SIgnor mio dilettissimo,
Orchè vicino è il termine,
Che abbandonando l’Arbia
Verrete a star su ’l Tevere;
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Di darvi io mi delibero
Alcune poche regole,
Acciocch’essendo giovine
Voi non perdiate il credito.
Prendete un Ministero,
10Che a dargli buon recapito
Vi vuol la faccia rigida,
Ma non superba l’anima.
Se voi vorrete vivere
Com’uom di fama celebre,
15Bisogna aver giudizio,
Per fare il vostro debito.
Talor degli spropositi
Vedrete in ogni genere,
Nè voi con voce libera
20Dovete far da Sindaco.
E’ ver, ch’è una grand’opera
A far, che sia un miracolo
Ciò, che saria ridicolo
Per entro una commedia.
25Ma come fan le femine,
Che spesso s’imbellettano,
E con tal finta maschera
Il cuor dell’uomo adescano;
Così bisogna fingere,
30E sotto il velo ascondere
Di qualche virtù nobile
Ciò, che sarebbe vizio.
Bisogna far con Bartolo
Tal volta da Politico,
35E ’l Macchiavello leggere,
Per quindi far da Giudice.
L’Arte, che sempre domina
In Corte, a ben’intenderla
Ella è di saper correre.
40Conforme i venti soffiano.
Quindi con faccia pallida
Taluno fa l’Ipocrita,
E cinto d’un bel ruvido
S’acquista molto merito:
45E ascoso in una Camera,
Al suo Padron visibile,
Sol colle labbra mastica
Un finto Responsorio
Ma poco dopo il vespero
50All’aria de’ crepuscoli
Sen corre a far le treccole
Coll’innocenti Tortore.
Questo è un costume pessimo,
Che a sdegno Dio suol muovere
55E nelle sagre pagine
Si piange a calde lagrime,
Si può lodar un Principe,
Benchè non sappia leggere,
E dir, ch’è più d’un Tullio
60Sapiente, e d’un Demostene,
Ciò punto non pregiudica,
Nè mal te non può nascere:
Ch’importa a te, se un asino
Abbia una veste splendida?
65Ma quando poi l’intrinseco
S’ha da lodar d’un’animo,
Bisogna far lo stitico,
E dire il Ver, che sentesi.
Se a lui piace la Musica,
70O pur di suonar gl’Organi,
Di pur, che a lui può cedere
Il Pasqualino Tiepoli.
S’ei vuol far da Filosofo,
Dì pur, ch’è un Aristotile,
75E nell’Arte Poetica
Più dotto ancor d’Orazio.
A te punto non montano
Queste Pazzie frenetiche,
Nè devi far da Suocero
80Sù i punti, e le parentesi.
In somma bisogn’essere
Agnello con le pecore,
E farsi talor mungere
Per allattare i bufali.
85Intesi ciò per pratica
Da quelli, che passeggiano
Le Corti, e l’Anticamere,
Che ’l Cielo me ne liberi.
Un’Arte poi grandissima
90Ci vuole a dar recapito
A tante teste torbide
De’ Cortigiani pallidi.
Saranno spiantatissimi
Più d’una vecchia rovere,
95E voglion far da Principi
Senza denari, o crediti.
Con dieci scudi, o dodici,
Arsi, spelati, e miseri
Si vantano, che a tavola
100Mangian fagiani, e cefali.
E spesso poi ti ruttano
Un fiato sì spiacevole,
Clh’è manifesto indizio
D’aglj, di biete, e cavoli,
105È cosa da far ridere
Le Druzzole, e le Trottole,
I Gamberi, e i Papaveri,
Le Chiocciole, e il Pinottoli;
Qualor ti compariscono
110Con fiocchi, nastri, e dondoli;
Che pajon tante bestie,
Che mettonsi alla vendita.
Con fasto tal passeggiano
Vestiti d’un bell’abito,
115Pieno di polver ciprio
Come il gran Cam de’Tartari.
Ma spesso nella Bussola
Della lor Porta trovano:
Citetur l’Illustrissimo
120Marchese Gonfia-nuvoli.
E se non può rispondere
Si mette tosto in vendita
La ricca suppellettile,
Abramo, Elia instantibus.
125Quindi con volto squallido
Si stan per l’anticamere
Ed al Bruscello aspettano
Qualche Merlotto tenero.
Una parola ambigua
130Di quel, cui dessi servono,
Spesso la soglion vendere
Più di cinquanta Talleri.
Così sì ringalluzzano,
E fanno gli Arcifanfani,
135Ma quel, ch’è più, in un attimo
Tornar il vedi al solito.
Se accade poi discorrere
Di Nuove, o di Politica,
Ti contan cento frottole,
140E mille, e più spropositi.
Diran, che il Franco esercito
Tanta assediar Dalmazia
Fortezza famosissima
Nel Regno dell’Insubria.
145Che son molesti gl’Ungheri
All’Isola di Gheldria,
E in guisa tal confondono
Co i Regni le Provincie.
Ma che dirò de’ Famuli,
150Gente ubriaca, e sordida,
Avvezza sempre a vivere
Nel giuoco, e nella crapola?
Questa è una razza pessima,
E tu quanto puoi fuggila,
155Che spesso ancor co i pavoli
Ti sa tradire, e perdere,
Ciò che t’ho detto è piccola
Parte di quelle Massime,
Che nelle Corti regnano,
160Tranne di lor pochissine.
A te, Signor, un Principe
Ti diè sorte benefica,
Saggio, prudente, amabile,
Che in tutta Roma adorasi.
165E ben vegg’io, che scegliere
Suol fra i migliori gl’ottimi,
Se prese te fra ’l numero
Di tanti al Mondo celebri.
Dunque che fai più remore?
170Vieni, che al seno stringere
Ti vuò col dolce vincolo
Di fede, e d’amor tenero.
Di Roma nel dì dodici
Del Mese, in cui si pigliano
175Tordi, Fringuelli, e Lodole
Ti scrive il tuo Canonico.