UN verde ramoscello in piaggia aprica
Dell’alber sacro all’Eliconie dive
Io piantai già con giovinetta mano:
Nudrillo in sul principio un’aura amica,
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5E bevve l’acque cristalline e vive,
Che dal bel colle ivan scendendo al pian;
E già sorgea qual re del campo erboso,
Quando atro impetùoso,
Pur come suol dall’Aquilone algente,
10Fiero turbo gli mosse orrida guerra,
E ne gittò repente
Ogni sua pompa, e le sue spoglie a terra.
Strano a pensar come l’abete e ’l pino
E la quercia frondosa e ’l faggio forte
15Parver del cader suo trarne allegrezza;
Perchè locati sopra giogo alpino
Già non temean della contraria sorte,
Turba selvaggia ed ai contrasti avvezza:
Il lauro, il lauro mio, che all’ombre amene
20Del gelido Ippocrene
Traea le muse, ahi che col tronco infermo;
E ludibrio de’ venti, al suol sì giacque;
E, chi riparo e schermo
Dovea prestargli, Apollo il vide e tacque.
25Caro germe gentile, ahi chi ti svelle,
Gridai allora, e chi fa oltraggio indegno
Alla tua spoglia omai caduca e frale?
E se questo è tenor d’avverse stelle,
Che non soffron del Ciel pari lo sdegno
30Quei, ch’ebber teco il nascimento uguale?
Stelle non furon già, fur d’arti ignote
Maghe e profane Note,
Che svegliarono per l’aria atre tempeste,
E l’empie furie del tartareo albergo
35Uscir veloci e preste
Di procelle e di nembi armate il tergo.
Deh chi cuor generoso asconde in petto,
Rimembri sì qual fu il mio grido e ’l duolo,
Ond’io n’ebbi gran tempo umido il ciglio,
40Qual ora io vidi un sì crudele effetto,
Che portò seco ogni speranza a volo,
E mi tolse dall’alma ogni consiglio.
Le foglie sparse al caro tronco avante
Io radunai tremante,
45E le bagnai di lagrime vivaci
Poi nel mio seno innamorato accolte
Di mille e mille baci
Giammai non sazio io le segnai più volte,
Anzi dal luogo, onde a ragion sospiro,
50Chi ’l crederia?, pur da quel luogo istesso
Dopo il mio dannò io non sapea levarme;
E volgea lento il debil guardo in giro,
Talora alzando il ciglio egro e dimesso,
Per veder s’altri fosse a consolarme;
55Com’uom che ’l suo tesor perde tra via
Che pur avvien si stia
Lì dove il perse, e di trovarlo spera,
E di mille pensier l’animo ingombra.
Poi quando il giorno assera,
60La speme e non il duol chiude con l’ombra.
Dunque al rotar del gran pianeta eterno
Non fia ch’altra vermena umile e lenta
Da quel misero tronco unqua germoglie?
Dunque per lui sarà perpetuo verno?
65Nè quando il Sole il caldo raggio avventa
Di suo smeraldo vestirà le foglie?
Or che giova invitar le Ninfe ai balli
Giù per l’Aonie valli,
Se l’alber sacro, a cui corona intorno
70Faceasi al suon d’armonìosa lira,
Di sue ricchezze adorno
Più non risplende, e grato odor non spira?
Ma pur talvolta in bel giardino illustre
Vidi tenera pianta altrui gradita
75Mancar del verde suo nativo onore:
Nè del custode ogni fatica industre
Parea bastante a riserbarla in vita,
Oppur di Borea a riparar l’orrore:
Quando ecco ad arte quasi al suol recisa,
80Mentri ella stassi in guisa
Che ravvisarne il suo Signor gentile
Non potria ’l luogo dove in pria la scorse,
All’apparir d’Aprile
Più che già non solea lieta risorse.
85Sorgi ancor tu’ diletta amica pianta,
E le verdi tue braccia alzando al Cielo
Ringrazia il vero onnipotente Giove,
Che dopo i nembi, onde Aquilon si vanta,
Dopo gli sdegni e le pruine e ’l gelo,
90Del suo rigor più sopra te non piove.
Altri avverrà che per stupore esclami:
Come di folti rami,
Come di nova scorza si rinveste,
E stassi altiera in sull’Etrusche sponde?
95Ma all’onorate teste
Tu serba sol della tua sacra fronde.
Lorenzo, Voi, che per sublime ingegno
Sete d’allor ben degno,
Voi, cui nembo d’error Febo disgombra;
100Vedete addentro il mio pensier col senno
Se, qual per velo ed ombra,
Gli occulti sensi del mio cuore accenno.