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PoetósferaLa BibliotecaVittoria Aganoor

Vittoria Aganoor · Modernismo

Leggenda eterna — Diario

italiano

Eccomi finalmente sola!... ancora

un altro giorno s’è compiuto; ancora

io per ore e per ore ho trascinato

il mio fantasma tra la gente; ho riso;

detto parole; carezzato i bimbi

altrui, con gesti lenti di persona

tranquilla; ho passeggiato pei sentieri,

ch’egli amava, con altri, e visto il velo

della sera cader sovra i lontani

monti, quei monti che con occhi accesi

di gioia, contemplò, la mano stretta

nella mia mano. Io feci anche presagi

sul tempo, sulle messi e la vicina

vendemmia e la raccolta, con sereno

accento di serena anima! Alfine

eccomi sola! Ancora un altro giorno.

Fino a quando, o Signore!

Oggi ho trovato,

in un vecchio scaffale, della vecchia

musica manoscritta; aveano i tarli

ricamato di strani fregi il foglio

duro e giallo, consunto un poco e un poco

accartocciato ai margini. Lo posi

sul leggìo; volli leggere. Le note

erano a tratti svanite, ed io, tutta

chinata innanzi, decifravo a grande

fatica. Ma dai primi accordi un’onda

di angoscia parve s’avventasse incontro

a me... Più forte io risentii la stretta

delle memorie, a me dicea l’antica

gavotta, solo due parole: — Mai

più; mai più. — Solo quelle due parole

dicean le note... Chiusi il foglio; gli occhi

più non vedeano...

In un lontano giorno,

chi sa? qualcuno aprì questa ingiallita

carta, sovra il leggìo d’una dipinta

spinetta, tutto intorno istoriata

a pastorelle inghirlandate, in rosea

veste, su prati in fiore, in riva a laghi

cilestrini... Chi sa? Rideva il sole

quel giorno sulla terra ed era forse

una fanciulla, gli occhi ed il pensiero

tutti pieni di luce, assisa innanzi

al cembalo... Le note altre parole

certo dissero a lei, certo cantarono

alla sua giovinezza ebbra, una dolce

lusinga, un inno, una promessa sola

ma smisurata e perfida: — Domani! —

«Domani!» — ... Che avverrà domani? Quale

miracolo potrebbe una speranza

risuscitare? Potrà mai la terra

fendersi e scoperchiarsi un’inchiodata

bara, e di nuovo accendersi due spenti

occhi, e una bocca suggellata ancora

aprirsi alle parole? Quelle rigide

mani, potranno mai come una volta

le mie stringere ancora? Ecco, domani

io questo penserò, come oggi e ieri

e sempre. Così i giorni, i mesi e gli anni

passeranno, e dovrò, placida in volto,

attendere ai doveri, ai modi, agli usi

della vita; sorridere ai cortesi

motti, pensare alle mie vesti, e dire

parole... Sono tutte eguali ormai

l’ore per me, solo la notte è forse

più tormentosa. Io penso i riposanti

profondi sonni dell’infanzia, i lunghi

obblii di quelli abbandonati sonni.

Piove. Certo laggiù, povero morto,

è freddo e buio, ma più freddo e buio

è qui, qui sulla terra, ove le foglie

son tutte gialle, e van col vento, e cadono,

cadono, e il cielo copre una gramaglia

fredda. È quassù l’algore, in questo immenso

deserto, dove sola una smarrita

anima va, senza più meta, incontro

a un’infinita tenebra, sbattuta

dalla tempesta che non posa, in questo

inverno di dolore.

Eccole, sono

qui tutte le sue lettere! rivive

qui la sua man nervosa e scrive in fretta

qui sopra il nome mio, chiude, suggella...

Non fu ieri? Son tutte entro la bianca

copertina. Con quale ansia le apersi

in quei giorni lontani, e con qual gioia!

Ecco, a questa la stecca impaziente

lacerò un canto. Per tre lunghi giorni

l’attesi ogni ora, e, nella notte, i sogni

eran pieni di lei: giungeva ed era

diretta ad altri; o protendea la mano

a ghermirla e vedea come in vapore

svanire il foglio...

Alfine giunse! Alcuni

amici conversavano e rideano

con me; ricordo che tranquilla in vista

la presi, la posai, volsi la spalle

alla luce, e più attenta anche mi finsi

alle parole che non più la mente

comprendea. Dentro, un palpito che tutta

mi scoteva; nessun vide le labbra

tremarmi? Certo io le costrinsi a un riso

fine e pacato... Dopo... Oh finalmente

sola, strappai la carta!

Ormai finito

è tutto, tutto è vano; e quasi adesso

esito a trarne il foglio.

Eccolo! steso

dinanzi a me, ma gli occhi una parola

soltanto posson leggere; una nebbia

vela subito gli occhi... È la parola

dolce e crudele come la memoria

d’una carezza che più mai due morte

mani potranno ridonarci: — Cara! —

E tornerà la primavera! I vesperi

sereni dell’Aprile torneranno

ancora; tornerà l’aria impregnata

d’odore, e in alto, in un clamor di gioia

passeranno le rondini.

Leggiamo!

E tutti i nostri torbidi pensieri

siano travolti come dentro un gorgo

dagli altrui. Qualche eccelsa anima prenda

la nostra come in pugno e la costringa

ad ascoltare la sua voce. Il libro

intonso, invita. Forse una parola

chiude consolatrice? Apriamo a caso.

Ecco: — “Quello che fu pei nostri ingenui

precursori l’assidua ricerca

dell’ideale e della verità

e della gloria, le correnti indocili

del secol nostro han fatto ora un’industria

patentata: l’industria del balocco

verbale„. —

Vero e triste! Ma che importa

a me, che importa dell’arte, del vero

della parola? Unico e tremendo

vero questa continua tortura

dei ricordi. Potrò mai per un attimo

dimenticare? potrò mai le nuvole

bianche, come ali bianche, e il sole e i fiori

e i prati e il mare, come un tempo, ancora

guardar serena, senza udir l’amara

domanda dentro: — “Perchè adesso ride

la terra? Perchè tutto è ancora in festa?

che vale ormai!...„

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Autor
Vittoria Aganoor
Título
Leggenda eterna — Diario
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-leggenda-eterna-diario--vittoria-aganoor-57ec08
Cita recomendada
Vittoria Aganoor, «Leggenda eterna — Diario», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-leggenda-eterna-diario--vittoria-aganoor-57ec08.html

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