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PoetósferaLa BibliotecaIppolito Pindemonte

Ippolito Pindemonte · Romanticismo

A Angelo Mazza

italiano

Mazza, tu vuoi che d’un celeste io canti

Nodo immortal: ma quai non colti prima

Fior coglierò per adornar la Sposa?

Chelebende, cheilvelo, elerecise

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Col crin speranze de gli Amanti io dica?

Ma colei merta, il so, fregj novelli,

E gemme in sen d’altrui non viste ancora.

Pur, già che tu lo chiedi, ecco a te quanto

Tra le mie solitudini Febèe

10L’altr’jer mi ragionava il cor nel petto,

Eccolti, qual ch’ei sia, vergato e tuo.

Pensier fallaci, lievi cure, e grave

Pena in far nulla e in ragionar di nulla,

A molti son de gli anni primi, e a molti

15La più gran parte ancor de gli ultim’anni.

Tal però v’ha che del vano aere e fumo

Che turbinando altrui rapisce e gira,

Fuor esce, e tutto in se recasi ed entra,

E in riposato e solitario nido

20Spera trovar felicitade intera.

L’ingegno ei pasce, ed assottiglia; e quando

Da Natura impetrar tenta per mille

Domande una risposta, e quando s’alza

Sopra Natura, ed in un mar che giace

25Fuor del visibil mondo, apre la vela.

Ma o dà del legno in dure sirti, e immoto

Rimanvi, o troppo s’abbandona al vento

E le colonne, ove t’arresta scrisse

Religion, supera audace, e incontra

30Scogli, Sirene, e perdimento, e morte,

Chi poi levò più timoroso o saggio

Nel mar Fisico i lini, andrà contento?

Vana lusinga: isole senza porti

Dopo cammin non lungo, ed inaccesse

35Spiagge ritrova; e se nocchieri a tergo

Molti si lascia, ei non però felice

Di lor fia più: ch’anzi il desio più cresce,

Come stilla d’umor la sete irrita,

Fin che dopo la tanta opra con mare

40Dianzi ancora infinito, e non ancora

La sponda, onde salpò, di vista fuori,

E da i stenti e da gli anni afflitto e vinto

Chiude gli stanchi lumi al sonno eterno.

Ma sbramar possa anche sue voglie: vegga

45Per quai misteriose interne molle

Tutte del suo giardin le piante han vita;

Come un frutto di queste in lui vien latte,

Che ne’ rivi di porpora, ove imbocca,

Si tinge anch’esso i membri stanchi avviva,

50Batter fa il cuore, e fa pensar la mente:

Ed anche in ciel metta gli sguardi, e senza

Velame alcun mostrisi a lui quell’alto

Secreto amor, che la divina face

Ne’ varj mondi accese onde a vicenda

55L’un chiama l’altro a se, con maggior voce,

Quanto ruota più vasto, e men lontano:

Che dirò più? sia tra’ mortali alfine

Qual fora tra i Neutoni Angelo in terra:

Come, se giunge a tal, potrà de l’alma

60Chiuder le porte a quel Tiranno antico,

Contra cui nuoce l’esser grande, e ha schermo

Debile spirto, a quel tiranno orgoglio,

Possente sì, ch’entrar già seppe in cielo,

Ove nè pria nè dopo alcun difetto,

65Non che reo vizio entrò, seppe i celesti

Spirti contaminar, vincer le dive

Sostanze, gli enti più vicini a l’ente,

I più puri vapor di quel gran Mare,

I rai più puri de l’eterno Sole?

70Miseri! da le care avite sedi,

Dal patrio regno, onde tornaro indegni,

Scacciati son dal Creator, che mille

Rapidissimi fulmini contorce,

E quei contorti, ancor n’ha mille in pugno.

75Caddero nove giorni: ivan mutando

Sembianze e forme in lor’caduta, e come

Come da Dio si dilungavan, tanto

Perdean di quella luce aurea, che un bacio

Del Creator, mentre gli uscian di mano,

80Avea di loro ne la fronte impressa:

Quale Cometa, che dal Sol partita,

Che il vaporoso avverso crin le indora,

Prima riluce: indi l’impresso lume

Va in suo cammin perdendo, ed erra alfine

85Pe i deserti del cielò ignota e trista.

Ma la decima poi che sorse Aurora,

Aperse il Caos le vaste braccia, e accolse

Quegli astri spenti nel profondo seno,

Ove tra cruccj eterni, e senza speme

90Di lunga elisse o eccentrico viaggio,

Pagaro il fio del mal concetto orgoglio.

Chi fu più saggio al prisco tempo e al nuovo

Del figliuol di Davidde? al guardo inerme

Per supremo voler s’offrio Natura,

95E a parlar non costretta o da crudele

Chimica fiamma, o da spiante ferro

Lacerator, tutto pur disse, e tutto

Da le pudiche membra il vel si trasse.

Ma crederem che il saggio Re da l’alta

100Più che umana virtù cadesse a un tratto

Ne l’abisso de gli empj, e il suo Dio vero

Con bugiardi mutasse insani Dei,

De le non dotte sue Belle idolatre

Vil gioco; e quando? in su l’età cadente,

105E vinte ch’ei n’avea l’insidie e l’arti

Ne gli anni, che più duro il vincer era?

Strano a pensar! dì che una colpa invece,

Dinanzi a cui meno grand’alma è armata,

Fece a l’altre la via: che il gran Monarca

110Cominciò prima a insuperbir di sua

Gran sapienza: che da lui l’Eterno

Piegò lo sguardo allora, e quel bel raggio,

Che d’alto gli era ne la mente sceso,

Mancò, s’estinse alfin: quindi fu preda

115De le straniere Amiche, onde il reale

Letto ingombrò; quindi l’incenso e i voti

Offri a gl’Idoli impuri, e l’Ammonita

Moloch d’uman sangue bruttato, e vago

Del grido de’ fanciulli arsi tra il foco

120Tempio ebbe e bosco, e Chamos gli ebbe, il Dio

Cui l’Orgie oscene festeggiò Moabbo,

E in Sion are vantò la Tiria Astarte,

Che Luna, che del ciel Donna il notturno

De le Vergin Sidonie inno cantava.

125A questi falsi Dei sul fin de gli anni

Tra sue barbare Drude incensi e voti

Arse e fece quel Re, che al suo Dio vero

Prima il gran tempio alzò, mirabil opra,

E futuro stupor d’occhio Romano,

130Quel Re, di cui ne l’Oriente saggio

Più saggia alma non fu, che primo in Giudą

Trafficante navile al mar commise,

E l’oro del Tarsis, de l’Offir l’oro

Sparse, ed al regno anima nuova infuse,

135E accese al popol suo giorni felici,

Con magistero egual trattando a un tempo

Filosofo la penna e Re lo scettro,

Sola tu dunque, o Verginetta illustre,

Sola sei dotta veramente e saggia,

140Tu che rinchiusa in solitarie mura

Nè temi che desio di saper t’anga,

Nè che l’orgoglio del saper ti nuoca,

Ma di bella umiltà godi vestita

Lo Sposo amando che fedel conosci

145E fedele adorando il Dio che ignori,

Paga de l’amor suo ch’or ti promette

La futura di lui contezza in cielo.

Mazza, felice lei! che notti mena

Più chiare assai de’ nostri giorni, vede

150Sorger più bello il sol, cader più bello,

Cui batte più soave in volto l’aura,

Meglio il prato verdeggia, più canori

Cantan gli augelli, il rio piagne più dolce;

E d’un più vago azzurro il ciel s’ammanta;

155Alfin cui bello è de la morte ancora

L’aspetto, ove il maggior suo bene, e mira

Schiuse a l’avido piè l’eteree porte.

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Autor
Ippolito Pindemonte
Título
A Angelo Mazza
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-a-angelo-mazza--ippolito-pindemonte-93f6a1
Cita recomendada
Ippolito Pindemonte, «A Angelo Mazza», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-a-angelo-mazza--ippolito-pindemonte-93f6a1.html

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