CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaAndrea Maffei

Andrea Maffei · Modernismo

Napoleone a Bologna di Francia

italiano

... E circonfuso

Nel manto dello spirto ancor m’intesi,

E sospinto di novo ad indefesso

Rapidissimo volo. Il continente1)

Già spariami dagli occhi ed ogni suono

Di viva creatura era già muto.

Ma i silenzi rompea di quella fiera

Solitudine il solo ed uniforme

Fragor dell’onde che selvagge e vaste

Or s’apriano allo sguardo in un abisso

Spaventoso, infinito, ora sorgendo

Prendeano di nembose alpi l’aspetto,

E n’uscia di tal vista uno sgomento

Simile a quel terror che ne propaga

L’eternità. Né meta aver parea

Quell’arcano viaggio. Il lume al bujo

Succedea di continuo, ed or l’aurora

Corruscavami innanzi e dietro a quella,

Per sentier di zaffiri e di piropi,

L’aureo cocchio del sol che temperato

Dal vapor mattutino il mar vestìa

D’una fiamma sanguigna, e noi d’un fiume

Abbagliante di raggi, ed or vedea

Rabbujarsi il convesso e torreggiando

Nube a nube affoltarsi, e sulla faccia

Dell’universo declinar la notte,

E sentìa

lo stormir degl’ippogrifi

Aggiogati al suo carro e l’agitarsi

Delle orribili penne e delle giubbe.

Poi la luna e le stelle uscir dall’ombre,

E danzanti nel voto argentei lumi,

E piovere da quelli una dolcezza

Di quïeto splendor sui tenebrosi

Campi che trasvolando io percorrea.

Ed ecco biancheggiarmi, in nebulosa

Lontananza confuso, un breve punto

Che sorgea da’ mairosi irradiati

Dal fioco lampo della luna «Oh giunti

Siam noi?» Richiesi la spiral mia guida.

E quella: «In poco d’ora. Andiam! mi segui!»

E lieve lieve ripiegar sentìa

Per l’inospite lido il portentoso

Manto che ne traea per tanto cielo

Come un plaustro dì nembi. E fuor dell’acque

Una rupe solinga ergea la cresta,

E null’altro che mare, interminato

Mare, in cerchio diffuso, a tergo , a fronte

M’affaticava le pupille; un lido,

Una costa virente al desolato

Emisperio di flutti invan chiedea.

Ruinata dal cielo in quel profondo

Parvemi la scogliera, e congiurate

Tutte l’onde marine, ad ingojarla,

Inferocite le batteano i fianchi;

Ed ella si ridea dell’indefesso

Romoroso travaglio, e non curante

L’eterna rabbia consumar lasciava;

Perché Dio la vi pose, e fino al giorno

Che non ha sera, vi starà. Posava

Sul vertice un feretro2), ed una spada,

Unico fregio, risplendea su quello.

V’era un lauro vicino e fulminato

Dalla fiamma del ciel, sicché diviso

N’era il gran ceppo che pur or mandava

Vigorose ed altere al ciel le braccia.

E benché fulminato ancor vivea;

Verdeggiavano ancor gl’infranti rami

Di mirabile fronda, e la bufera,

Cui parea dal destino abbandonato,

Non isterpava le cupe radici,

Che l’Eterno vi fisse acciò rimanga

Ne’ secoli futuri un monumento

Di severa giustizia. Un regio scettro,

Un diadema spezzato ed una vesta

Di candido armellino, illustri insegne

Di tirannia, giaceano al suol confuse,

E là disperse dalla man del fato

Come a deriso dell’estinto. Io vidi

Scolorata la porpora, bruttati

Quei simboli pomposi e folgoranti

D’una grandezza che cessò. Ti debbo

Questo loco nomar? (la mia fedele

Scorta proruppe). «I simboli spiegarti

Miserabile fregio a questo avello?»

«Taci, taci!» risposi; ed un ignoto

Sentimento d’angoscia al cor mi scese.

«Dunque io premo la gleba ove riposo

L’ossa tue ritrovar? le tue superbe

Ossa che tutta sbigottîr la terra

Mentre le governava il tuo pensiero?

Dunque un povero lume a te non resta

Dell’immenso splendor che ti diffuse?

Il tuo trono è sovverso, in brani è l’ostro

Che sì tenace t’avvolgea, distrutte

Le tue cento corone, e fin l’alloro

Dal fulmine sfrondato. Il tuo cruento

Ferro soltanto sull’avel riposa,

Sul avel che dai turbini percosso

Preme un orrido scoglio in mezzo all’onde.

Derelitto qui giaci ed incompianto…

Dunque alcun non t’amò? ... L’addio prendevi

Dalla vita mortal sulle tremende

Soglie dell’immortale, e nelle fronti

Che ti stavano intorno invan cercavi

Qualche nota sembianza... ed ahi! Nessuno

Della turba infedele a cui gittasti

Le corone e gli scettri allor t’apparve!

Nessuno al raggio del cadente sole

S’accostò degli antichi astri seguaci!

Il tuo spirto affannoso in un lamento

Passò l’arcana soglia, ed un’amara

Lagrima gli occhi nel signor ti chiuse.

Straniere mani composero in croce

Sul tuo petto le tue... ma chi la prece

Sulla tua spoglia mormorò? Nessuno

Ti fu pio d’una lagrima? Nessuno

Confortò d’un sospiro il grande estinto?»

«Ma nol piangi tu stesso?» (I1 mio severo

Condottier m’interruppe) e non sussurri

Cari detti di pace e di perdono?

L’uom che seguo fu posto alla bestemmia

Dell’indignata umanità, che tuona

Fino a questo dell’orbe angolo estremo

L’orrendo grido della sua vendetta,

Questi al pianto ti muove? e fai preghiere

Quando un eco di rabbia si solleva

Dalle quattro del mondo avverse plaghe?

Se ti vinse il baglior della sua vita,

Pensa, o debole core, al suo tramonto!

«Piango (così risposi a quell’acerbo)

Piango su questo avel, perché m’irrita

La spregiata, vulgare, abbietta ciurma.

Finché visse quel forte incoronato

Della sua gloria, si piegar costoro,

Come vermi fangosi, entro la polve;

Né per ciò che l’opima India rinserra

Avrebbero bisbiglia una sommessa

Paroletta di biasmo; ed or che sparve

La meteora fatal dall’orizzonte,

Sorgono dalla melma, e sull’antico

Fulminato Titano inverecondi

Gettano a prova la vergogna... i vili

Che fastosi recar le sue catene!

Odïarlo, o malnati, era concesso,

Ma la codarda irrision non giunge

All’altezza sublime ove s’assise3);

Un turbine egli fu che dall’eterno

Trono discese a ripurgar la terra,

E fe’ chiaro ai mortali onde venia.

Dunque al suol le ginocchia, o sciagurati,

Che baciaste tremando i suoi vestigi

Quand’ei della divina ira ministro

Sovra il capo vi stette. Egli non cadde

Per umana virtù, ma quella possa

Che dalla polve l’innalzò, di nuovo

Nella polve lo stese, e voi potete

Voi millantarvi della gran caduta?

Io che strinsi l’acciar nella battaglia

Contro il forte felice, al forte in ceppi

Non insultai». Del lauro, in questo dire,

Svelsi un picciolo ramo e lo mi chiusi

Per ricordo nel seno. Oh m’ allontana,

M’allontana di qui! fuggiam da queste

Lagrimevoli spiagge! (al mio custode

Così gridai) Qual altra umana sorte

Sarà degna di pianto, ove nol sia

Questo prosteso dalla man divina.

Perché cieco di gloria, inebbriato

Della sua vasta ambizion si rise

Dell’umana natura? Oh via! fuggiamo

Solleciti di qui, dalle reliquie

Della stella consunta.

Sigue explorando

Por su autor
Andrea Maffei · 2 piezas más en la casa
Dónde vive
La Biblioteca

← Lucifero — EpistolaOtello e La tempesta - Arminio e Dorotea →

Expediente

Autor
Andrea Maffei
Título
Napoleone a Bologna di Francia
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-napoleone-a-bologna-di-francia--andrea-maffei-e2ece6
Cita recomendada
Andrea Maffei, «Napoleone a Bologna di Francia», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-napoleone-a-bologna-di-francia--andrea-maffei-e2ece6.html

Las obras de dominio público se reproducen íntegras, con atribución y en la ortografía de su impreso. ¿Ves una errata o conoces una fuente mejor? Escríbenos desde Sobre la casa.