Un dì sue leggi la celeste Astrea
Dettò fra il suono della cetra e il canto; ποτο
E con tal arte l'uman cor movea,
Che inchinarlo a virtude era sua vanto.
Frequente intorno a lei turba accorrea
Bevendo il dolce salutare incanto;
E tutte genti l'adorâr qual Dea
Di premî e gioja, non di pene e pianto.
Ma poi ch'ella mirò l'indegno amore,
La ria bestemmia, ed un blandir nefando,
Bruttare il regno dell'Aonie suore;
L'empio abuso e disnor forte sdegnando,
Onde invilîr l'ascree fila canore,
Gittò la cetra, e diè di piglio al brando.