CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Meli

Giovanni Meli · Romanticismo

Martino

italiano

L’uomo che vaneggiando esce di via,

Scosso dal collo l’amoroso freno

Della saggia natura,

Perde il polo di vista e va smarrito;

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5E quanto più da quella si dilunga

Tanto perduto più si trova e sente,

Quando i folli pensieri

Gli dan tregua per poco e il van desio.

Richiamarsi colà donde partío.

10Per qualche tempo illusïon gioconde

A lui saran gli splendidi palagi

Della città, le pompe, il lusso e gli agi;

Ma poi cresciuti in core

Sente gli affetti nequitosi e questi

15Crescer sente col crescere degli anni,

Della sua mente già fatti tiranni.

D’acute punte allor trafitto invoca

La natura, ma indarno;

Gli abiti rei l’han stretto di catene

20Che invan s’affanna a sciogliere; e frattanto

Per illuder sè stesso

Di libero e giulivo si dà vanto.

Pure di tempo in tempo: o quando ride

La bella primavera pe’ fioriti

25Lussureggianti prati: o quando autunno

Leva in sui campi il capo incoronato

Di poma e d’uva che contrasta all’oro

Il biondo colorito,

L’uomo della città con sua gran pena

30Si move e si trascina

Seco recando a’ campi la catena.

Son io, son io (così dicea Martino

Negl’istanti d’un lucido intervallo)

Lo snaturato figlio,

35Che un istinto segreto, ultimo avanzo

Della materna eredità, sospinge

Alla tenera madre, al piè träendo

La servile catena

Del vanitoso fasto

40E dell’ambizïon non mai satolla

Che di spine m’ingombrano il cammino.

Madre, quanto a’ tuoi sguardi io son meschino!

«Trovo fra questi aratri,

Fra questi di verzura

45Immensi anfitëatri

La madre mia natura,

Che con aperte braccia

A sè mi alletta e chiama,

E pinta sulla faccia

50Mi mostra la sua brama:

Che con benigno piglio

A me si accosta e dice:

Tutto ti diedi, o figlio,

Per renderti felice;

55Un cor pe’ godimenti;

Ove virtù verace

Agli onorati stenti

Sposa diletto e pace.

Legge ci trovi impressa

60Che d’ogni legge è fiore,

Scolpita da me stessa:

Ama e raccogli amore.

Legge che il core accresce,

Allarga il tuo pensiero,

65Che ti confonde e mesce

All’universo intero.

Senza essa sulla terra

Stranier tu vivi e solo,

Sempre cogli altri in guerra,

70O abbandonato o in duolo.

La mente e l’intelletto

T’ho dato, onde comprenda

Quello esser giusto e retto

Che al comun bene intenda.

75I sensi fu mia cura

Largirti, che gradita

Che vegeta e sicura

Ti rendano la vita.

L’occhio, perchè ti sveli

80Meravigliosa scena,

L’ordin che terre e cieli

Costantemente affrena.

L’orecchio novo incanto

Ti schiude all’alma ancora:

85Dell’usignuolo il pianto

Di voluttà la irrora.

Fra quegli alpestri orrori

Il passer solitario

Intenerisce i cori

90Col dolce accento e vario.

I flauti armonïosi

De’ vispi pastorelli

Fan eco a’ grazïosi

Gorgheggi degli augelli.

95Le nari pur consola

Tributo peregrino

D’odor che l’aura invola

Ai fiori del giardino.

Di frutti in abbondanza

100La mensa ti copersi,

Di tinte, di fragranza

E di sapor diversi.

Vieni, diletto, vieni,

Ascolta i miei richiami;

105Vien tra’ boschetti ameni,

Siedi fra’ verdi rami.

Meco in questo ermo lido

Regna la pace, e regna

Amor che farsi il nido

110Alle colombe insegna.

La fedeltà d’attorno

Qui trovomi ne’ cani

Vigili notte e giorno,

Amici e guardïani.

115Son mia superba reggia

Questi sublimi monti:

La mäestà passeggia

Sulle petrose fronti.

Quale beltà s’aduna,

120Quanta grandezza in essi!

Umana possa alcuna

Non è che vi si appressi.

Osserva come sorgono

Di sopra le foreste,

125E tra le nubi sporgono

Le trarupate creste!

Quante in que’ gran burrati

In que’ cespugli e grotte

Di rettili e d’alati

130Erran viventi frotte!

L’aquile in ciel sospese

Tesson con ala immota

Intorno alle scoscese

Rocce l’aerea rota.

135Felci e vitalbe intorno,

Ellere a gran festoni

Sono i tappeti, onde orno

Le altere mie magioni.

Mira da quella cima

140Come un perenne fiume

Mäestoso si adima

L’onde mutando in schiume!

Giù per occulte scale,

Di questi monti al fondo,

145Trovi le vaste sale

Ove i tesori ascondo.

Quanto l’umano ingegno

Mette ne’ primi onori,

Fra creta e sabbia io tegno,

150Lucenti gemme ed ori.

I rosëi graniti,

Le agate, gli ametisti

A scabre selci uniti,

Al fango son commisti.

155Delle mie grotte sono

Reconditi pilastri,

Son basi del mio trono,

Porfidi ed alabastri.

Vedi come io dispregio

160Tesor sì vano! E vui

Lo avrete in tanto pregio

Da occidervi per lui?

Ma lascia le caverne,

Esci all’aperto, e godi

165Le mie bellezze esterne

Diffuse in vari modi.

O quante specie, o quante

Varïetà d’aspetto

Presentano le piante

170Al mio veder perfetto!

Quante famiglie intere

Vivon d’insetti in loro,

Che in maggio a schiere a schiere

Volan sull’ali d’oro!

175La vite che si piega

Debole in basso sito,

Vedi come si lega

Al pioppo per marito!

Del tronco non fecondo

180Questi in compenso, i figli

Ne adotta e porta il pondo

De’ grappoli vermigli.

L’olivo che vetusto

Pugnò co’ venti e stette,

185Dal fracassato fusto

Germe novel rimette.

Piramidi fastose

Son larici e cipressi;

L’età del mondo ascose

190Leggo scolpite in essi.

Il grato mormorio

Dell’acqua che là scorre

Dice all’erbette: addio,

Io parto, che vi occorre?

195Volete nutrimento?

Verso di me stendete

Le barbe e in un momento

Il nutrimento avrete.

In ricompensa al rivo

200L’albero i rami stende,

E dall’ardore estivo

Coll’ombra lo difende.

Oh i corrisposti affetti!

Oh i ben locati offici!

205Inanimati oggetti

Fra lor son come amici.

Nè credere che l’onde

Sien sole; alla fontana

Galleggia e mi risponde

210Col gracidar la rana.

Tinti d’argento il tergo

Guizzano in fondo all’acque

I pesci, a cui l’albergo

Laggiù segnar mi piacque.

215Le pecchie industrïose

Rimira tra que’ fiori

Che alle cellette ascose

Tornan co’ dolci umori.

Se il mansuëto regno

220Intender ne sapessi

Vergogna avresti e sdegno

De’ tuoi superbi eccessi.

Ma le mie schiere alate

Del sol seguendo il raggio

225Cangian le sedi amate

Com’è l’ottobre o il maggio.

Presentan le stagioni

Le specie lor distinte

A torme ed a squadroni

230Di penne vario-pinte.

Sue nunzie e messaggere

La primavera manda

Le rondin che leggiere

Scorrono d’ogni banda.

235Poi giunge accompagnata

Da quaglie e da stornelli

E d’una smisurata

Folla di vari augelli.

Io tutti li confido

240Agli arboscelli, ai prati,

A fabbricarsi il nido,

Nutrirsi i dolci nati.

Molti co’ novi eredi,

Quando più ferve l’anno,

245Di più benigne sedi

In cerca se ne vanno.

D’autunno a’ lieti giorni

Di lodolette abbondo;

Garrule merle e storni

250Entro i vigneti ascondo.

E quando l’anno inchina

Ho l’oca e la beccaccia,

Che presso alla marina

Scendon di cibo in traccia.

255Nè compagnia mi manca

Di armenti e greggi; e questa

No, non mi opprime e stanca,

Ma pure gioie appresta.

Mi opprime e stanca oh quanto

260Il cittadin tumulto,

Del poverello il pianto,

Del ricco altier l’insulto.

Frodi, avaníe, raggiri,

Disordini e scompigli....

265O stolidi o deliri

Miei tralignati figli!»

Così favella di Martino al core

L’ingenüa natura. E la ragione

Che della verità la voce ascolta

270Santa ed util la trova,

Gran diletto ne prova e già la segue.

Ma le perverse ambizïose usanze

Che dagli anni primieri

Soggiogata l’avean, a’ bei pensieri

275Oppongon vane idee, vane sembianze,

Che ricopron di tenebre la mente.

Così Martino che veduto avea

Un lampo di saggezza, si ritorna

Macchina come pria,

280A cui l’abito solo imprime il moto.

E come nave in tempestoso mare

Senza vele e piloto, ai folli affetti

Che lungi lo trabalzano dal porto,

Riman ludibrio l’infelice; e segue

285A far, non punto accorto

Delle interne battaglie e degli affanni,

Quanto fatto egli avea da’ suoi primi anni.

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Autor
Giovanni Meli
Título
Martino
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
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Identificador
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Cita recomendada
Giovanni Meli, «Martino», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-martino--giovanni-meli-e39b8e.html

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