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Scipione Errico · Barroco

Sorge nobil città, che altera siede

italiano

Sorge nobil cittá, che altera siede

del bel Tirreno in su l’argentee sponde,

che l'ossa illustri ond’essa è degna erede,

di Partenope bella in grembo asconde.

Tra verde e fertil urna ella si vede

del riverente mar restringer l’onde,

e con cento edifici e cento braccia,

Brïarea torreggiante, il ciel minaccia.

Ma frondosa con lei cittá confine,

con bei verdi palaggi, alta gareggia,

dove Pomona il pampinoso crine

tra vetri di ruscei specchia e vagheggia;

dove con vive e ruggiadose brine

imperlarsi il bel sen Flora si preggia;

dove odorati, candidi e vermigli

cittadini sen stan del sole i figli.

Di piropi e smeraldi allegri tetti

fan le viti serpenti, alto poggiando,

e morbidi figura e freschi letti

l’umido suol, la molle erbetta ornando,

e, con fertil guatar, ne’ verdi aspetti

stansi l’amanti palme amor spirando,

e spiegano i naranzi in bel tesoro

odorati diamanti e poma d’oro.

Vaghi accenti, volando in vaghi cori,

la dipinta d’augei schiera diffonde;

garrulo rio per trasparenti errori

con la lingua d’argento a quei risponde;

forma anch’essa tra lor detti canori

l’aura con susurrar tra fronde e fronde,

sí che in dolce armonia s’accoppia intanto

d’aure, d’acque, d’augei la voce e ’l canto.

L’aura, che del ballar nobil maestra,

dolce commove a vaghe danze i fiori,

e seco or a sinistra or move a destra

con lunghi giri i lascivetti odori;

l’aura, ch’or dona or toglie e, accorta e destra,

di natura comparte almi tesori,

de la verde famiglia è spirto e vita

e ’l ciel ridente a vagheggiarla invita.

Vicino è ’l mare, e vaghe e ricche sponde

fanno minute perle ai suoi zaffiri;

vago specchio è del ciel, qualor senz’onde

placido starsi e trasparente il miri;

vago è s’al moto il mormorio confonde,

e increspandosi ancor par che s’adiri;

vaghe son l’ire sue spesso a vederle,

quando il vago zaffir trasmuta in perle.

Era nel tempo allor che in trono ardente

coronato di raggi il Sol sedea

e ne l’aria accampar duce potente

con falangi di fiamme alto parea;

struggeasi in foco il tutto e riverente

a l’aspetto di lui l’aura tacea;

par che acceso stupor la terra ingombre,

fugge il fresco nel centro e fuggon l’ombre:

quando quivi fur viste ignude a l’onde

vaghe ninfe tuffarsi e vaghe dee:

tra nereidi cosí liti gioconde

vengon dolci a mischiar l’alme napee;

rideva il mare e germogliar feconde

bianche spume parean di Citeree.

Cosí a l’erm’acque, ai ciechi sassi, a l’òre,

spettacol di sue pompe offerse Amore.

Lega in trecce una il crin, l’altra il figura

piramide gentil d’oro con oro;

questa al vento il dá preda e di natura

fa ne l’aria ondeggiar crespo tesoro;

fállo incolto cader quella e nol cura,

de’ morbidi alabastri aureo lavoro;

gli occhi azzurri una tien, ma pura luce

da due neri levanti altra ci adduce.

Clizia ha d’ostro le guance; un puro latte

in faccia ha sol la delicata Irene;

Silvia per tutto le sue nevi intatte

tempestate di rose intorno tiene;

di dolci baci al molle invito fatte

di rugiada d’amor gravide e piene

ha due porpore Filli e par che scocchi

dolce riso con lor, ma pria con gli occhi.

Spira con grato e con mortal diletto

da mantice gemmato Armilla i venti;

l’alma Clori consuma in vago affetto

al dolce foco di rubini ardenti;

mamme l’una non ha, l’altra nel petto

immature le mostra ancor nascenti;

altra grazia e beltá si cangia e mesce

in altre ed altre, e si diffonde e cresce.

Ma gli scoperti e tremoli candori,

de l’incendio d’amor brine cocenti,

al par dolci, al par vaghi e pari albori

son de’ chiari dal mar Soli sorgenti;

schiera parean di delicati avori,

schiera di vaghi e teneretti argenti;

nuotan leggiadre e fan vezzoso e vago

di tenerette nevi amato lago.

Ed in un s’inargenta e in un s’indora

con spume il mar, con sciolte chiome e bionde,

e gemiti d’amor mandan talora

da le tenere palme aperte l’onde;

spingonsi destre e fan lor moto ancora

le man, le gambe alabastrine e monde:

vaghi remi d’avorio ai vivi legni,

di merci di bellezza onusti e pregni.

Or inarcan le braccia ed agli aspetti

son con archi d’argento ignudi Amori;

or fermi e stesi in sugli ondosi letti

spiegan molli d’amor gli aperti onori;

talor mostran sott’acqua i membri e i petti,

tra vasi di zaffir divi candori;

si tuffan, s’ergon, fan carole e balli

per l’ampie vie de’ trasparenti calli.

E tra moti e tra nuoti urtansi a gara

l’amorose guerriere in lieta giostra;

e vi è cui l’onestá pur troppo è cara,

che a le ignude bellezze il volto inostra;

de’ bei membri altre ancor parte piú rara

toccan scherzando a chi schivar ciò mostra;

d’acque si spruzzan gli occhi, e i vaghi visi

accompagnano al nuoto e vezzi e risi.

Tal era il nuoto e cosí arar parieno

con aratro d’avorio i salsi campi;

vibran tra ’l mar, pur come un ciel sereno,

gli occhi, stelle d’amor, tremoli lampi;

con bellezze schierate ond’è il mar pieno

par che contra i rubelli Amore accampi,

o che vogli destar quasi per gioco

per le nevi guizzanti a l’onde il foco.

E voi, stellati pesci, e tu bramasti

tra bei pesci d’amor guizzar, delfino;

ed anco per costor tu desïasti

essere, o can celeste, il can marino;

de l’acceso desir parte appagasti

tu de l’eterne sfere occhio divino,

tra le bellezze e tra l’argentee stille

seminando talor lampi e faville.

In ninfa Proteo per nuotar con loro

mutossi; e tutto l’umido confine,

per mirar, ingombrar vidute fôro,

sorte dal cinto in su, le dee marine;

invaghiti correan de’ lacci d’oro

i bei muti nuotanti al biondo crine,

e tra lor dolce e con tarpate penne

stuol d’ignudi Amoretti a guizzar venne.

Escono alfin da’ salsi ondosi umori

e stillan molli perle i vivi argenti,

che gocciolando van tra’ bei candori,

de l’aria di beltá stelle cadenti.

Ruggiadose cosí n’appaion fuori

l’aurore al bel seren de’ giorni algenti;

uscir de l’acque e mano a mano uniro

ne l’arenosa scena e han fatto un giro.

Vago giro d’amore e vaga sfera

d’alta beltá ne l’amoroso mondo;

la soma soffreria dolce e leggiera,

fatto Atlante, ogni cor di sí bel pondo;

vago e novo zodiaco, entro ’l qual era

fatto piú nobil Febo, Amor fecondo,

o pur d’ogni bramosa accesa mente

del bel foco d’amor sfera cocente.

Danzan festose, e l’animate brine

volgon giocose e lascivette e snelle;

sfavillanti le luci e peregrine

seguon pargoleggiando i piedi anch’elle;

scende dal molle capo il folto crine

sovra le mamme tenerette e belle,

e al par d’un Sol che dal mar Indo è fuora,

quei due monti d’argento il capo indora.

Treman le crude mamme e trar diresti

nel teatro de’ petti i balli a prova.

Qual veder fu, come d’ignudi e presti

vaghi avori saltanti un stuol si mova?

qual veder fu senza l’odiose vesti

danzar cerchio amoroso in foggia nova,

che gira e spiega al fin d’alquante rote,

orologio d’amor, sonore note?

Canti, scherzi, sorrisi entro i tesori

di scoperte bellezze Amor confonde;

quando cantan costor, tra salsi umori

sembran vaghe ballar ne l’alto l’onde;

quando ballan costor, detti canori

confonde il mar tra minïate sponde,

ch’or vago suoni a le lor danze, or pare

che balli al suon de le lor note il mare.

— La donna è un ciel — diceano, — ha il capo aurato,

di Berenice i lucidi capelli;

porta negli occhi il Sagittario armato,

porta negli occhi i lucidi Gemelli;

gli occhi ond’è vago un Orïon formato,

gli occhi, Soli de l’alma amati e belli,

gli occhi che, vòlti in varie e gentil arti,

sembran Veneri ed Orse e Giovi e Marti.

Del troian l’urna è de la bocca il vaso,

son picciole vigilie i bianchi denti;

son l’aquila in prontezza e ’l gran Pegaso,

cigno e cetra in dolcezza i lieti accenti;

libra due poli, ed orto sono e occaso

le due del bianco sen poma sorgenti;

la donna è un ciel, ma al moto suo giranti

son caduchi elementi i fidi amanti. —

A tal canto, a tal ballo, al divo aspetto

ch’offre ignuda beltá d’almi candori,

tacquer gli uccelli e sul depinto letto

trattenne il rivo i fughivi umori;

gli elementi arrestarsi, e per diletto

fermâr le sfere i sempiterni errori:

le vidde e tenne in lor stupide e fisse

l’eterne luci il sommo Giove, e disse:

— Che veggio? or che vaghezze oggi apparîro,

che indizi son d’alte bellezze eterne?

Non formar tai concetti unqua s’udîro

né sí vaghe girar le sfere eterne.

Piú non dimori in terra un sí bel giro,

ma faccia adorne le maggion superne,

e dal candor di quelle nevi intatte

si figuri nel ciel strada di latte. —

Cosí diss’egli e, chini e riverenti,

gl’imi abissi tremâr, tremâr le sfere;

veggonsi in ciel di fiamme e d’òr lucenti,

le donzelle poggiar ratte e leggiere;

s’alzan tra l’aria, e tra le nubi e i venti

sparivan giá; ma allor che in vesti nere

dal bel terrestre sen la notte uscia

n’apparve impressa in ciel la Lattea via.

Cosí per sommo eroe spiegava il canto

Opico pastorel presso a Peloro;

poi disse: — O gran Borgesi, accetta intanto

frutto immaturo di toscano alloro;

mentre non può mio suon poggiar cotanto

che narri i preggi tuoi, che muto onoro.

Solo umil sotto te star io m’appago,

come l’aquila tua sta sotto il drago.

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Autor
Scipione Errico
Título
Sorge nobil città, che altera siede
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-sorge-nobil-citta-che-altera-siede--scipione-errico-42ac4b
Cita recomendada
Scipione Errico, «Sorge nobil città, che altera siede», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-sorge-nobil-citta-che-altera-siede--scipione-errico-42ac4b.html

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