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PoetósferaLa BibliotecaAntonio Pucci

Antonio Pucci · Medieval

Un gentiluom di Roma una fiata

italiano

Un gentiluom di Roma una fïata

Si mosse per andar alla ventura.

Su una gran pianura

Trovò un ricco e nobile castello;

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Ma era sera, e fame gli è abbondata.

E come giunse a’ fossi delle mura,

Ei così alla sicura

Dentro alle porte entrò, quel baron bello.

E cavalcando si scontrò un donzello;

10E con gran reverenza il salutava,

E poi il dimandava

D’un buon albergo: ed egli rispondea

Che in quel castello albergo non avea.

— La cagion è che questo gran signore

15Che signoreggia il castello e ’l paese

(Egli è tanto cortese!)

Chiunque ci arriva vuole a sua magione,

E fa a tutti quanti un grande onore.

Questo ch’io dico è chiaro e ver palese.

20A tutti fa le spese,

Chi si vol sia o di che condizione.

Ma, non vi saprei poi dir la cagione,

Busse e mazzate fa dar infinita

A tutti alla partita. —

25Disse il Roman — Là mi conviene andare,

Se mi dovessi tutto far fiaccare. —

Al palazzo n’andava quel Romano.

E quel signor, come l’ebbe veduto,

A lui ne fu venuto,

30E disse — O gentiluomo, scavalcate; —

E la staffa gli prese con sua mano.

Lassollo fare il Roman, nè fu muto

Rendergli un bel saluto.

Disse il signore al Roman — Ben vegnate:

35Siete voi troppo lasso, o come state? —

E fello a’ suoi famigli disarmare

E ’l caval governare.

Per man lo prese, e ’n sala l’ha menato

Dov’era riccamente apparecchiato.

40 Venuta l’acqua, e quel signor dicea

— O gentiluom, andatevi a lavare. —

Ed ei senza tardare

Presto faceva il suo comandamento.

Lavossi quel Roman come volea,

45E po’ in capo di mensa lo fe stare;

E senza dimorare

A fare i suoi comandi non fu lento.

Mangiato ch’ebbon con suo piacimento,

Vennono al tempo poi a un ricco letto.

50Disse il signor perfetto

— O gentiluomo, entrate in questa sponda: —

Ch’era dall’altra sua sposa gioconda.

Ed ei v’entrò, nè fe al dir diviso:

Ma quel signor da poi nel mezzo entrava,

55E così si posava.

Al giorno chiaro ciascun s’è levato.

Lavossi quel Roman le mani e ’l viso,

E quel signor dell’acqua gli donava:

Ei non gliel contrastava.

60Armossi tosto, e poi prese commiato.

Ma poco fu dal castel dilungato,

Che tornò in drieto con chiaro visaggio,

E disse — O signor saggio,

Perchè non mi hai tu fatto bastonare,

65Siccome agli altri sei uso di fare? —

Disse il signor — Perchè non l’hai servito;

Chè il mio comandamento hai tutto fatto.

Ma egli c’è alcun matto

Che vuol esser signor di casa mia:

70S’i’ dico — Togli, — i’ son mal ubbidito,

Ma che io tolga ei mi risponde ratto;

E par che sia di patto

Che a ciò ch’io dico tengan questa via,

E voglion pur del mio far cortesìa:

75Ond’io per questo gli fo gastigare.

Tu hai saputo fare,

Ch’a’ miei comandi non hai contradiato;

E però non se’ stato bastonato. —

Canzon mia, di’ — Chi non vuol bastonate;

80Chi arriva a casa altrui, ed egli piaccia;

Quel che gli è detto, faccia,

E faccial tosto senza far contese:

Ch’egli è buono imparare all’altrui spese. —

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Autor
Antonio Pucci
Título
Un gentiluom di Roma una fiata
Lengua
italiano
Época
Medieval
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-un-gentiluom-di-roma-una-fiata--antonio-pucci-1bc8cb
Cita recomendada
Antonio Pucci, «Un gentiluom di Roma una fiata», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-un-gentiluom-di-roma-una-fiata--antonio-pucci-1bc8cb.html

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