Risplende appena in Oriente, e un fianco
Del solingo mio letto il Sole indora,
Ch’io con le dita frettolose il sonno
Scaccio dagli occhi, e prendo in man la cetra.
E come è fama, che nel sacro Egitto
Di Mennone s’udisse il simulacro
Risonar, tosto che di Febo i primi
Purpurei raggi il percuoteano, anch’io,
Tocco dal Nume degl’ingegni, mando
Mattutine dal sen voci canore.
Tu ridi, Amico: tu, che gli anni muto,
Come un abitator dell’onde, vivi,
E pur nascesti per cantar qual bianco
Del suol, del ciel, dell’acque ospite cigno.
Dunque un Mevio, ed un Bavio entro le mie
Non colpevoli orecchie i lor malnati
Versi non versi lancieran mai sempre;
E tu, amor delle vergini di Pindo,
Tu, vero fabbro di perfetti carmi,
Starai dormendo su la fredda incude?
So, che il desio di quel rimbombo vano,
Che detto è lode, un saggio cor non move:
Ed io pure squarciai per tempo il velo,
Magico velo, sotto a cui le cose
Di bugiardo splendor si tingon tutte.
Ma quel musico alato, che rinchiuso
In aerea prigion dal tetto pende
Della stanza vicina, Amico, il senti?
È forse amor di sospirata lode,
Che gli affatica sì la crocea gola?
Così ancor del mio petto escono all’aura
Le armonizzate voci; e su deserta
Piaggia marina, e nella verde notte
Uscirian pur di solitaria selva.
Nè però niego, che se mai le approva
Il difficil di Tucca orecchio raro,
E se Cloe nell’udirle apre un sorriso,
Non mi assalga piacer: quindi fatica
Non v’ha, che a me per adornarle incresca.
Tu il sai: tu, che nel mio dolce ritiro
Cerchi per me sovente la ritrosa,
E tra le fibre più riposte e interne
Del buon cerebro tuo tal or nascosta
Parola illustre, che tra i lenti sorsi
Dell’odorate Americane spume
Scocca alfin dal tuo labbro, e d’improvviso
Poetico fulgor quasi lampeggia.
Talor dissento, e mia ragion difendo:
E qui sorge tra noi subita pugna,
Ma così breve, che nell’urlo istesso
S’uniscon le placate alme concordi.
Così vedi, se il mare Eolo conturba,
Cozzar due flutti, e nel cozzar, passaggio
Far l’un nell’altro, e ricader congiunti.
Contese amiche, ed innocenti gare,
Soavi cure, ameni studii e cari,
Voi balsamo versale in quelle piaghe,
Che del fato la man ci aprì nel core.
Ove siam, Vittorello? e che mai visto
Non abbiam noi? Fu mia delizia i giorni
Condurre all’ombra de’ tranquilli boschi.
Ma quale omai v’ha gleba, che il guerriero
Sangue Germano, e Gallico non lordi,
O che il pianto del suo cultor non bagni?
Villa mi biancheggiava in un bel colle,
Che distrutta mi fu. Qual pro, se ancora
Stesse non tocca? I circostanti oggetti
Per me tutti cangiaronsi: non serba
Più quegli odori, e que’ colori il campo,
Oro non è la messe, e discordato
Mormora il rivo, che non è più argento.
Vien subito a turbarmi ogni diletto
L’atro pensier, che quelle verdi piante,
Onde il piano si veste, e la collina,
Del sangue uman, che ad esse intorno corse,
Sì rigogliose crebbero, e sì verdi.
Nè più nel fondo della selva credo
Veder tra quercia e quercia le festive
Driadi or mostrarsi, or disparir: ma scorgo
Degli estinti guerrier l’Ombre nemiche
Rinnovar l’ire non estinte, e tutto
Di redivivo orror tingere il bosco.
Fuggo dunque dai campi, e mi ricovro
Tra mura cittadine. Ma quai fresche
Ritrovo io qui memorie acerbe! E quanti
Mutati dal dolor volti a me noti
Rincontro, ch’io più non ravviso! Io stesso
Delle piangenti donne al petto appesi
Vidi succhiar più lagrime, che latte,
Gli appassiti bambini: io stesso quelle,
Che figli non avean, rendere udii
Dell’infecondo sen grazie agli Dei.
Più non brillava, che sul labbro ignaro
De’ fanciulletti, il riso; il feral bronzo,
Che suol pianger chi muor, gli orecchi nostri
Non atterriva più; d’invidia oggetto
La tranquilla si feo tomba degli Avi;
E un ben solo spuntò fra tanti mali:
Bello a mostrar cominciò Morte il volto.
Deh quale io corsi con le incaute dita
Trista corda a toccar! Perdona, Amico,
Se di lugubre troppo, e ingrata veste,
Poichè a te volar dee, s’avvolse il canto.