Ne l’Isola gentil, gemma del Norte,
Cui d’Havel e di Sprèe l’onda rigira,
O dolce mio ne’ giovanili studj
Compagno, e amico vincitor, che fai?
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Quai sono i tuoi mattin, quai le tue sere?
Come di noi, d’Italia tua, che spesso
Volge un guardo Materno ove tu sei,
Serbi memòria? o de la corte l’aura,
I rai del trono e quel che vedi e ascolti
10Nume terren, tanto a’ tuoi sguardi forse
Fredde Nordiche piagge orna ed incanta,
Che vile d’Arno la bell’onda, vile
Scorre l’onda per te del sacro Tebro?
Felice, ancor se libertà ti piacque,
15Essa, che d’ogni vago animo è cura.
Nulla, fuor che virtù, sì bello è al mondo,
Che il perderlo talora a l’uom non giovi,
E le varie de l’uom sorti, nè liete
Nè meste, in noi son pur come rugiada,
20Che dal loco ove sta prende il colore,
Bianca sul gelsomin, verde su l’erba,
Purpurea in su la rosa. E che? fors’anco
Libertade non è che un nome un sogno
Lusingator di non mai fermo spirto,
25Che tutto agogna, e sdegna tutto, a gli altri
Inutil sempre, e spesso a se di pondo.
Se felice son io, pensar che vale
S’io libero non son? se il laccio è d’oro,
Se bella mi vegg’io splendere intorno
30Gemmata rete, che mi stringe appena,
Sospirerò la libertà vantata,
Che talor priva d’ogni luce, e troppo
Talor sentita alfin poi sazia e stanca?
Te però saggio, te che certo hai l’arte
35Di goderti d’un bene, e che le porte
A i desir nuovi, onde più bello è sempre
Reso tutto oltra il ver chiuder saprai
Te loda, o Lucchesin, l’amica Musa.
Ma quai son le tue vegghie? ed a qual segno
40Drizzi lo stral de la tua mente? Febo
So che spesso mutar gode Elicona
Con Sans-souci, spesso mutar Sofia
Parigi e Oxford gode col regio albergo.
Tocchi tu mai le aurate corde? o tanto
45La rigida Sofia di te s’indonna,
Ch’onta far temi, anche fingendo, al vero?
Spiar gli arcani di Natura, e il nostro
Ne l’utile comun volger diletto,
Lodo: ma non curar poi d’altro? nulla
50De la commossa fantasia, dar nulla
Del cor commosso a le domande, a l’urto?
Creder nol so potea vicin d’Augusto
Orazio non cantar? Lascio che cinto
Il tuo Re de gli allor di Marte e Apollo
55Vince le guerre, ed a cantarle insegna
Con l’anima medesma, onde le vinse.
Non è bello veder tra schiere ed armi
Muover le Donzellette di Parnaso,
E sotto la real bellica tenda
60Miste fra i Genj de la guerra entrando,
A Lui che siede, e su la destra appoggia
La gloriosa umida guancia, a Lui
Terger gli alti sudori, e in auree coppe
Di nettare Febèo porger ristoro?
65○ Lucchesin, sempre a te rida il cielo,
E le tue vele Euro costante in alto
Mantenga: io de l’ameno Adige in riva
Stommi fra i patrj ozj contento. Anch’io
Cinto d’auree catene: Amor n’è fabbro,
70E Fille intorno al cor le avvolge, Fille,
Cara fanciulla, per cui sola io bramo
Viver la vita mia, fanciulla cara,
Per cui non temerei finir la vita.
Fra le tenere cure io non m’avvolgo
75Tanto però, che l’arti mie non tratti,
Se destra move aura da Pindo: al cielo
Sale allora un volante Inno, o i coturni
Mi stringo a passeggiar l’Itale scene,
E m’apparecchio un nome oltre la tomba.