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Ippolito Pindemonte · Romanticismo

Rime (Vittorelli) — Epistola 1

italiano

Risplende appena in Oriente, e un fianco

Del solingo mio letto il Sole indora,

Ch’io con le dita frettolose il sonno

Scaccio dagli occhi, e prendo in man la cetra.

E come è fama, che nel sacro Egitto

Di Mennone s’udisse il simulacro

Risonar, tosto che di Febo i primi

Purpurei raggi il percuoteano, anch’io,

Tocco dal Nume degl’ingegni, mando

Mattutine dal sen voci canore.

Tu ridi, Amico: tu, che gli anni muto,

Come un abitator dell’onde, vivi,

E pur nascesti per cantar qual bianco

Del suol, del ciel, dell’acque ospite cigno.

Dunque un Mevio, ed un Bavio entro le mie

Non colpevoli orecchie i lor malnati

Versi non versi lancieran mai sempre;

E tu, amor delle vergini di Pindo,

Tu, vero fabbro di perfetti carmi,

Starai dormendo su la fredda incude?

So, che il desio di quel rimbombo vano,

Che detto è lode, un saggio cor non move:

Ed io pure squarciai per tempo il velo,

Magico velo, sotto a cui le cose

Di bugiardo splendor si tingon tutte.

Ma quel musico alato, che rinchiuso

In aerea prigion dal tetto pende

Della stanza vicina, Amico, il senti?

È forse amor di sospirata lode,

Che gli affatica sì la crocea gola?

Così ancor del mio petto escono all’aura

Le armonizzate voci; e su deserta

Piaggia marina, e nella verde notte

Uscirian pur di solitaria selva.

Nè però niego, che se mai le approva

Il difficil di Tucca orecchio raro,

E se Cloe nell’udirle apre un sorriso,

Non mi assalga piacer: quindi fatica

Non v’ha, che a me per adornarle incresca.

Tu il sai: tu, che nel mio dolce ritiro

Cerchi per me sovente la ritrosa,

E tra le fibre più riposte e interne

Del buon cerebro tuo tal or nascosta

Parola illustre, che tra i lenti sorsi

Dell’odorate Americane spume

Scocca alfin dal tuo labbro, e d’improvviso

Poetico fulgor quasi lampeggia.

Talor dissento, e mia ragion difendo:

E qui sorge tra noi subita pugna,

Ma così breve, che nell’urlo istesso

S’uniscon le placate alme concordi.

Così vedi, se il mare Eolo conturba,

Cozzar due flutti, e nel cozzar, passaggio

Far l’un nell’altro, e ricader congiunti.

Contese amiche, ed innocenti gare,

Soavi cure, ameni studii e cari,

Voi balsamo versale in quelle piaghe,

Che del fato la man ci aprì nel core.

Ove siam, Vittorello? e che mai visto

Non abbiam noi? Fu mia delizia i giorni

Condurre all’ombra de’ tranquilli boschi.

Ma quale omai v’ha gleba, che il guerriero

Sangue Germano, e Gallico non lordi,

O che il pianto del suo cultor non bagni?

Villa mi biancheggiava in un bel colle,

Che distrutta mi fu. Qual pro, se ancora

Stesse non tocca? I circostanti oggetti

Per me tutti cangiaronsi: non serba

Più quegli odori, e que’ colori il campo,

Oro non è la messe, e discordato

Mormora il rivo, che non è più argento.

Vien subito a turbarmi ogni diletto

L’atro pensier, che quelle verdi piante,

Onde il piano si veste, e la collina,

Del sangue uman, che ad esse intorno corse,

Sì rigogliose crebbero, e sì verdi.

Nè più nel fondo della selva credo

Veder tra quercia e quercia le festive

Driadi or mostrarsi, or disparir: ma scorgo

Degli estinti guerrier l’Ombre nemiche

Rinnovar l’ire non estinte, e tutto

Di redivivo orror tingere il bosco.

Fuggo dunque dai campi, e mi ricovro

Tra mura cittadine. Ma quai fresche

Ritrovo io qui memorie acerbe! E quanti

Mutati dal dolor volti a me noti

Rincontro, ch’io più non ravviso! Io stesso

Delle piangenti donne al petto appesi

Vidi succhiar più lagrime, che latte,

Gli appassiti bambini: io stesso quelle,

Che figli non avean, rendere udii

Dell’infecondo sen grazie agli Dei.

Più non brillava, che sul labbro ignaro

De’ fanciulletti, il riso; il feral bronzo,

Che suol pianger chi muor, gli orecchi nostri

Non atterriva più; d’invidia oggetto

La tranquilla si feo tomba degli Avi;

E un ben solo spuntò fra tanti mali:

Bello a mostrar cominciò Morte il volto.

Deh quale io corsi con le incaute dita

Trista corda a toccar! Perdona, Amico,

Se di lugubre troppo, e ingrata veste,

Poichè a te volar dee, s’avvolse il canto.

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Autor
Ippolito Pindemonte
Título
Rime (Vittorelli) — Epistola 1
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-rime-vittorelli-epistola-1--ippolito-pindemonte-cd083f
Cita recomendada
Ippolito Pindemonte, «Rime (Vittorelli) — Epistola 1», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-rime-vittorelli-epistola-1--ippolito-pindemonte-cd083f.html

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