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PoetósferaLa BibliotecaMalatesta Strinati

Malatesta Strinati · Ilustración

Perchè, Licida mio, sì solitario

italiano

Melibeo.

PErchè, Licida mio, sì solitario

Passi i giorni nemico all’uman genere,

Da quel di pria tanto mutato e vario:

Pur la greggia guidavi all’erbe tenere,

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5E sentivi cantar Montano, e Corido,

Quando il fuoco d’Amor, quando di Venere.

Ed ora in volto dispettoso, ed orrido

A i Pastori t’involi, e par ch’abbomini

Dov’è il pasco più verde e ’l suolpiù florido.

10E sdegni ch’altri la Sampogna nomini,

Nè più curitoccarcetere e naccheri

A te stesso odioso, al Mondo e agli Uomini.

Hai lordi i panni, ahimè, tutti di zaccheri,

E vai qual’Uom, cui più pensier non pungano

15Di cingersi alla fronte edere e baccheri.

Cerchi le vie, dove orme d’uom non giungano,

E pasci l’agne tue di spine e triboli,

Da cui mani non v’ha, che latte emungano.

Ti son cari i più chiusi ermi latiboli,

20Come gli infranti muri a gufi e a nottole,

Cui la luce del Sol contristi e triboli.

Più non godi sentir egloghe e frottole

Compor Montano, e dar spirto a’ tuoi cantici

Gonfiando pive, ed asciugando ciottole.

25Noi passiam lieti i dì laddove ammantici

Or bell’ombra d’un Orno, ora d’un’Acera,

Dove più fresco il Ciel scioglie i suoi mantici.

Tu nudri il serpe in sen, ch’il cuor ti lacera,

Nè pensi, che l’età purtroppo rapida

30Ci sugge il sangue ad ora ad ora, e macera.

Folle, chi corto viver suo dilapida

Nutrendo in sen mordaci cure a cumuli,

Che anticipata parangli la rapida

Non voler, che il tuo male alfin t’intumuli.

35Epria che giunga ella ch’il Tutto esanima,

Non procacciare a te medesimo i tumuli.

Riedi, deh riedi, ed al cantar e’ innanima;

Che ben vedrai, ch’eguale all’età vetere

Vive virtù ne’ boschi ancor magnanima.

40Flauti, e siringhe udrai, crotali, e cetere

Far le selve suonar di Pisa, e d’Elide,

Alto così, che n’andrà ’l suono all’etere,

Già par, ch’il paragon tremanti, e gelide,

Al rifiorir delle Camene Italiche,

45Teman l’Andica Musa, e la Sicelide.

Licida.

O Melibeo, oltre le vie Tessaliche,

Oltre l’Ircane rupi, oltre il Mar Scitico,

Chi ben viver desìa, convien, che valiche.

Vedi, ch’ognun mesce zizania al tritico,

50E per fior, che si dia, prende altri lappole,

E munge altri le capre, e fa il Politico

Dove vai, trovi tese insidie, e trappole;

Io, poichè nacqui a Fato avverso ed aspero

Cerco fuggirle tutte, e tutte incappole;

55Onde in provar sorte sì ria m’inaspero,

Ed odio il Mondo sì, ch’ognora induromi

Più che macigno il cuor, più che diaspero.

Di cetera, e di macchere non curomi;

Fuggo l’altrui commercio, e solo vivomi;

60Che quanto solo son, tanto assicuromi.

Di ciò, ch’altri desìa, ben lieto privomi,

E sol ch’all’ombra io sia d’elci e di roveri,

A gran piacere, a gran ventura ascrivomi.

Guido le pecorelle a paschi poveri;

65Ma contento pur son, poichè non temono

Che sott’erba infedel l’angue ricoveri.

Quand’arde il Sole i campi, o i venti fremono,

Mi riduco all’ovile, ed ivi giacciomi,

Fin ch’avvampa la terra, o i boschi gemono.

70Mungo allora la greggia, e ricco facciomi:

E benchè ho poco latte, ho gran delizia,

Che di poc’esca a mensa io soddisfacciomi.

De tempi essam’invola alla nequizia,

Nè più bram’io; che se mi veste, e sazia,

75Questa mia povertade è mia dovizia,

Altri all’ampia Città, dove si spazia

Gran gente porti i tener’agni a vendere

Per desio di quell’Or, che poi lo strazia,

Tempo fu, ch’ancor io, vago d’apprendere

80D’accordar maggior voce a suon di fistola,

Ardii ver la Cittade i passi stendere.

Vi giunsi, e intento la mirai; ma vistola

Sparsa di gente a mal’oprar sollecita,

Tornai piena di merce ancor la cistola.

85E invan cura d’onor l’alma sollecita,

O desio di peculio il cuor mi stimola

A tornar là, dove ogni cosa è lecita.

Chi può soffrir volto, ch’ossequia, e simula

Labbro, il cui riso è nel mentir sardonico

90Lingua, che rode più d’un aspra limula

Ma quel che più mi rende malinconico

E, che quei vizj a noi pur si dilatano

E l’un pravo Pastor fu l’altro erronico

Invidi fra di lor sempre si guatano;

95Nè quel secolo e più, quando che unanime

Tutt’Arcadia accogliea l’ombra d’un platano,

Manco l’età dell’Oro, e cadde esanime

Colla fè l’innocenza, e sorse il vizio

Non pigro al suo guadagno, o pusillanime.

100Io di ciò fin d’allor mal presi indizio,

Che vidi ogni Pastor con tanta smania

Sì spesso ambir nella Città l’ospizio,

Ben detestò la giovenile insania

Con infelice canto il tristo cuculo

105Venuto a noi da regione estrania,

Furon sentiti allor pria del diluculo

Parlar gli armenti, e vidersi poi rodere

Tutte le messi la locusta, e ’l bruculo.

Quanto era meglio allor la terra fodere,

110Piantar le viti, ed innestargli arbuscoli,

Ca’ irsi vilmente il nostr’onore a prodere!

Ben’io dissi a Licisco: i tuoi munuscoli,

Che porti alla Città, fien tuo dedecore:

Scopro chiaro i tuoi danni, e non offuscoli.

115Nostro ufficio è guardar giovenchi, e pecore,

Cultivar orti, e quando l’ore avanzano,

Tendere insidie a lodolette, e a lecore.

Tu vai nella città dove ognor stanziano

Miste Ciprigne a mentitor Cupidine,

120E Bacco, e Momo a suon di lire danzano.

Vè mal cauto Garzon, e ho gran formidine,

Che qual vai, tal non torni! E ben tornossone

Tutto fraude e livor, fasto e libidine,

Sicchè gli altri corruppe, e quasi fossene

125Ei soll’agnella infetta, il mal contagio

Serpendo all’altre a poco a poco andossene.

Ond’or cresciuto è sì l’uso malvagio,

Che (tranne pochi) chiaschedun pericola

Tra flutti rei d’universal naufragio.

130Ricerca ogni capanna, ed ogni edicola

Per monti, e vali; ognun vedrai, che medita

Ozio da cittadini, più che da agricola.

readia, Arcadia e quella sei, che dedita

Alle bell’arti un tempo esempio specolo

135Eri ad altrui d’ogni virtù più predita?

Se qual fosti e qual sei contemplo e specolo,

Veggio, che fosti già splendore e gloria,

Ed or misera sei vergogna al secolo.

Chi più cerca lasciar di se memoria

140Segnando carmi in sulle dotte cortici

Pcr farsi tra Pastor degno d’istoria?

Dacchè diessi a cantar tra scoglj, e vortici,

Nocchiere di Pastor fatto il grand’Azio,

Non sorge più chi a bell’onor confortici.

145Fama è, ch’al canto suo, per lungo spazio

Gisser le piante, e stesser l’onde immobili,

Quasi al magico suon del cantor Trazio,

Restan le selve or taciturne, e ignobili,

I boschi muti, aridi i prati e squallidi,

150Di brutt’acque corrotti i rivi mobili,

Cantate or voi, nel cui precordj calidi

Semi sparse Natura, onde rigermini

L’antico onor d’Arcadia, e si convalidi.

Da voi nasca virtù, ch’i vizi estermini,

155Da voi la terra si coltivi, e generi

Nuovi fior, nuove fronde, e nuovi germini,

Sterpate l’erbe al prisco April degeneri,

Date agli alberi legge, e i tronchi mutuli,

D’aspro verno trofei, cadano in ceneri,

160Licenziose viti i tralci mutuli

Sentan frangersi al piè, sicchè risorgano

In nuove piante più feconde, ed utili:

E quando i laghi in liquid’Or si sgorgano,

Esse coi rami affaticati, e carichi

165Più leggittimi figli a Bacco porgano.

Le pendenti procelle altrove scarichi

Giuno, che ad ora ad or co’ tempi nubili

L’ordin posto dal Ciel par, che prevarichi.

Nè più forch’a stagion, l’aria si annubili,

170Ma Zeffiro leggier sì dolce movasi,

E il Ciel tutto sfavilli, ’l Mondo giubili.

Allor fia che dal Ciel Febo rimovasi,

E qual, lungo l’Anfriso, i tauri pascoli

Colà dove per voi Pindo rinnovasi,

175Allor fia che, le gregge intente a i pascoli,

Sotto un lauro con voi cantando assidasi,

E ponga in premio archi, faretre e vascoli,

Talor vinto da voi sarà, che ridasi

Dell’ardir fortunato, e in cuor s’esilari

180Per la virtù, ch’in vostro petto annidasi,

Ecco vengono i dì felici, ed ilari,

Ecco l’albòr, ch’i nostri colli irradia,

Per cui tema l’invidia, e si disilari

Gonfiate omai la fistola Palladia,

185Fate intorno suonar cembali e piferi,

Sicchè l’Arcadia alfin ritorni Arcadia.

Già veggio gli alvear, qual pria melliferi.

Veggio all’aure ondeggiar l’erbetta tremula,

Veggio gli alberi al suol pender fruttiferi.

190Veggio la Gioventude ardente, ed emula

Correr solo da voi per norma togliere

Come senno e valor s’acquista, e s’emula.

Me, che mi seppi da vil cura sciogliere,

Quando per nuova e miglior via m’insemito,

195Lasciate altri penseri in mente accogliere.

Così del volgo rio m’involo al fremito,

E tuoni contra me Fortuna, e fulmini,

Non m’estorce dal cuor sespirò, o gemito.

Che quasi calchi dell’Olimpo i culmini,

200Vivo in serena parte, e indarno stridere

Mi sento il piè procelle, e fulmini.

E mentre attendo a me da me dividere,

Prende egualmente della Sorte instabile

E lo sdegno, ’l favor l’alma a deridcre.

205Brev’e ’l furor dove null’è durabile,

Vile il favor se non si stende, e volvesi

Che in cose sottoposte al tempo labile.

Presto pompa mortal manca, e dissolvesi,

Presta la Gioventù, declina al senio,

210E ’l Tutte in poca polve alfin risolvesi,

Che fora, se per me tutto il Partenio

Biancheggiasse di gregge, e i giorni lepidi

Tutti donassi alla letizia, e al genio?

Vedi i Ricchi in suo cuor mai sempre trepidi;

215E sempre intenti a cumular peculio,

A i dì freddi sudar, gelare i trepidi;

E sempre paventar, dal Marzo al Lulio

Che non ogni aura in Ciel muova precipiti

Nembi a sterpare il vegetante edulio.

220Vedili sempre mai pendere ancipiti

Sull’adunate messi, e quali a scutica

Paleo rotassi intorno a i ricchi stipiti.

E la fame soffrir ch’ognor gli scutica,

Nè goder più di lui, che pago rendesi

225A un rio ch’ondeggia, a un arboscel che frutica

Ma letizia mortal fin dove stendesi?

Ah ch’in sì stretto, e breve giro chiudesi,

Che spesso il riso al lagrimar comprendesi!

Quando l’uman pensier, quando deludesi!

230Crede il Fato ingannar col lieto vivere,

Ma non però dal fatal colpo escludesi;

Ch’alle rigide Parche egli fè scrivere

Sù diamante immortal l’irremissibile

Ora, che volle al nostro fin prescrivere,

235E rida, o pianga l’uom, non l’invincibile

Destin commuove, o fa ch’altrove liberi

Il ferrugineo stral l’arco infallibile.

Ma se tu stesso ben teco deliberi,

Dirai lampo il gioir, che splende e oscurasi,

240Sicchè smarrito piè non è, ch’alliberi,

Quand’era nell’età, che l’uom figurasi

Oro ciò che riluce, e crede spurio

Il dì, che senza festeggiar trascurasi;

Ben mi rimembra aver con lieto augurio

245Superato nel canto Alcone, ed Opico,

E pende il premio ancor nel mio tugurio.

Passava il Sol dall’uno all’altro tropico,

Ed io sempre cantando il vedea correre

Dall’Indico Oceàno all’Etiopico.

250Pochi nel corso mi vedean precorrere,

Nessuno al salto; e in lanciar dardi e jacoli

Dal segno nè pur un sapea trascorrere.

Giunto poi ne’ miei chiusi ermi abitacoli

Or che ti resta, io dicea meco stupido,

255Di tanti lieti tuoi giuochi e spettacoli?

Vè che sei d’ombre, anzi d’un Nulla cupido,

Che qual vento sen va, nè lascia immagine;

Ma ’l più facil sentier si fa poi rupido.

Ciò mi prefissi in mente, e qual propagine;

260D’arbor gentil, che in rozzo tronco innestasi,

Ed altre frondi, ed altri fior propagine;

Crescea, l’alto pensier, sicchè in grand’estasi

Le mondane follìe mirando stavami,

Qual chi vaneggia in sogno, e saggio destasi,

265Talchè dell’alma ad uno ad un staccavami

I contumaci affetti, e di più serie

Voglie vestendo a poco a poco andavami;

E stupìa come nella folta serie

De’ suoi gravi martir l’uom possa impavido

270Col riso lusingar le sue miserie.

Allor dell’avvenir dolente e pavido

Tacqui, e la cetra appesi ad un corbezzolo,

Di cui tanto era pria bramoso ed avido.

S’or mi appare un piacer, men fuggo e sprezzolo,

275E copro il cuor di tanta amaritudine,

Che per diletto a lagrimare avvezzolo,

Solo è delizia mia la solitudine,

Nè, fuor che muti orrori, altro desidero,

Che tutto altro è per me sollecitudine.

280Un dì mi disse Egòn: se ’l Ver considero

Dal tuo tacere, al qual’io non assenzio;

Fosti in Amicla, o i Lupi pria ti videro?

o mossi un riso, e ’l temperai d’assenzio;

Ch’io non so dire in loco ermo, ed incondito

285Quante cose m’insegna il mio silenzio.

disti ciò, che porto in petto ascondito,

O Melibeo; nè però quanto rumini

Ti svelai tutto il mio pensier recondito.

Così te ancora un giorno il Cielo illumini,

290Ch’allor vedrai il ben, che l’uom felicita,

Solo venir dal Genitor de’ lumini;

E ch’ogni mal nasce da voglia illicita,

Ch’abbia usurpato alla Ragion l’imperio

Nel nostro cuor, qual’edra in tronco implicita;

295Ch’ei ci trae d’uno in altro desiderio,

E dal vecchio martir nel nuovo invescaci,

(Regga il Sol questo, o pur l’altro emisperio)

Con faccia di piacer sì l’alma adescaci;

Ma ’l piacer che non è, manca a scrutinio,

300E resta sol ciò, che nel cuor rincrescaci.

Chi vuol pace al dì chiaro, e al gallicinio

Dall’inquiete passioni indomite

Libero alla Ragion lasci il dominio.

Ch’ella a bella Virtute amica, e comite,

305Qual per esperta man destriero affrenasi,

Fia, che tutto de vizj imprigli il fomite:

E di là dove or s’alza, orainarenasi

L’uman desìo, fugherà nembo e turbine;

Che se zeffiro spira, il mar serenasi.

310Allor ciò che n’alletti, o ciò che turbine

Vedrà con ciglio egual, ch’il senso fragile

L’alma pace a Ragion non è che sturbine.

Ella il terreno suo grave ed inagile

Deprime sì, ch’alla sua prima origine

315S’innoltra ognora più spedita, ed agile.

E da quella inesausta scaturigine

Tal luce attrae, che chi si degna tangere

Solleva al Ciel dalla mortal caligine.

Lui nulla puote o dilettare, odangere,

320Che di queste mondane ombre ingannevoli

Non sa ben saggio cuor ridere, o piangere.

Di lei son’io seguace, onde a piacevoli

Scherzi mi chiami invan, che io sì reputoli

Come a mal cauta greggia erbe nocevoli,

325Sicchè al mio cuor sono i tuoi preghi mutoli,

Poichè me stesso sol di me riempio,

E gli esterni piacer sdegno, e rifiutoli.

Dunque più meeo omai non esser. empio:

Vattenè al tuo gioire, e al mio qui lasci ami,

330O se meco esser vuoi siimi, d’esempio.

Melibeo.

Licida, il tuo cantar sì l’alma affasciami,

E in sì varj pensier la mente aggirami,

Che consolami insieme, insieme ambasciami.

Quinci un pensier voglie più sagge inspirami;

335Ma sorto l’altro poi, che il primo supera,

Tutto seco mi piega e seco tirami,

Se l’alma mai sua libertà ricupera,

Sicchè dal senso la Ragion si scarceri

Ch’ora lui serve, e in dignità l’esupera,

340Non esiglj, martir, periglj, o carceri,

Nè pur minacce di crudel eccidio

Far potran più, che com’or son, m’incarceri

Il moderato tuo desire invidio,

Ch’il piè qui tien qual peregrina rondine,

345Quando dal volo suo levi il fastidio;

E stimi tal chi in vil ricchezza abbondine,

E speri in lor, qual chi già stanco e debile

Per sostegno s’appoggia a frale arondine.

Il tuo dir stammi al cuor fisso e indelebile,

350E comincio a mirar con rai più rigidi

Il nostro vaneggiar coufuso e flebile.

Ma già l’aria d’intorno è, che s’infrigidi;

Ch’il Sol gaduto nell’ondoso Oceano

Manda vapori al Ciel più crudi e frigidi.

355Parto, e i desiri, ch’in cuor nido aveano,

Mancano a poco a poco, e via sen fuggono,

E nuovi altri migliori ivi si creano.

Tal se le nevi e i rai del Sol si struggono,

Tosto l’erbette dal terren germogliano,

360Ch’almo vigore dalle dolci aure saggono.

Già le campagne di pallor si spogliano:

Non lungi è ’l Maggio; e i vaghi fior si destano,

E gli augelletti di cantar s’invogliano,

Non i ruscelli più nel gel s’arrestano:

365Ma mentre sciolti i nudi prati bagnano,

Fan che di nuovo e verde onor si vestano

Senti, come i lor lai meste accompagnano

Luscinia e Progne, or che fra noi soggiornano;

Sì dolcemente verso il Ciel si lagnano.

370Di color mille il Monte e ’l Pian s’adornano;

E la pura colomba al Sole abbellasi;

E gli agnelletti a pascolar ritornano.

Licida, quando il Mondo rinnovellasi,

Tutto anch’io rinnovar dentro e fuor sentomi;

375Sicch’il novello all’antic’uom ribellasi.

Le passate follìe detesto, pentomi:

Ma l’alma ancor vacilla, onde pur dubito,

Non ricaderdonde levar già sentomi.

Tu quando sia, solleva il mio decubito,

380Rinnova i tuoi consiglj; e sai ch’è solito;

Presto mutarsi chi risolve subito.

Sai, che troppo siam pigri a ciò, ch’è insolito;

Terren, che s’abbandona al fine ingioncasi;

Nè cresce in un balen perla, o grisolito,

385E per un colpo sol quercia non troncasi.

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Autor
Malatesta Strinati
Título
Perchè, Licida mio, sì solitario
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-perche-licida-mio-si-solitario--malatesta-strinati-f13a71
Cita recomendada
Malatesta Strinati, «Perchè, Licida mio, sì solitario», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-perche-licida-mio-si-solitario--malatesta-strinati-f13a71.html

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