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PoetósferaLa BibliotecaFrancesco Maria Gasparri

Francesco Maria Gasparri · Ilustración

Or, che ritorna il sacro dì beato

italiano

Eurindo.

Or, che ritorna il sacro dì beato,

Sacro al nato fra noi Re delle Stelle,

Ricominciate, o Muse, il canto usato.

Le prime del gran parto alte novelle

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Recaron pure Angelici messaggj

Ai Pastori di Giuda e d’Israelle.

Sulle loro capanne i primi raggi

Posò quel lume, che divenne poi

Stella a scortar dell’Orìente i Saggj.

10Strano a vedere i molli greggj e i buoni

Da loro abbandonarsi, e correr presti

Tosto ch’udiro: Ei nacque or’or fra voi.

E chi lieto intrecciar semplici innesti

D’erbe colte per via, chi sparger canti,

15Cui fean’eco per l’aria inni celesti.

Solo Alessi fra noi non fia che canti

L’amoroso Mistero, e lui, che ascose

Sua tanta gloria entro caduchi ammanti

Alessi.

Sai, che narrar le sovraumane cose

20Non lice a tutti, Eurindo; e pena ottenne

Chi in Ciel le labbra temerario pose?

Non ogni augel per volo eccelso ha penne:

Altro è radere il lido, altro disciorre

Per l’aperto Oceàn velate antenne.

25Chi stassi in valle, e chi su rocca, o torre.

Nostro è il campo solcar, pascer il gregge,

Non all’antiche cetre i pregj torre.

Eurindo.

Pur nel Parrasio bosco ancor si legge,

A chiare incise memorabil note,

30Non so se in lauro, o in cedro antica legge.

Quando l’anno rinverde, e noi percuote

Con rai più lunghi il Sole, al Dio Bambino

Tributi Arcadia melodie divote.

La valle, il piano, il colle, ed il vicino

35Antro risuoni in voci alte, e giulive

Suo nome incomprensibile divino;

Cantando lui, che l’umili e mal vive

Nostre spoglie vestissi, e approdar volse

Dal sommo Cielo a queste basse rive.

Alessi.

40Ben lo sapeva, Amico, e spesso accolse

Me ancor con gli altri in giro il verde prato,

Quando Arcadia al buon Nume inni disciolse,

Ma timor fosse, o riverenza al nato

Re della Gloria, o che sembrar potesse

45Tardo il tributo, e quindi a lui men grato;

Tacquer l’Arcade Muse, e parve ad esse

Giusto il silenzio; che lodar dobbiamo

Il Ciel quand’ei d’esser lodato elesse.

Nè in campo il fior, nè in giovin pianta il ramo

50Spunta nell’arso Agosto; e i Numi ancora

Voglion, che in lor stagione i voti offriamo.

Eurindo.

Offriamgli dunque perchè nacque or’ora

L’eterno Figlio: ancor dura la luce

Della vital sua prima umana Aurora.

55E poichè quì gli armenti nostri adduce

A più bei paschi l’inclito Cratèo,

Qual’Uom, che fassi altrui sostegno, e duce;

Lasciando i noti campi e ’l patrio Alfèo,

Cantiamo il gran Natale e la gran prole,

60Mercè di lui, che a noi quest’ozio feo.

Sai pur quali, maggior più che non suole,

Il cinto Sacerdote al sagro Tempio

Fè dell’alto Mistero alte parole.

Alessi.

Io non l’udii, ch’il vecchio Padre e scempio

65Tutto quel dì vollemi seco a lato:

Comincia or tu, ch’io poi mie voci adempio.

Eurindo.

Or che ritorna il sacro dì beato,

Sacro al nato fra noi Re de le Stelle,

Ricominciate, o Muse, il canto usato.

70Gioite pur castissime Donzelle,

Che lunga etade il desìato sposo

Invan cercaste in queste parti e in quelle.

Or chiedendone al fonte, or’al nevoso

Lanuto armento, ora del campo al fiore,

75Che sorgea mattutino e rugiadoso.

È nato, è nato il vostro dolce Amore:

La mistica di Jesse antica Verga

Fiorita è al fine, ed il bel frutto è fuore.

Non più temete, che di tosco asperga

80Le vostre tazze quel crudel tiranno,

Che al superbo Aquilon premea le terga.

Cadde l’orribil mostro; ecco all’inganno

Già tolto il velo; ecco chi muover guerra

A gli astri osò, pien di vergogna, e danno

85Gite intanto allo speco, ove si serra

Il vostro Amor; le luci sue vezzose

Vedrete, e qual le chiude, e’n Ciel disserra.

Oh quali, oh quante non credute cose

Colà vi fian palesi! Il sacro Veglio

90Sen riede al Tempio, e poscia a noi s’ascose,

Alessi.

Forse col roco canto io turbo e sveglio

I dolci sonni tuoi Figlio celeste,

Splendida imago dell’eterno Speglio.

Pur mentre il Cielo ride, il Suol si veste

95D’improvvisa letizia; e riverenti

Più non turbano il Mar venti e tempeste;

Chi darà legge a i desìosi accenti,

Onde lieto non gridi: Oh per gran sorte

Età beata, e noi beate genti!

100Tornato è alfin quel secolo, che Morte

Non vide, in cui fioriro Alme pudiche,

Pigre alla colpa, e al suo contrario accorte

Quando solo virtude alle fatiche

Era scorta, era premio, ed era il Mondo

105Aureo tutto, e ripien dell’opre antiche.

Tal’un giorno cantava Uranio al biondo

Dio di Cira sì caro, ed alla Dea,

Che il mio pesa, ed il tuo con egual pondo,

Anzi soggiunse che così dicea

110Dal cavo speco, ebbra di Nume ignoto,

La fatidica Vergine Cumèa.

Giunse lassù, diceva, il comun voto;

Dall’ampio sen degli anni età novella

Nascer già veggo, e prender legge, e moto.

115Età, cui non fu pari, o simil quella,

Che di Saturno al buon tempo fioria,

Quand’un sol tetto avean lupo ed agnella.

Dall’alto Ciel prole immortal s’invìa,

Nuova insolita prole, a cui dà vita

120Madre, ch’intatta è poi qual’era in pria.

Eurindo.

O Madre, o Madre, quanto dir m’invita

De’ tuoi gran pregi un riverente affetto,

Chè più che può col buon voler m’aita.

Allo Spirto divino albergo e tetto

125Tu fosti; ei nel tuo sen rapido scese,

Vestendo umana spoglia ad un tuo detto.

Fecero forza le tue brame accese

All’invincibil Dio; quindi a Te venne

Nè ciò depose mai che da Te prese.

130Che non scrisser di Te l’eccelse penne

Di profetiche Muse, e quai figure

Noni adombrato quanto poscia avvenne?

Di Te, del parto tuo le cifre oscure

Il buon Avo spiegommi, allor ch’appena

135Io stampava nel suolo orme sicure.

Vive ancora le serbo, e in rozza avena

Or vuò ridirle. . .

Alessi.

Ed io con versi alterni,

Forse a seguirti avrò coraggio e lena.

Eurindo.

140Stillaro alfin da poggi aurei superni

Mele e rugiada: han pur le nubi amiche

Piovuto il voto de’ bei colli eterni.

Quindi vedrem d’onor le già mendiche

Selve, mercè di quel celeste umore,

145Rinverdir tosto, e le campagne apriche.

Alessi.

Alfin s’aprìo la Terra, e mandò fuore

Eletto Germe, che da lei sortìo

Qual per cristallo suol passar splendore.

E tal virtù da quel Germoglio uscìo,

150Ch’ora vedrem di mille fiori eletti

Pingersi il prato e il margine del rio.

Eurindo.

Voce s’udì, che da’ sublimi tetti

Delle sfere discese: O tu che siedi,

Donna real co’ piè da’ lacci stretti,

155Sciogli pur, sciogli le catene, e riedi

Della Sionne al prisco soglio altero:

Innalza il guardo alla tua gloria, e vedi

Padre al secol futuro, ed al primiero,

Forte e soave Angiol del gran consiglio,

160Che su gli omeri suoi porta l’impero.

Alessi.

Mele alle labbra, e maraviglia al ciglio

Sono i gran nomi onde s’onora, e appella

Chi lei creò, di cui fu Sposo, e Figlio.

Eurindo.

Dimmi: qual fu quella gran Donna? quella,

165Che terribile è al par d’armato stuolo,

Ma come Luna, e come Sole è bella?

Alessi.

Dimmi: qual fu quel vello eletto e solo,

Che nell’aperto suol dolce rugiada

Fè tutto molle, e non fè molle il suolo?

Eurindo.

170Dimmi: chi fu colui, che scettro e spada

Strinse, e qual noi condotto il gregge avea,

Che del suo sangue al gran Messia fè strada?

Alessi.

Dimmi: qual fu quel rogo, in cui splendea

Nube di fuoco, che cingealo intorno,

175Nè il secco rogo a tante fiamme ardea?

Eurindo.

Dimmi: non è egli Ver, che notte al giorno

Non mai agguagliossi? e pur notte comparve

In chiaro viso, e d’alta luce adorno.

Alessi.

Dimmi: non è egli Ver, che a tutti apparve

180Sempre ogni stella? E pure astro lucente

Da tre fu visto, ed a tant’altri sparve.

Eurindo.

Ritiratevi in porto afflitta gente,

Tornate al lido naufraghi mortali;

L’ire del Ciel son contra voi già spente.

185Non udi te gli spirti almi, immortali,

Che di sicura pace a voi dan pegno;

Pace madre alle gioje, e fine a i mali?

Alessi.

Itene all’antro fortunato e degno,

Anime elette, ch’a sinistra il Cielo

190Folgorar vidi, e dar di pace il segno.

Colà vedrete lui, che d’unan velo

Godè coprirsi, esposto alle vicende

(Tanta fu sua pietà!) d’orrido gelo.

Eurindo.

Gite intrepide pur, che le tremende

195Forme nascose Ei, che vuol solo il cuore;

E se ’l vede, lo fura, e più no ’l rende.

Ma d’esso in loco, di celeste ardore

Rìempiravvi il petto; ond’io non era

Qual son, direte, e son di me maggiore.

Alessi.

200Voi, cui di gemme, ed or l’ingorda, e nera

Fame muove a sfidare euri, e procelle,

Nuove strade cercando, onde si pera;

Venite a lui, che di fin’ora le stelle,

E il Sol vestìo: quante ricchezze, e quante

205Gioje daravvi, sempre nuove e belle!

Eurindo.

Voi, che nel cuor piaghe sì crude e tante

Provate, qualor volge o Clori o Fille

Più vago, o più severo il bel sembiante;

Venite a lui, che altissime faville

210Vibra da’ rai divini, e giovinezza

Non perde mai, scelto fra mille, e mille.

Nettare d’incffabile dolcezza

Ha nelle labbra, e al viso eterno Aprile:

Folle chi non s’accende a tal bellezza!

215Or perch’ei sempre guardi il nostro ovile

Da’feri lupi, e da rie serpi il prato,

Spargendo di bei fior la cuna umile,

Seguite, Arcadi Muse, il canto usato.

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Autor
Francesco Maria Gasparri
Título
Or, che ritorna il sacro dì beato
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
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Cita recomendada
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