... E circonfuso
Nel manto dello spirto ancor m’intesi,
E sospinto di novo ad indefesso
Rapidissimo volo. Il continente1)
Già spariami dagli occhi ed ogni suono
Di viva creatura era già muto.
Ma i silenzi rompea di quella fiera
Solitudine il solo ed uniforme
Fragor dell’onde che selvagge e vaste
Or s’apriano allo sguardo in un abisso
Spaventoso, infinito, ora sorgendo
Prendeano di nembose alpi l’aspetto,
E n’uscia di tal vista uno sgomento
Simile a quel terror che ne propaga
L’eternità. Né meta aver parea
Quell’arcano viaggio. Il lume al bujo
Succedea di continuo, ed or l’aurora
Corruscavami innanzi e dietro a quella,
Per sentier di zaffiri e di piropi,
L’aureo cocchio del sol che temperato
Dal vapor mattutino il mar vestìa
D’una fiamma sanguigna, e noi d’un fiume
Abbagliante di raggi, ed or vedea
Rabbujarsi il convesso e torreggiando
Nube a nube affoltarsi, e sulla faccia
Dell’universo declinar la notte,
E sentìa
lo stormir degl’ippogrifi
Aggiogati al suo carro e l’agitarsi
Delle orribili penne e delle giubbe.
Poi la luna e le stelle uscir dall’ombre,
E danzanti nel voto argentei lumi,
E piovere da quelli una dolcezza
Di quïeto splendor sui tenebrosi
Campi che trasvolando io percorrea.
Ed ecco biancheggiarmi, in nebulosa
Lontananza confuso, un breve punto
Che sorgea da’ mairosi irradiati
Dal fioco lampo della luna «Oh giunti
Siam noi?» Richiesi la spiral mia guida.
E quella: «In poco d’ora. Andiam! mi segui!»
E lieve lieve ripiegar sentìa
Per l’inospite lido il portentoso
Manto che ne traea per tanto cielo
Come un plaustro dì nembi. E fuor dell’acque
Una rupe solinga ergea la cresta,
E null’altro che mare, interminato
Mare, in cerchio diffuso, a tergo , a fronte
M’affaticava le pupille; un lido,
Una costa virente al desolato
Emisperio di flutti invan chiedea.
Ruinata dal cielo in quel profondo
Parvemi la scogliera, e congiurate
Tutte l’onde marine, ad ingojarla,
Inferocite le batteano i fianchi;
Ed ella si ridea dell’indefesso
Romoroso travaglio, e non curante
L’eterna rabbia consumar lasciava;
Perché Dio la vi pose, e fino al giorno
Che non ha sera, vi starà. Posava
Sul vertice un feretro2), ed una spada,
Unico fregio, risplendea su quello.
V’era un lauro vicino e fulminato
Dalla fiamma del ciel, sicché diviso
N’era il gran ceppo che pur or mandava
Vigorose ed altere al ciel le braccia.
E benché fulminato ancor vivea;
Verdeggiavano ancor gl’infranti rami
Di mirabile fronda, e la bufera,
Cui parea dal destino abbandonato,
Non isterpava le cupe radici,
Che l’Eterno vi fisse acciò rimanga
Ne’ secoli futuri un monumento
Di severa giustizia. Un regio scettro,
Un diadema spezzato ed una vesta
Di candido armellino, illustri insegne
Di tirannia, giaceano al suol confuse,
E là disperse dalla man del fato
Come a deriso dell’estinto. Io vidi
Scolorata la porpora, bruttati
Quei simboli pomposi e folgoranti
D’una grandezza che cessò. Ti debbo
Questo loco nomar? (la mia fedele
Scorta proruppe). «I simboli spiegarti
Miserabile fregio a questo avello?»
«Taci, taci!» risposi; ed un ignoto
Sentimento d’angoscia al cor mi scese.
«Dunque io premo la gleba ove riposo
L’ossa tue ritrovar? le tue superbe
Ossa che tutta sbigottîr la terra
Mentre le governava il tuo pensiero?
Dunque un povero lume a te non resta
Dell’immenso splendor che ti diffuse?
Il tuo trono è sovverso, in brani è l’ostro
Che sì tenace t’avvolgea, distrutte
Le tue cento corone, e fin l’alloro
Dal fulmine sfrondato. Il tuo cruento
Ferro soltanto sull’avel riposa,
Sul avel che dai turbini percosso
Preme un orrido scoglio in mezzo all’onde.
Derelitto qui giaci ed incompianto…
Dunque alcun non t’amò? ... L’addio prendevi
Dalla vita mortal sulle tremende
Soglie dell’immortale, e nelle fronti
Che ti stavano intorno invan cercavi
Qualche nota sembianza... ed ahi! Nessuno
Della turba infedele a cui gittasti
Le corone e gli scettri allor t’apparve!
Nessuno al raggio del cadente sole
S’accostò degli antichi astri seguaci!
Il tuo spirto affannoso in un lamento
Passò l’arcana soglia, ed un’amara
Lagrima gli occhi nel signor ti chiuse.
Straniere mani composero in croce
Sul tuo petto le tue... ma chi la prece
Sulla tua spoglia mormorò? Nessuno
Ti fu pio d’una lagrima? Nessuno
Confortò d’un sospiro il grande estinto?»
«Ma nol piangi tu stesso?» (I1 mio severo
Condottier m’interruppe) e non sussurri
Cari detti di pace e di perdono?
L’uom che seguo fu posto alla bestemmia
Dell’indignata umanità, che tuona
Fino a questo dell’orbe angolo estremo
L’orrendo grido della sua vendetta,
Questi al pianto ti muove? e fai preghiere
Quando un eco di rabbia si solleva
Dalle quattro del mondo avverse plaghe?
Se ti vinse il baglior della sua vita,
Pensa, o debole core, al suo tramonto!
«Piango (così risposi a quell’acerbo)
Piango su questo avel, perché m’irrita
La spregiata, vulgare, abbietta ciurma.
Finché visse quel forte incoronato
Della sua gloria, si piegar costoro,
Come vermi fangosi, entro la polve;
Né per ciò che l’opima India rinserra
Avrebbero bisbiglia una sommessa
Paroletta di biasmo; ed or che sparve
La meteora fatal dall’orizzonte,
Sorgono dalla melma, e sull’antico
Fulminato Titano inverecondi
Gettano a prova la vergogna... i vili
Che fastosi recar le sue catene!
Odïarlo, o malnati, era concesso,
Ma la codarda irrision non giunge
All’altezza sublime ove s’assise3);
Un turbine egli fu che dall’eterno
Trono discese a ripurgar la terra,
E fe’ chiaro ai mortali onde venia.
Dunque al suol le ginocchia, o sciagurati,
Che baciaste tremando i suoi vestigi
Quand’ei della divina ira ministro
Sovra il capo vi stette. Egli non cadde
Per umana virtù, ma quella possa
Che dalla polve l’innalzò, di nuovo
Nella polve lo stese, e voi potete
Voi millantarvi della gran caduta?
Io che strinsi l’acciar nella battaglia
Contro il forte felice, al forte in ceppi
Non insultai». Del lauro, in questo dire,
Svelsi un picciolo ramo e lo mi chiusi
Per ricordo nel seno. Oh m’ allontana,
M’allontana di qui! fuggiam da queste
Lagrimevoli spiagge! (al mio custode
Così gridai) Qual altra umana sorte
Sarà degna di pianto, ove nol sia
Questo prosteso dalla man divina.
Perché cieco di gloria, inebbriato
Della sua vasta ambizion si rise
Dell’umana natura? Oh via! fuggiamo
Solleciti di qui, dalle reliquie
Della stella consunta.