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PoetósferaLa BibliotecaAntonio Caraccio

Antonio Caraccio · Ilustración

Oltre le mete, che segnò del mondo

italiano

OLtre le mete, che segnò del mondo

De’ mostri orrendi il Domator gigante

Valle è el Mar, c’ha così basso il fondo,

Com’è sublime il Mauritano Atlante.

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Quasi nel vasto suo seno, profondo

Tutto assorbisce il pelago sonante:

Sì lunghi stende i termini, e sì ampi

Fuor di Cantabria gli arenosi campi.

In fondo a questa, ove più fiero ondeggia

10Dell’Oceano il tempestoso orgoglio,

Stà in mezzo a un’antro una superba Reggia

Che fa Teatro a un più superbo soglio.

Sovra cent’archi concavi torreggia

L’antro, formando un incavato scoglio,

15Che in guisa di piramide si stende

Sull’ampio albergo, e maestoso il rende.

Fianchi non ha, ma su grand’archi in foggia

D’anfiteatro è il gran Palagio eretto;

E in doppio giro di colonne appoggia

20Le spaziose legge e gli archi e ’l tetto.

Ogni colonna, ogn’arco ed ogni loggia

E’ d’an cristallo rilucente e schietto

Fuorchè le basi i capitelli e i giri,

Che di smeraldi sono e di zaffiri.

25Sotto ad un Ciel d’effigiato argento

Sù gradi di corallo è il Seggio adorno

D’un intero piropo, appo cui spento

Carbon sarìa chi fa la notte e ’l giorno

Cento seggj a sinistra, ed altri cento

30Fangli a man destra ampia corona intorno,

Qual di topazio e qual d’elettro, varj

Di color tutti, e di beltà sol pari.

Quivi, in tal’antro, in sì superbo chiostro

Di Nereidi frequente e di Tritoni,

35Il gran padre Ocèan, che suol dell’Ostro

Abitar le sì vaste regìoni,

Viene a raccor dell’emisperio nostro

Due volte l’anno i suoi tributi e i doni,

Che quindi la Numidia, e quinci manda

40Il Sen mediterraneo e ’l Mar d’Irlanda.

Onde allor, che tornando il Sol discioglie

L’ispida chioma al gelido Appennino

E quando il suol delle cadenti foglie

Tutto si copre, e sol verdeggia il pino;

45Ogni Fiume real, che ’l Mare accoglie

Tra i termini di Gade e dell’Eusino,

Suole ridursi in quest’amena chiostra

A far de’ doni suoi superba mostra.

Quivi si tratta, si consiglia e intende

50Ogni novella poi nel nostro Polo;

S’Africa ha pace, o se la guerra incende

L’Asia, e d’Europa o l’allegrezza o ’l duolo

Ond’ei, che regge il Mar, le sue vicende

Accorda a i moti istabili del suolo,

55Or le calme ordinando, ed ora i venti,

Come più importa alle divise genti.

E già dal cerchio austral girando il Sole

Portava il dì, ch’all’adunanza è dato

Nell’umida stagion, che Borea suole

60Tor le frondi alla selva e darle al prato;

E sparsa il crin di pallide vìole

L’Alba uscìa in carro lucido e gemmato,

L’aure fresche svegliando, e i pinti augelli

Per le liquide vie, per gli arboscelli,

65Sol biancheggiare il Mar verso Ponente

Vedeasi incontro al mattutino lume,

Che ’l rendean gonfio, e torbido, e fremente

Di quà, di là le pellegrine spume:

Quando nel sen della spelonca algente

70Comparve assiso il formidabil Nume

E quinci e quindi all’Assemblea ridutta

De’ Fiumi aquilonar la turba tutta.

E quei, che Libia, e quei, che l’ampia sponda

Lavan dell’Asia, e la pianura e ’l monte,

75La Milva è quì, quì del Sangario è l’onda,

La Tana e l’Iri e ’l faretrato Oronte:

Altri, ch’i Marni bagna, altri, ch’inonda

Frigj ed Ircani, altri ch’in Stiria ha il fonte

Chi ne’ Rifei, chi nelle valli Armene

80Ricco di ghiacci, o di feconde arene.

Parte d’essi è di fuor, parte si vede

Sparsa ondeggiar fra il colonnato e ’l Soglio

E d’onde, e d’urti di chi va, chi riede

s’ode suonar quel cavernoso scoglio.

85Nel mezzo il Re dell’agitata sede

Riede di fasto tumido, e d’orgoglio;

A cui fanno dagli omeri e da’ lati

Guardia fedele i suoi Tritoni astati.

Qual’il nubilo Ciel, che gonfio pende

90Di pioggia, nè la pioggia ancor si mira

Tal nel sembiante orribile risplende,

Senza che scoppii la fierezza, e l’ira.

Barba ha canuta, e pur canuto il rende

E crin, che sopra gli omeri s’aggira,

95E fierezza aggiungendo al torvo aspetto.

L’un gli copre le spalle, e l’altra il petto,

Nella destra temuta ha il gran tridente

Con cui del suolo i fondamenti scuote

E fa tremar dall’ultimo Orìente

100Le prossime province, e le rimote;

Coll’altra o men severo, o più clemente

Le supplici raccoglie onde divote,

Che un presso all’altro gli presenta in giro

Il Fiume del Vallacco, e dell’Assiro.

105Venian costor con vaga mostra avante

Del formidabil Seggio in mezzo al foro

Chi con fronte di Bue, chi d’Elefante,

Chi crinito di canna, e chi d’alloro;

E, poichè avea sull’adorate piante

110Sparso il tributo chi d’amor, chi d’oro,

Gìa ad occupar con ordine gli scanni

Secondo il merto, o l’osservanza, o gli anni.

Prima il Nilo comparve: ei sebben scende

Da Paese lontan del nostro Mondo,

115Pur quà ne vien donde coltiva, e rende

Dell’arenoso Egitto il sen fecondo.

Attorce il crin fra tante fasce e bende,

Che non appar se sia canuto, o biondo:

Seco è Astabora, e Astapo, e con sue chete

120Spume vien dietro il portentoso Lete.

Sparse questi i suoi doni, e l’aurea spica

Fè biondeggiar sul riverito piede;

Indi sen gia colla sua schiera amica

Dove fra i destri seggj ei primo siede.

125Venne secondo poi d’asta, e lorica

Cinto il Danubio a tribular sua fede;

Indi ogn’altro seguìa di maggior grido

Per reggio trono, o amenità di lido.

Venne tra gli altri ancor (ma il regio manto

130Già non avea, nè l’elmo avea, nè piuma)

La bellicosa Vistola di pianto

Molle vie più che disfatta bruma;

La qual, poichè dinanzi al Re fu alquanto

Dal duol posata, e s’asciugò la spuma,

135L’umido lembo in dispiegar del velo

Sangue diè in vece di disciolto gelo.

Ella narrò, che poi che fè del trono

La Regina magnanima il rifiuto,

Il bellicoso avea regno Polono

140La Svezia, e così rapida, abbattuto,

Che della fama prevenendo il suono,

Quasi vinto l’avea pria che veduto

Ed eran stati delle trombe i carmi

Inni al trìonfo, e non inviti all’armi.

145Questa l’ultima apparve. Eran già tutti

Passati il Moro, il Lusitano, e ’l Franco,

E s’erano ne’ seggi ancor ridutti

Parte dal destro lato, e parte al manco;

Ne fra sì vari Dei, fra tanti flutti,

150Che lo speco rendean tumido, e bianco,

Pur si sentìa del Tiberino fiume

Scossa di fronde, o mormorìo di spume.

Solo il Tebro mancò: vedovo e vuoto

Si vedea fra que’ Seggi il Seggio altero,

155Che benchè picciol sia, splendido, e noto

Fanlo i diademi del Romano impero.

Ben lo sguardo girò, ma sempre a vuoto,

Due volte e tre l’Imperador severo;

E quando ivi no ’l vide, a se turbato

160Chiamò Triton, che gli assistea da lato.

Suol questi al suon dalla sonora conca

Manifestar del suo Signor la mente,

In mar girando l’ispida, ed adonca

Coda dal tepid’Austro al Plaustro algente;

165E con lettre, e ambasciate ogni spelonca

Suol visitar della scagliosa gente,

Lor’intimando le dìete, e dando

Or gli ordini de’nembi, ed ora il bando.

A costui disse il Re: Del Lazio in riva

170Vanne, ove l’ampia Roma in due si fende,

Ed al Tebro dirai, perchè ci priva

Delle sue care palme, e quà non scende?

Forse la mente imperìosa, e schiva

Di dargli, in vece i suoi tributi attende.

175Conosco ben l’ambizìoso ingegno;

Ma ’l Ciel non diè fuorch’a Nettuno il regno.

Così parlogli, e dal turbato aspetto

Fuor balenò la ferita natìa.

E Triton prestamente uscìa dal tetto

180L’onde a guardar della commessa via.

Quando sorse una voce, e al Re fu detto,

Ch’indi non lungi il Tebro urtar s’uda

Ed ecco appunto in sulla regia soglia

Il Tebro entrar colla cerulea spoglia.

185Cinte di canna avea le tempie, e ’l crine

Biancheggiar si vedea tra fronde, e fronde,

E grondante di gel, molle di brine

La lunga barba rincrespata in onde.

Venìa com’Uom che di lontan confine

190Rechi novelle prospere, e gioconde,

Tutto piacevolezza, e tutto riso

Agli atti venerabili, ed al viso.

Nè, perchè sull’entrar sdegnato seco

Veggia, ed in minaccevole sembianza

195Il Regnator del cristallino speco,

Ei gli va innanzi con minor baldanza.

Disse: Signor tardi vengh’io, ma rcco

Tal che mi scuserà della tardanza,

E chiaro fia, che della mia dimora

200Ogni celerità men degna fora.

E in questo dir, del suo ceruleo lembo

Le strette pieghe sventolando aperse.

E de i tesor, che tributario in grembo

Chiusi traea, le maraviglie offerse.

205Balenò a gli occhi d’improvviso un nembo

D’oro, e di cose rilucenti e terse

Ed inondare si mirar le soglie

D’archi, d’imprese, di trofei, di spoglie,

Al gesto, al suon con cui tai detti espresse

210Il Tebro, allor de’ simulati busti

Tra curioso, e stupido s’eresse

In piè ciascun di quei spumosi Angusti,

Ei delle sparse cose una n’elesse

Effigiata di sembianti augusti,

215Ch’un tal Breve rendea celebri, e noti

La Reina magnanima de’ Goti.

Qual di Zenobia in vago lin ritratto

Il bellicoso volto arde, e sfavilla,

E qual’in trono si dipinge, o in atto

220Di ferir Semiramide, o Camilla;

Tal nella maestà di quel Ritratto

Un non so che di fervido scintilla;

Tal l’aspetto real mostra di fuore

Grandezza d’alma, e ferocia di cuore.

225Nella severa fronte, a cui leggiero

Peso sarìa la monarchìa del Mondo,

Un dolce misto di pietà, e d’impero

Fa il guardo venerabile, e giocondo.

D’un vivace color tra biondo e nero

230Il crin, che non è nero, e non è biondo,

Vedeasi intorno a questa tempia, e a quella

Cader disciolto in prezìose anella.

La corona real non avea in esso,

Ma il non averla lo rendea più degno,

235Ch’altrui scoprìa nella pittura espresso

Quel rifiuto mirabile del Regno.

O di cuor generoso ultimo eccesso

Glorìosa ripulsa, illustre sdegno,

E qual corona altri potrà comporre

240Di gemme, che si possa a te preporre?

Quasi abbagliato al folgorar del finto

Sguardo il Tiranno dell’instabil sede

Stupido infra se disse: Il Sol dipinto

Viene a portar tributo, o pure il ch ede?

245E ’i curìoso braccio oltre sospinto

Su quel punto il rapì, che quei gliel diede.

Il Tebro ripigliò: Rimira, o Padre,

Le contumacie mie se sian leggiadre.

Indi seguìa: La generosa donna,

250Poichè la Svezia incoronò di fregi,

Ed avvolta nell’armi, o in reggia gonna

Parve Uomo tra i guerrier, Diva tra i Regi,

Venne in pensier, ch’esser Regina e donna

Fosse il minor de’ titoli e de’ pregi,

255E che gli aurci diademi, e regj troni

Frano sue catene, e non già doni.

Quindi a regno immortal ( regno dovuto

Al magnanimo cuor ) volse il pensiero,

E rifiutò i suoi regni, e nel rifiuto

260Donna apparve maggior che nell’impero.

Mossa da un bel desìo di dar tributo

Di fede a Cristo, e di servaggio a Pietro,

Peregrina real con sciolta chioma

Venne a empir di sè stessa Italia, e Roma,

265Venne ancor vaga d’ascoltar presente

Le maraviglie del saver profondo

Nel gran Pastor della Cristiana gente,

Saba novella a Salamon secondo:

E l’ampia Roma mia tutta ridente

270Le aperse il trionfal seno giocondo,

Come fè già ne’ secoli vetusti

Per gli Scipioni suoi, o per gli Augusti;

D’archi, d’imprese la Città si scerse

Sparsa, e di querce, e di dorate spiche,

275D’abiti vari, e fantasie diverse

Di cimier, di divise, e di loriche:

Là di Belgiche pompe, e quà di Perse

Mista, e di Babiloniche fatiche,

Parvi al tumulto, e d’allegrezza ai segni

280Roma albergar non le Città, ma i Regni.

Fin da’ Japigi, e Calabri al solenne

Spettacolo, ch’intorno ampio si noma,

E dagli estremi Allobrogi se ’n vente

La gente varia d’abito, e di chioma.

285Tutta in Roma era Italia; e non convenne

Star fuori il Tebro, e tutta Italia in Roma.

Tra me stesso diss’io: non è tributo

Il servir sì gran Donna anco, dovuto

Che, se gran Rege è l’Ocèan, sprezzando

290Costei gli scettri è vie maggior de’ Regi;

E soggiungeami anco un pensier, mirando

Tante memorie di trofei, di pregj:

Ove trovar più bel tributo, o quando,

Che i tributi arricchir di sì bei fregi

295Ma quel, ch’allor fu elezioni, divenne

Forza, ch’a te mi tolse, altrui mi tenne.

Perchè giunse Cristina, e ciò, che innante

Se n’udìa di magnifico e d’altero,

Dileguò quando apparve, e in quel sembiante

300Restò maggior della sua fama il Vero.

Premeva il dorso, e il ricco fren spumante

La man reggev’a indomito destriero,

E veduto le avresti agli atti, al riso

Le Grazie allor, la leggiadria nel viso.

305precedean, maravigliose anch’elle,

Schiere in arcon di Principi, ed Eroi,

Ch’ella seguìa, come seguir le stelle

Vedesi il Sol da i luminosi Eori:

Ma più che innanzi a lei splendide e belle

310Le Stelle si scoprìam negli occhi suoi,

E l’aureò Sol dentro un bel giro accolto

Più che all’andar lo somigliava al volto.

Stupidi al dolce folgorare, e immoti

Rimaser gli altri: io pur sentii legarmi,

315E dissi: Oh Roma sempre arsa da’ Goti

O che rida un bel viso, o freman l’armi

Miei doni per offrir, e porger voti

Quì saprei tributario ancor trovarmi,

Sì rapito restai, così diviso

320Or dagli atti leggiadri, or dal bel viso.

Ma poichè in me la novità disciolta

Da’ novelli pensier mi venne in me te

Quest’antro, e questa sede, e quà raccolta

Delle cerulee Deità la gente,

325Precipitai la mia tardanza, e tolta

Parto di quei trofei, son quì presente;

Opportuna venuta, ove raccoglia

In grado i doni fur, gli obblighi io scioglia.

Sicchè te soddisfatto, e me disciolto

330Ricda a goder di quel sembiante adorno,

Tributario di te, ligio d’un volto

Nella venuta mia, nel mio ritorno.

Mentr’ei così dicea, s’era raccolto

Tutto il popol de’Fiumi a lui d’intorno,

335Altri i detti osservando, altri il sembiante

Regio, vie più che spettatore, amante.

Il curioso Re, poichè del viso

Ha i bei color raffigurati, e scorti,

Or le ciglia ammirando, or del diviso

340Crine gli stami innanellati e torti,

Gli occhi volgendo in lui con un sorriso:

Amico, incominciò, cosa ci porti

In sì prosperi avvisi, in tal Ritratto,

Ond’a ragion ti desiavan più ratto?

345Benchè nè nuovo a noi, ne ’l dì primiero

E questo, che de’ gesti altri ci dica

Della Donna degnissima d’impero,

Ch’abbiam di lei pur conoscenza antica;

Ed in sembiante intrepido, ed altero

350La vid’io d’asta armata, e di lorica

Per le rive talor dell’Oceàno

Spaventare or il Cimbro, ora il Germano.

Con tutto ciò nè indugio è il tuo, nè arrivi

Tardo quì tu, se la cagion è tale,

355E ad indugiar sì fruttuoso ascrivi

Dono sì bel d’immagine regale:

Anzi s’avvien, che dal partir derivi

Opra miglior, nè quù restar ti cale,

Per gli dianzi da te segnati calli

360Ritorna pur, che io ti condono i falli.

Ne avrò in grado minor, che così altera

Vincitrice di popoli e di cuori

Serva là tu, che se portassi in schiera

L’oro dei Caspi, o del Tarpèo gli allori.

365Indi volto allo stuol, che tratto s’era

D’intorno a quelle tele, ed a quegli ori,

Numi cortesi, seguitò, novelle

Ci reca il Tebro il ver superbe e belle:

E tai, ch’eterna in sù remota soglia

370Ne sarà la memoria, e in questi chiostri.

Ma s’alcun è di voi cui forse invoglia

Curioso desìo de’doni nostri,

Prenda pur qual più aggrada, o immago, o spoglia

Perchè tornando a i Suoi la spieghi e mostri;

375Ed in narrar poi donde l’ebbe e come,

Facca suonar di lei le glorie e ’l nome.

Cosà diss’egli, e le reliquie altere,

Che rapì il Tebro alla Città di Marte,

Volle che sian tra l’adunate schiere

380De’ molli Dei distribuite e sparte.

V’eran statue, corone, armi, bandiere

Dpinti arazzi, istorìate carte,

Cl’esprimean lineati, o pur contesti

Della gran Donna i gloriosi gesti.

385Vedeasi là, dacchè rapì la morte

All’imperio del Mondo il Re suo padre,

Collo scettro dorato aprir le porte

Di famosi Licei, d’arti leggiadre;

Quà si senta con man virile e forte

390Sull’Alpi e l’Istro rinforzar le squadre,

Ed innestar nella Germania e fuori

Del gran Gustavo i riseccati allori.

Altra scoprìa come a favor del regno

Stringea le leghe, e stabilìa le paci;

395Altra il zelo mostrava, altra lo sdegno

De’ riti abbominevoli e mendaci:

E molte di pietà, molte d’ingegno

Vº erano espresse immagini veraci:

Che rendean pago ogni desìo di loro,

400Più che le lane, e l’orditura, e l’oro.

Sicchè liete le turbe al Re cortese

Grazie rendean delle concesse spoglie;

Altri il Tebro abbracciando, altri l’imprese

Scegliendo, altri le Spichè, altri le Foglie.

405E già le stelle in Orìente ascese

Facean dell’antro scintùllar le soglie;

Onde finì la gran Dìeta. Al fondo

Ritornò l’Oceàno; i Fiumi al Mondo.

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Autor
Antonio Caraccio
Título
Oltre le mete, che segnò del mondo
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-oltre-le-mete-che-segno-del-mondo--antonio-caraccio-7c8192
Cita recomendada
Antonio Caraccio, «Oltre le mete, che segnò del mondo», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-oltre-le-mete-che-segno-del-mondo--antonio-caraccio-7c8192.html

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