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PoetósferaLa BibliotecaCarlo Innocenzo Frugoni

Carlo Innocenzo Frugoni · Ilustración

Serenissimo Senato

italiano

Serenissimo Senato,

Un Poeta indebitato,

Trattenuto dai timori

Degli attenti Creditori,

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Se ne viene al vostro Trono,

E ben degno è di perdono.

Se il cammin mi fosse aperto,

Padri eccelsi, vorrei certo

Col tributo de’ miei carmi

10In persona a voi prostarmi.

So, che sempre meglio chiede

Quell’ossequio, che si vede,

Che si move, parla, espone,

E risponde a chi s’oppone,

15Profittando de’ momenti

Favorevoli ai Presenti.

Ed in vero, o saggi, o prodi

Del Ben pubblico custodi,

Padri eccelsi, quand’io venni,

20E pregai, quali non ottenni,

Supplichevole Oratore,

Clementissimo favore?

Sono in Parma, ov’ho la sorte

Di servire in regal Corte,

25Che in due Principi rinserra

Quanto v’ha di grande in Terra.

Passo giorni tristi e neri

Carco d’anni e di pensieri,

Perchè ho debiti parecchi,

30Parte nuovi, e parte vecchi,

Che per vivere ho contratti,

E non ho mai soddisfatti.

Al mio cuor son tante spine

Mille intere Genovine,

35Che fur prestiti cortesi,

Ch’eran d’altri, e ch’io già spesi,

E che prima di morire

Vorrei pur restituire.

Ma far questo e come mai,

40Come uscir di tanti guai

Se non ho per mio sostegno

Che la penna, e che l’ingegno?

Sono, ohimè!, per ogni lato

Dalla angustie circondato:

45Son ridotto a non potere

Farmi in Pubblico vedere:

Chè se mai con piè dubbioso

Fuor la testa metter oso,

Invan studio gir lontano

50Da chi cercami, ed invano

Per fuggir questo pcricolo

Muto calle, e muto vicolo,

Che per tutto a mio rossore

Sempre trovo un Creditore.

55Nè mi giova a volto basso

Toccar via, che ad ogni passo

Son tirato per i panni:

Chi mi dice son vent’anni,

Chi son dieci, e chi son sei,

60Che non veggo i denar miei.

Per non esser sì confuso

Neppur valmi lo star chiuso;

L’uscio mio, se in casa stò,

Aver bene mai non può:

65Che chi deve aver da me

Vi stà fermo su due piè,

Batte, picchia,. e all’uscio muto,

Che battuto e ribattuto

Non risponde, nel partire

70Dice cose da non dire.

Padri eccelsi, un Uom, che è nato

Sotto un Ciel così onorato,

Così pien di libertate,

Come quello, ove regnate,

75Viver deve sempre carico

Di vergogna e di rammarico,

Senza speme di riscatto

Di que’debiti, che ha fatto?

Dovrà eterno prigioniero

80Viver sempre in Ciel straniero?

Uom, che sempre per affetto,

Per dovere fu soggetto

Alla Ligure immortale

Nobil sua Patria regale:

85Uom, che amolla ovunque ei fosse,

Che di gioja si commosse,

E innalzò la fronte altera

Quando videla guerriera

Col valore de’ suoi Figli

90Trìonfare de’ perigli?

Uom che ignoto alfin non è,

E che a Genova non fè,

Non fè al Sangue ed a’ Parenti

Disonor co’ suoi talenti?

95Niun sollievo a lui darà

La Fraterna Eredità,

Mal disposta, mal divisa,

Ed in parte anco indecisa?

So, che appena riverenti

100Le mie Suppliche innocenti,

Padri eccelsi, a voi verranno,

Contro me congiureranno

Gl’inflessibili rigori

De’ miei santi Esecutori,

105E con grave autorità

Da lor forse si dirà:

Che adempiuto ogni Legato,

Ogni Debito pagato,

Deve il resto esser assunto

110In suffraggio del Defunto;

E che son gli altri danari

Di que’ tanto a Cristo cari

Poverelli del Vangelo,

Che son degni del lor zelo.

115Ma se a’ Poveri lasciò

Il Fratello, che testò,

Ignorar come potea,

Trascurar come dovea,

Che il Maggiore Poverello

120Era appunto suo Fratello?

Quasi sacre ( e chi nol sa? )

Son l’estreme volontà.

Del suo faccia quel che vuole

Chi per sempre perde il Sole;

125Faccia quel, che più gli piace;

Faccia il Giusto, e vada in pace.

Ma chi muor, perchè in buon’ora

Non provvede ai Vivi ancora?

Perchè lascia in tomba esangue,

130In miserie il proprio sangue?

Perchè, oh Dio!, sente, e non cura

ll gran dritto di Natura,

Che Dio stesso d’alto regge,

D’alto modera, e protegge?

135Dritto santo, eterno dritto,

Più che in carte impresso e scritto

Dentro il cuore delle genti

Dal Signore de’ Viventi.

Oh fraterno Testamento,

140Con qual l ena io ti rammento!

Perchè in te leggo, e ravviso

Quel, che forse in Paradiso

Può tardare al Fratel mio

Il gran Ben di veder Dio!

145Padri augusti, che il potete,

Al suo meglio provvedete,

Abbia omai dall’alta mano

Del poter vostro sovrano

Con reciproco conforto,

150Bene il Vivo, e pace il Morto.

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Autor
Carlo Innocenzo Frugoni
Título
Serenissimo Senato
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-serenissimo-senato--carlo-innocenzo-frugoni-c50cd3
Cita recomendada
Carlo Innocenzo Frugoni, «Serenissimo Senato», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-serenissimo-senato--carlo-innocenzo-frugoni-c50cd3.html

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