VUole Amor ch’io canti e scriva
Di colei, che il Tebro onora,
Di colei, che sola è Diva,
E mill’anime innamora
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5E scolora
Col suo bel l’Alba nascente
Più vezzosa, e più ridente.
Dunque il Greco Anacreonte
Nel mio cuor fervido scenda
10E con rime ardite, e pronte
Tutto tutto il sen m’accenda,
E mai renda
Col favor della sua cetra
Chiaro, al Mondo, e chiaro all’Etra.
15Già mi sento di lui pieno
E un furor di nobil canto
Mi divampa entro del seno.
Cieco Amor se tu puoi tanto,
Dammi il vanto
20Ch’io t’adori, e all’alta impresa
Rendi omai mia mente accesa.
Ma qual penna ha tal valore
Di ritrar quel nobil volto,
Che in incendio alto d’amore
25Arde tutto in se raccolto?
Ahi che stolto
È il penster di chi s’adopra
Por la mano a sì grand’opra!
Di splendore aureo divino
30Dolce sguardo in lei fiammeggia,
E d’un oro porporino
Il suo volto ecco lampeggia;
Ma la Reggia
Dell’amor, del brio, del riso
35È la bocca, onor del viso.
Bella bocca, onde gl’accenti
Suol vibrar con sì bell’arte,
E gl’Eoi rubini ardenti
Or dimostra, or cela in parte;
40E comparte
Tal dolcezza in chi la mira,
Che d’amore arde, e sospira.
Ma se volgo ardito il ciglio
Alle due guance vezzose,
45Nel candore, e nel vermiglio
Vincon queste e gigli, e rose;
Che dispose
Così ’l Ciel per sua ventura,
Che costei vinca Natura.
50Ne’ suoi lumi ha per costume
Di seder fra ’l bianco, e ’l nero
D’onestà l’eccelso Nume,
Che di lei tiene l’impero,
E l’altero
55Guardo in lei governa, e regge;
Che l’altrui desir corregge.
Che dirò di quella mano
Bianea più d’avorio schietto,
Cui non giunse ingegno umano,
60Nè per opra Mastro eletto?
Che del petto,
Cui fan termine, e confine
Bianche nevi alabastrine?
Muove il piè con tanto brio,
65Sì leggiadra agile e snella,
Che nè Fiume, Fonte, e Rio
Eguagliar si puote a quella;
È novella
Grazìosa, e vaga Dea,
70Bella più di Citerea.
Sicchè tu nella gran lite
Vincer puoi la Dea d’Amore,
Non che Palla, e Giuno unite:
Qual fia dunque aureo colore,
75Qual Pittore
Che di te l’immagin viva
Formar possa eccelsa Diva?
Deh quel giorno, in cui vid’io
Sì bel Nume in umil vesta
80Passeggiar dal Fonte al Rio
In leggiadra forma onesta,
Mai funesta
Nube il turbi; e sia d’intorno
Più seren d’ogn’altro giorno.
85In virtù del suo bel piede
Primavera alma, e vermiglia
Nascer vidi oltre ogni fede,
E al vibrar delle sue ciglia
Maraviglia.
90Diventò tutto quel Prato,
D’erbe, e fior vago, e gemmato.
Deh quel giorno, in cui fu vista
Ninfa al sedere a mensa
Tra i Pastor confusa, e mista,
95Piena d’alta gioja immensa,
Mai la densa
Fiera grandine percuota
Giorno tal, finchè il Ciel ruota.
Col suo labbro porporino
100Di gustar quivi le piacque
Dolce ambrosia di rubino,
Che nel sen di flora nacque,
E si tacque
Ogni Augello al grato invito
105Più canoro, e più spedito.
Poi sì disse: a te sacrato
Sia, o DAMETA, il nappo d’oro,
E per te mia fia più grato
Che del Gange aureo tesoro;
110Quindi il Coro
De’ Pastor gridò con lieta
Voce al ciel: Viva DAMETA.
Viva pur DAMETA, e sia
Di costanza un raro esempio,
115Nè la Sorte iniqua, e ria
Del suo Amor distrugga il tempio,
Orchè l’empio
Suo destin preme Costei
Cara agl’uomini, e agli Dei.