, lasciando

Lungą striscia di luce in suo cammino.

Vedila in faccia al vero Ben far paghe

L’alte sue voglie, e in quel gran Mar di lume

Ber di quanto sofferse eterni obblii

170Certa del suo riposo: e se talora

Piega da quello, e giù china lo sguardo,

Non è già per vedersi a i piè di sotto

I fissi nel gran vano astri sospesi,

O le armoniche danze, che gli erranti

175Tessono a quelli senza posa intorno;

Ma il nostro globo sol ricerca, e solo

Volge al caro Fratel, volge a l’amato

Padre il cupido sguardo, e su la Madre

L’arresta alquanto, e non però s’avvede

180Che già feo col pensier ritorno in terra.

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Autor
Ippolito Pindemonte
Título
A Maria Pizzelli
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-a-maria-pizzelli--ippolito-pindemonte-9e6852
Cita recomendada
Ippolito Pindemonte, «A Maria Pizzelli», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-a-maria-pizzelli--ippolito-pindemonte-9e6852.html

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