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PoetósferaLa BibliotecaAndrea Maffei

Andrea Maffei · Modernismo

Lucifero — Epistola

italiano

Perchè in nitide forme alfin prorompa

Dai ferrei torchj, e terra e ciel non tema

Questo del mio pensier figlio diletto,

E del cerulo tuo Garda alla riva

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Cercare osi di te, ben che presente

La memoria gli sia del tuo divieto,

Temer degg’io che d’ostinato ingegno

E d’anima superba or tu mi accusi?

Prima ascolta gli augurj. A te, canuto

10Venerabile capo, a cui sì schietta,

Sì tranquilla di carmi onda largheggia

Con frequenza d’amor l’itala musa,

A te rosea salute e giorni molti

Serbi Natura, che propizia ride

15Sempre a colui che non l’offende o abusa:

Così che di tua gloria il vivo lume.

Di cui tanto decoro a Italia viene,

Veda ancor lungamente e rossor n’abbia

Questa età che da’ grandi avi traligna.

20Di recondite gemme altri monili

Avrà l’arte natia, di peregrine

Piante il patrio giardin nuovo tesoro,

La tua fronte onorata altre corone.

Or come giunsi a discacciar dal petto

25La cieca Fede, inesorabil maga

Che a noi la terra e noi toglie a noi stessi,

E con che studio ad acquistar pervenni

Quest’ardua fede del non creder nulla,

A te che al fine ingegno anima hai pari

30Prima dirò, se mai l’orecchio, esperto

Di musiche sovrane, a’ miei pedestri

Modi inchinar per breve ora non sdegni.

Alto e illustre io non vanto ordine d’avi,

Nè piovuti dal sen della fortuna

35Sovra la culla mia censi e ricchezze.

E, se togli un umìl tetto campestre,

Picciol peso alla terra, e ad esso in giro

Di contro a Mongibel due brevi aiuole,

Caro asil de’ miei sogni ed ara insieme

40Ove talor sagrifico alle muse,

Pietra non guarda il Sol ch’abbia il mio nome,

Tranne quell’una che le sante acchiude

Ossa del padre mio, padre infelice,

Che tanti da mia vita egra ed incerta

45Ebbe affanni e fatiche, e allor che gli occhi

Men sinistri a’ miei dì volgea la sorte,

Ei gli amati occhi suoi chiuse alla luce.

Trasmutabile io nacqui. E se il materno

Studio nel puerile animo il germe

50Della trepida fede e la paura

Di fantastici regni unqua m’infuse,

(Così stato non fosse!), orridi intorno

Mirai per la notturna aere vaganti

Spettri e vive ombre e mostri; ed or su su

55Dalle mute pareti alto levavansi

Illuminati dal funereo guizzo

De la pallida lampa, ora gli stinchi

Scricchiolanti menavano alla danza,

Or con gravi sembianti assisi in giro

60Vedeali intenti a squadernar volumi,

O con occhi di fiamma ed irti il mento

Or con gravi sembianti assisi in giro

Vedeali intenti a squadernar volumi,

O con occhi di fiamma ed irti il mento....

Pensier, che del buon Dio fa comodino,

95Crogioli nel calduccio; un con ambigua

Mente, isterico eroe, pèncoli incerto

Fra terra e cielo; altri con senno astuto,

Del nome di Gesù fatta camuffa,

Traffichi l’alma, e colga al laccio i merli.

100Io, quando alcun dalle vegliate carte

Al costante pensier raggio mi venne,

Tanta ebbi dell’error vergogna ed ira,

Che al core e alla ragion la pugna indissi.

Chi tal pugna dirà? Dentro ai gelosi

105Penetrali del cor caddero assai

Colpite ostie d’affetti, assai ridente

Popol d’inganni! E fur vigilie ed arse

Febbri di dubbio e sacrificj e affanni

A tutti oscuri, a te noti soltanto,

110Provvido Amor, che nell’infermo petto

Le più pure versavi onde di luce.

E tu la stanca giovinezza e i giorni

Vedovi di speranze e di salute

M’incuoravi, cantando alte parole:

115E tu alle case mie povere e meste

Conducevi per man la musa intatta.

Per che tutto d’intorno era un concento

Di fragranze e di raggi, e insiem coi baci

Facili nel mio cor fioríano i carmi.

120Così, mentre nel sen con lento affanno

M’agitava le scarse ali la vita,

E l’alba del domani erami incerta,

Io la vita immortale e i luminosi

Primi trionfi del pensier dicea

125Securamente, e al giovinetto ingegno

Largo Italia donò plauso non vile.

Nè m’obliai però; che tal mi diede

La benigna Natura indole e ingegno,

Che poco il biasmo e men la lode apprezzo.

130Buon nocchiero non è chi vinto il primo

Con agevole prua furor di flutti,

Su la piana si addorme onda fallace;

Ma chi ’l vigil tendendo occhio all’estremo

Lembo dell’orizzonte, e tutto inteso

135A sfuggir sirti, a domar nembi e mostri,

Verso un lido lontan naviga, e canta.

Uom che vinto da lode o da paura

Non reca a fin la ben librata, impresa.

Simile è a pellegrin, che altero mova

140Al sidereo dell’Etna ampio cratere,

E, i primi gioghi superati a pena,

Pavido a’ reboanti echi si arresta;

O più simile a tal, che di merlata

Ròcca, asil di leggende auree e di gufi,

145Deliberando la rovina estrema,

Con cor superbo e con gagliarda destra

Pria di cuneo l’offende e di martello,

Poi, mutando consiglio, o pago, o stanco,

Volge al crollar de’ primi sassi il tergo.

150Ond’io, poi ch’ebbi del discreto ingegno

Contro all’arca di Pier vòlta la punta,

E nova al cor dai trionfati errori

E dall’acre pensier lena mi venne,

Del rovinato altar fatto gradino,

155Con Lucifero insorgo, e le serrate

Falangi de’ miei carmi al cielo avvento.

Ben tu con dolce ammonimento scrivi:

“ De’ primi canti tuoi sublime è l’ira:

L’orrenda idra flagelli, a cui son covo

160Del Vatican l’aule dorate, e quinci

Sibila all’aere e le nostr’alme infesta;

Ma che demone avverso or ti travolge

Dal lodato concetto, e contro Dio,

Contr’esso Dio, che d’ogni vita è fonte,

165Qual sacrilego stral, vibri il tuo verso?

Che fier talento è il tuo? Qual dall’audace

Grido ribellator premio ti aspetti?

Tale ha il demonio tuo luce sinistra,

Che quante sono in terra alme gentili

170Porteranno agli offesi occhi le palme.

Derelitto vivrai: dall’empia scuola

Lungi i padri terran le tenerelle

Menti dei figli, e i pochi audaci e fidi

Tuonar con dubitoso animo udranno

175Dalla cattedra tua gli empj precetti.

Non riderà su l’infrequente soglia

Di tue rigide case un volto amico;

Spiegherà il vol dall’interdette mura

La domestica pace; e sposa e prole

180Chiameran sul tuo cor, fatto sepolcro,

Tardo e inutile nume, il pentimento. „

Sacro petto paterno! E a te si vesta

Di primavera il ciel, la terra, il flutto;

E Amor, che tante al vecchierel di Teo

185Con man fida intrecciò rose ed allori

(Ch’or d’elette fragranze itale aspersi

Alla canizie tua lieto concede),

Deh! Amor sempre a te rida, e vengan seco

Vereconde le Grazie. Onde d’intorno

190Danzar sino all’estrema ora tu veda

Ninfe ingenue e pastori, e pei gelosi

Antri e le sussurranti ombre la voce

Degli elvetici flauti oda al merigge,

Come il dì, che de’ tuoi canti fu il primo,

195Quando su la più mite ala di zefiro

D’Untervaldo selvoso, ove novello

Le sicelidi muse avean governo,

Di lieti accordi e di tranquilli amori

Una viva e canora eco ti venne.

200O ammirabili prove! Alla tua bionda

Testa appena ridean sedici aprili,

E degno eri di lui, che il passo infermo

Pei sacri di Feronia orti movea,

Mentre ed essa la musa un giovenile

205Spirto di carmi gl’infondea nel petto.

Or ei vive immortal, divo parente

Di solenni armonie, nè val che il dardo

Dell’arguto giudicio a lui saetti

Con boria saccentuzza il secol folle.

210Verde così, men disputato alloro

A te Italia consenta; a noi, che in petto

Sentiam le fiamme del natio vulcano,

Ed in esili membra una ribelle

Virtù che contro al ciel, contro a noi stessi

215Per gran sete del ver sempre ne caccia,

A noi, che pace non sappiam, ferrati

Giorni il caso apparecchi e ingloriose

Pugne l’età. Velar dovrei di oblique

Frasi e di occhiuti accorgimenti i vivi

220Che mi sgorgan dal cor liberi sensi?

Mentire agli altri e a me l’anima schietta?

Tal sia di lor, cui mira unica e vanto

È l’aver la fortuna ognor seconda,

Schermidori da trivio, a cui visiera

225È la pietà, spada l’astuzia e usbergo;

Non di me, che tal sozza arte dispregio,

E tal son qual mi mostro: a’ sensi il detto,

L’opra al pensier, l’alma alla fronte uguale.

Troppo, il credi, gl’imbelli èfebi udîro

230Pe’ frequenti ginnasj alte parole

Di mentite virtù. Tal, che il plebeo

Sarcasmo dardeggiò contro gli altari,

Poi tra cherci strisciò servo e mezzano;

Terger altri fu visto a collo torto

235Nella sacra piletta il dito infame

Che il caldo ancor sentía lezzo di Cipri;

Quando un altro, a ingoiar Cristo in pasticca,

Spalancò le malediche mascelle,

Sì prodi or ora a vomitar blasfemi.

240Qual mai stirpe di prodi Italia aspetta

Dall’ipocrito esempio? Una tu vedi

D’inverniciati amasj ibrida greggia,

Che nulla sa nè può, tranne il sogghigno,

Virtù sola d’imbelli. Inutil peso

245Di soffici divani, entro l’astuccio

Dell’azzimato vestitin di gala

Custodisce l’esosa anima; ingombra

Di sua gran vanità piazze e teatri,

Poltre, morde, sbadiglia; e poi che nulla

250Vede fuor di sè stessa e tutto ignora,

A illuder gli altri a sè, tutto disprezza.

Forse ai suoi faticosi ozj sorride

Con le rose sul crin, con l’ale al tergo,

Fra salute ed amor, l’aureo piacere?

255Fugge abusato ei pur da le dispette

Sale e dal cor di questa frolla, imberbe

Progenie di canuti, a cui la noia,

Quando ancora è mattin, canta la ninna.

Così da sensi e da precetti obliqui

260Per cui fuor della vita abita il vero.

Per cui donna non già viva e terrena,

Ma vuota larva imbellettata è l’arte,

Così nei giovanili animi cresce

Stolida indifferenza, orrida tabe

265Che s’insinua nel sangue, e vi consuma

D’ogni bello e gagliardo impeto il germe;

Così, d’un falso ben fatto guanciale,

Dell’indagin severa uopo non senti;

Da imprese ardue rifuggi; e a chi ti dica:

270L’uomo trionfa, i vecchi Dii sen vanno,

O fai spallucce, o inorridisci, o ridi.

Cessi, oh, cessi tal peste! Uomini vuole,

Non miníate femminette imbelli,

La nuova età, gagliardi uomini, a cui

275Dal temprato intelletto al cor discorra

Siccome aura vital l’aura del vero.

Aspra selva è la vita. Ecco a te innanzi

Cento sentier, mille viuzze: eleggi

La più dritta, se puoi; con misurato

280Passo procedi, e non per furia troppa

Sprecar le forze, non posar per voglia,

Non per paura indietreggiar: combatti;

Grande se tocchi il fin, prode se muori:

Ecco la tua virtù; l’altro è del caso.

285A sì nobile ufficio alfin provveda

L’itala scuola, asil finora e chiostro

Di scrofolosi itterici intelletti

Brancicanti pe’l vano ètere in traccia

D’idoli eterni e d’assoluti veri;

290Campo quindi e palestra, ove ai più fermi

L’umana verità tutta si assenta,

Non delicato, afrodisiaco intingolo

Di tisicuzza damigella isterica,

Ma di leon midolla, onde si pasce

295Chi ha nel petto capace alma di Achille.

Tale è de’ canti miei l’unico segno,

Tale il fin di mia vita. E questa fede

Che nulla è dio, che la natura è tutto,

Che il ciel nostro è la terra e cibo il vero,

300Non da folli ardimenti o ambiziosi

Sogni mi nacque, anzi fra dubbj e pianti,

Per lunga via, con moderato esame,

Con assiduo pensier crebbemi in guisa

Che mia fibra or s’è fatta e sangue e mente.

305Nè creder già che doloroso io viva,

Poi che di tutta illusíon fallace

Dopo lungo pugnar strappai la benda;

Nè con rigido dente e con veleno

L’empio rimorso offenderà il mio petto,

310Già che dolce mi fia mirar l’abisso,

Da cui con tempestiva ala mi tolsi;

E folle no, ma saggia cosa io penso

Sviar la mente da perversi oggetti,

E disfar opra che il pensier condanna.

315Nè leggera, nè fiacca indole al certo,

Ma cor gagliardo ha chi sè stesso emenda.

Chi dura nell’error mente ha proterva;

Vile o stolto è colui che muta in peggio.

Chè, se per molta età, fra inesorata

320Stirpe di mali e immedicati affanni

Trascinare io dovrò l’ultima vita,

O Natura benigna, odi un mio prego:

A te non grazia di potenti io chiedo,

Non lauta sorte, o popolar favore,

325Nè di canto immortal vena perenne:

Con le palme supine altro t’imploro,

E tu, diva, m’ascolta, ove alcun senso

Di noi ti muova, ed al tuo vario trono

D’una prece mortale il suono arrivi.

330Deh! concedimi, o dea, che sempre vivo,

Come raggio costante a pellegrino,

Dentro all’anima mia splenda il pensiere,

Virtù sola e ricchezza, onde si scerne

Veracemente da ferin costume

335Nostra vita mortal; dammi che l’ira,

Breve furor che gl’intelletti acceca,

Non mi travolga mai, sì che sdegnoso

Fuor del dritto sentier corra e trasmodi;

Dammi che dal cor mio lungi deliri

340La molteplice insania, ispida erine,

Ch’or trascorre furente, ora si asside

Nell’umano cervello, e le secrete

Celle con fiero martellar ne introna.

Deh! se questo mi assenti, ed è tuo nume

345Che da’ cheti occhi miei fugga l’infido

Stuolo de le speranze e degli amici,

Pur sereno io vivrò: tante e sì nuove

Giostre alle morbidette alme prepara

L’aurea figlia dell’onde e quel di Maja,

350Tanto il buon Vanchetone apre alle proli

Tesor di catechismi ampio e di stupri,

Che inver folle sarei, se tutte intente

Pretendessi al mio dir l’itale orecchie.

M’udran sì, quando sia che al geniale

355Talamo un qualche frutto amor conceda,

Sì mi udranno i miei figli. A lor non molli

Danze e celeri cocchi e compro riso

Di sirene e di schiavi adempiranno

I pigri e vanitosi ozj, che sempre

360S’impaluda nel sen vacuo la vita

A chi in delizie e di delizie stanco

Con l’ala del lavor non sferza il tempo.

Nume a loro sarà l’unico nume

Degli onesti, il dover; la ragion fede,

365Vessil la libertà, patria la terra,

La coscienza del ben premio e salute.

Io tranquillo fra lor, sin che mi regga

Mente alcuna del ver l’anima intera,

All’Etna, al cielo ed alla morte in vista,

370D’Empedocle dirò l’inclita fine;

E se, indegna di me, fia che mi volga

La sposa infida e la rea prole il tergo,

Solo starò, come solingo sasso,

A cui rigido bora e il ciel maligno

375Nullo consente onor d’erbe e di rami:

Si dilungan da lui greggi e pastori,

Passan lungi gli augelli; egli co’ nembi

Pugna indefesso, infin che una nemica

Forza lo schianti, o il suol natio lo inghiotta.

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Autor
Andrea Maffei
Título
Lucifero — Epistola
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
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Identificador
ws-it-lucifero-epistola--andrea-maffei-715e25
Cita recomendada
Andrea Maffei, «Lucifero — Epistola», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-lucifero-epistola--andrea-maffei-715e25.html

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