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PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Battista Brancadori

Giovanni Battista Brancadori · Ilustración

Signor mio dilettissimo

italiano

SIgnor mio dilettissimo,

Orchè vicino è il termine,

Che abbandonando l’Arbia

Verrete a star su ’l Tevere;

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Di darvi io mi delibero

Alcune poche regole,

Acciocch’essendo giovine

Voi non perdiate il credito.

Prendete un Ministero,

10Che a dargli buon recapito

Vi vuol la faccia rigida,

Ma non superba l’anima.

Se voi vorrete vivere

Com’uom di fama celebre,

15Bisogna aver giudizio,

Per fare il vostro debito.

Talor degli spropositi

Vedrete in ogni genere,

Nè voi con voce libera

20Dovete far da Sindaco.

E’ ver, ch’è una grand’opera

A far, che sia un miracolo

Ciò, che saria ridicolo

Per entro una commedia.

25Ma come fan le femine,

Che spesso s’imbellettano,

E con tal finta maschera

Il cuor dell’uomo adescano;

Così bisogna fingere,

30E sotto il velo ascondere

Di qualche virtù nobile

Ciò, che sarebbe vizio.

Bisogna far con Bartolo

Tal volta da Politico,

35E ’l Macchiavello leggere,

Per quindi far da Giudice.

L’Arte, che sempre domina

In Corte, a ben’intenderla

Ella è di saper correre.

40Conforme i venti soffiano.

Quindi con faccia pallida

Taluno fa l’Ipocrita,

E cinto d’un bel ruvido

S’acquista molto merito:

45E ascoso in una Camera,

Al suo Padron visibile,

Sol colle labbra mastica

Un finto Responsorio

Ma poco dopo il vespero

50All’aria de’ crepuscoli

Sen corre a far le treccole

Coll’innocenti Tortore.

Questo è un costume pessimo,

Che a sdegno Dio suol muovere

55E nelle sagre pagine

Si piange a calde lagrime,

Si può lodar un Principe,

Benchè non sappia leggere,

E dir, ch’è più d’un Tullio

60Sapiente, e d’un Demostene,

Ciò punto non pregiudica,

Nè mal te non può nascere:

Ch’importa a te, se un asino

Abbia una veste splendida?

65Ma quando poi l’intrinseco

S’ha da lodar d’un’animo,

Bisogna far lo stitico,

E dire il Ver, che sentesi.

Se a lui piace la Musica,

70O pur di suonar gl’Organi,

Di pur, che a lui può cedere

Il Pasqualino Tiepoli.

S’ei vuol far da Filosofo,

Dì pur, ch’è un Aristotile,

75E nell’Arte Poetica

Più dotto ancor d’Orazio.

A te punto non montano

Queste Pazzie frenetiche,

Nè devi far da Suocero

80Sù i punti, e le parentesi.

In somma bisogn’essere

Agnello con le pecore,

E farsi talor mungere

Per allattare i bufali.

85Intesi ciò per pratica

Da quelli, che passeggiano

Le Corti, e l’Anticamere,

Che ’l Cielo me ne liberi.

Un’Arte poi grandissima

90Ci vuole a dar recapito

A tante teste torbide

De’ Cortigiani pallidi.

Saranno spiantatissimi

Più d’una vecchia rovere,

95E voglion far da Principi

Senza denari, o crediti.

Con dieci scudi, o dodici,

Arsi, spelati, e miseri

Si vantano, che a tavola

100Mangian fagiani, e cefali.

E spesso poi ti ruttano

Un fiato sì spiacevole,

Clh’è manifesto indizio

D’aglj, di biete, e cavoli,

105È cosa da far ridere

Le Druzzole, e le Trottole,

I Gamberi, e i Papaveri,

Le Chiocciole, e il Pinottoli;

Qualor ti compariscono

110Con fiocchi, nastri, e dondoli;

Che pajon tante bestie,

Che mettonsi alla vendita.

Con fasto tal passeggiano

Vestiti d’un bell’abito,

115Pieno di polver ciprio

Come il gran Cam de’Tartari.

Ma spesso nella Bussola

Della lor Porta trovano:

Citetur l’Illustrissimo

120Marchese Gonfia-nuvoli.

E se non può rispondere

Si mette tosto in vendita

La ricca suppellettile,

Abramo, Elia instantibus.

125Quindi con volto squallido

Si stan per l’anticamere

Ed al Bruscello aspettano

Qualche Merlotto tenero.

Una parola ambigua

130Di quel, cui dessi servono,

Spesso la soglion vendere

Più di cinquanta Talleri.

Così sì ringalluzzano,

E fanno gli Arcifanfani,

135Ma quel, ch’è più, in un attimo

Tornar il vedi al solito.

Se accade poi discorrere

Di Nuove, o di Politica,

Ti contan cento frottole,

140E mille, e più spropositi.

Diran, che il Franco esercito

Tanta assediar Dalmazia

Fortezza famosissima

Nel Regno dell’Insubria.

145Che son molesti gl’Ungheri

All’Isola di Gheldria,

E in guisa tal confondono

Co i Regni le Provincie.

Ma che dirò de’ Famuli,

150Gente ubriaca, e sordida,

Avvezza sempre a vivere

Nel giuoco, e nella crapola?

Questa è una razza pessima,

E tu quanto puoi fuggila,

155Che spesso ancor co i pavoli

Ti sa tradire, e perdere,

Ciò che t’ho detto è piccola

Parte di quelle Massime,

Che nelle Corti regnano,

160Tranne di lor pochissine.

A te, Signor, un Principe

Ti diè sorte benefica,

Saggio, prudente, amabile,

Che in tutta Roma adorasi.

165E ben vegg’io, che scegliere

Suol fra i migliori gl’ottimi,

Se prese te fra ’l numero

Di tanti al Mondo celebri.

Dunque che fai più remore?

170Vieni, che al seno stringere

Ti vuò col dolce vincolo

Di fede, e d’amor tenero.

Di Roma nel dì dodici

Del Mese, in cui si pigliano

175Tordi, Fringuelli, e Lodole

Ti scrive il tuo Canonico.

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Autor
Giovanni Battista Brancadori
Título
Signor mio dilettissimo
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-signor-mio-dilettissimo--giovanni-battista-brancadori-3db1e9
Cita recomendada
Giovanni Battista Brancadori, «Signor mio dilettissimo», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-signor-mio-dilettissimo--giovanni-battista-brancadori-3db1e9.html

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