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PoetósferaLa BibliotecaGiuseppe Colpani

Giuseppe Colpani · Romanticismo

La Toletta

italiano

Qui dove in cura a le ridenti grazie

T’attende l’odorifera toletta,

Vieni o Nice gentil, l’ampio t’avvolgi

Batavo lin cui sull’eburneo collo

Lento e sottil purpureo nastro annoda.

Vieni e t’affidi, e mentre al tuo Lesbino,

Lesbin del dotto pettine maestro,

La sparsa affidi, ed incomposta chioma,

Soffri che anch’io vicin ti sieda, e al sacro

De la bellezza amabil rito assista.

E non temer che al tuo bel fianco, o Nice,

Importuno filosofo m’affida,

E la lungh’arte a’ vezzi tuoi ministra,

Con cinic’occhio sprezzator condanni.

Io l’elegante lusso, io le brillanti

Frivolità de le inventrici mode,

Anima del commercio, amo ed apprezzo.

Indarno avrebbe il Savonese Tisi

Su l’intatto Ocean sparse le vele,

E dei tesori Americani aperte

A la sete Europea le ricche fonti:

Invan dal Franco e dal Britanno lido

Sciolto, e dal Texel l’animoso abete

Ricondurria le stranie merci in porto:

Se fra le varie nazioni industri

Non le spargesse il florido commercio

E l’util lusso e la cangiante moda.

Quante a la sola tua vaga toletta

Arti diverse i lor tributi offriro!

Per te sudar ne le fornaci ardenti

Del Veneto Murano i fabri ignudi

Sul non fallace e nitido cristallo,

Ne l’imagine tua lieto e superbo

Di mostrarti talor quanto sei bella

I ricchi a fabbricar lucidi vasi

Piegò il docile argento in varie forme

Un novelle Germano: o con novella

Arte, per te su la Misniaca argilla

Fur da mano Saffonica creati

I Chinesi lavori e i Giapponesi.

Per te gli acuti ed odorosi spirti,

Industre cura dal vivace arancio,

O dal soave gelsomino espresse,

O da altro fior ch’a l’Itala delizia

Del Ligustico mar la spiaggia amena,

E il Fesuleo parterre educa e nutre.

Nè già l’Angliche spille o Parigine,

Sì necessarie a un leggiadretto fiore

A una cadente boccola sostegno;

Nè il nero taffettà che segna e imprime

D’un più vivo color le rose e ì gigli

Di bella guancia, e al femminile impero

Or nova grazia or nova forza aggiunge;

Nè disprezziam quell’infinito e vario

Di sì gentile e sì brillante mondo

Quasi popol minor; pur tutto, o Nice,

Preparato per te. Nè la bell’arte

Quanto per te s’affaticò pur anco

L’ingegnoso Lesbin che ognor seguendo

Le nuove leggi che l’ardita Francia

A gl’Italici pettini prescrive,

Sa con sì destra ed operosa mano

Su l’ordin vario edificar la prova.

Così vive il commercio, e tutte a gara

Servon l’arti e l’industria al piacer nostro.

Taccia chi gli aspri e barbari costumi

De la selvaggia antichità rammenta.

Non fu l’antica età, non fur le rozze

Genti de gli agi e de i piacer nemiche;

Ma furon gli agi e le delizie ignote,

Ma ignoti furo a quella ferrea etade

Gli eleganti piacer. Fia chi pur osi

L’abito disadorno e l’irta chioma

De le neglette e rigide Sabine

In questi tempi rammentarti, o Nice,

Mentre veggiam le ninfe de la Senna

Il moltiplice ingegno e creatore

Stancar talvolta sul lavor d’un nastro:

E mentre fur da le mie belle Inglesi

Con tanto studio e con sì nobil arte

Le passioni del ventaglio apprese?

Felici noi che a sì svegliata etade

Dal ciel serbati de la tarda industria,

E del culto piacer cogliamo i frutti.

Gustiam, Nice, i piaceri. Al piacer nato

È il nostro cor: per sì beato fine

La natura ci forma e ci destina.

Per questo in pompa sì leggiadra e varia

A i sensi nostri i suoi tesor dispiega

Per questo i fini e delicati sensi

De i lievi spirti, e de le melli fibre

A noi compose: e aprì tra i sensi e l’alma

(De le inquiete menti indagatrici

Eterno forse inutile tormento)

L’invisibil commercio. Un cor che sente

Ci diè per questo: e non l’etereo foco

Del favoloso rapitor Prometeo,

Ma quello in lui providamente infuse

Care e felici passioni amiche

Che a lui pur danno e nudrimento e vita:

Quelle da cui con fortunato innesto

Da robusta e selvatica radice,

Il vigor privo al nostro oprar deriva.

Queste, benchè tra lor varie e discordi

Se dentro a i ciechi labirinti oscuri

De l’uman cor penetrerem, per tutte

Cercan solo il piacer. Questo cercaro

Tra i faticosi calcoli infecondi

Archimede e Nevvton: fra l’aspre cure

Cercar pur questo, e fra le stragi e ’l sangue

L’ambizioso Cesare e Cromvello.

Da così vivo e necessario affetto

Spinti seguiam la fortunata via

Che la saggia natura addita e segna,

E del sognante portico superbo

Co la gelata e stupida indolenza

Torci a noi stessi la ragion feroce

Non tenti già, che il tenterebbe indarno.

Ben ci raffreni, ed il lodevol uso

De gli amati piacer tempri e governi.

E a l’errante ragion scorta sicura

Fia la natura provida che pose

Un sì giusto confine a i sensi nostri

Che il soverchio piacer li stanca o sazia.

I bei piacer, che, come fior novelli,

Ci nascon lusinghevoli d’intorno,

Cogliam, ma non con man sì grave e ingorda

Che li guasti nel coglierli, o gli uccida.

Folle chi tutte a gli ebri avidi sensi

Le più care delizie offrendo a un tempo,

Spera larga trovar fonte perenne

D’inesausto piacer. Fra i lieti canti,

Fra gli spiranti Arabici profumi,

Tra quanto mai di più giocondo e raro

Preparò con real pompa superba

Al Romano guerrier l’Egizia amante;

Ecco la noja che già siede a tergo

Del languido e svogliato Sibarita,

Che per troppo goder nulla più gode.

I gustati piacer lasciam talvolta,

Lasciamli almen per poco; onde il più fino

Lor condimento e l’anima e la vita

Il desiderio si rinnovi o accresca.

Anzi la breve volontaria pena

A l’ingegnoso Epicureo non spiacque

Tentar talora, e a gl’irritati sensi

Il contrario piacer render più vivo.

Nova dolcezza al ben presente aggiunge

Il rimembrar de la sofferta noja

E un dilicato immaginar lusinga

Quanto più grato ne le fervid’ore

De l’affannosa sete apportatrici

Il gelato liquor t’appressi al labbro?

E il primo, o Nice, zefiretto molle,

Vago forier de la stagion novella,

Quanto è più dolce a te, quanto è più caro,

Dopo il soffiar de gli aquiloni algenti?

A voi gentili ed amorose donne,

Quanto dovriano (eppur nol fanno) i vostri

Adorator, quando acerbette e crude

D’un finto sdegno e di rigor v’armate?

Quante meno in amor lieti e felici

Sariano i ciechi e sconsigliati amanti,

Se l’accorto fanciul che meglio assai

La vera lor felicitade intende,

A quel divin suo nettare mescendo,

Preparatrice de’ più bei momenti,

Qualche lieve talor stilla d’assenzio,

Non risvegliasse co le brevi pene

Un cor che più non sentiria se stesso?

Rendiam vario il piacer. Da varie fonti

A noi derivi, e in cento guise e cento

Quasi novello Proteo si trasformi,

Or la schietta natura a noi lo porga

Con liberal magnificenza informe,

E in un vago disordine che piace.

Or quel che il volgar senso alletta e pasce,

L’arte affini per noi. De l’arte amica

Gli arditi genj emulator non sdegna

La cortese natura, e par che goda

D’esser vinta talor. Quell’erudito

Gusto formiam che ne’ diversi oggetti

La più segreta incognita bellezza

Sente, e qual curvo sul fornello industre

Affumicato chimico ne trae

Il più fino piacer. Quanto più forte

La divina armonia discende al core,

Se dei temprati numeri sonanti

Le giuste leggi il dotto orecchio intende.

E se talor l’avide ciglia immote

Su i spiranti color di Raffaelo,

Ovver sul Greco muscoloso marmo

Stupidi rivolgiam, quanto più gode

Chi tutta ne discopre a parte a parte

La regolar bellezza, e quel che dona

Al vivace scalpello e a l’ombreggiante

Pennello animator l’ultima grazia?

Anco la stessa da la negra bile

De i mordaci filosofi indiscreti

Troppo sovente biasimata a torto,

Opinione i suoi piacer con parte,

Ne le adombrate immagini del vero

L’idea pascendo d’un sì dolce errore,

Ch’è a noi talvolta anco del ver più caro

L’opinion che dei moderni Apici

Al difficil palato e signorile

Condisce i cibi che rimoto clima,

O contraria stagion rende più cari:

L’opinion che d’un liquor fumante,

Figlio d’illustre oltremarina vite,

Ci fa quasi gustar la patria e il nome.

Seguiamo in parte i fortunati inganni

De la seconda opinion, nè tutti,

Quel che già far de la Latina gente

Bramò l’empio Caligola inumano,

Tronchiam gli amati pregiudizi a un colpo,

Nè l’ultimo pensier, Nice vezzola,

Abbia da noi la non spregevol arte

De i piccoli nienti apprezzatrice.

Questi pur nascon mille volte il giorno,

Figli del caso, e in mille forme e nuove

Al par dei Lucreziani atomi antichi,

Si raccozzan tra loro: e formar ponno

Per chi ne coglie il rapido momento

La facil ferie de i piacer gentili.

Ne imprimon già, come i più forti oggetti,

Sovverchio moto a gli agitati spirti,

Ma lievemente l’anima scotendo,

Svegliano un dolce fremito e tranquillo

Che nel fondo del cor si sente appena.

Ma da i piacer lusingator de i sensi

Volgiamci spesso, e sian per noi la prima,

E più felice e più gioconda cura

De la mente i piacer. Questi con noi

Fra ’l popoloso vortice inquieto

Le ingrate cure, e ne’ deserti campi

L’amico e filosofico silenzio

A ricrear verran. Questi il divino

Socrate al carcer tenebroso, e il grande

Trionfator de l’Africa a l’indegno

Esilio accompagnar. Questi saranno

A la stanca vecchiezza, allor che parte

Da i lenti spirti, e dal gelato sangue

Il fugace piacer, fidi compagni.

La mente orniam co i degni studi; a lei

Quel nobil cibo che de’ sacri ingegni

Ci preparar le vigilate notti,

Quel cibo eletto, che l’eterna ambrosia

Non invidia a gli Dei, porgiam sovente.

Nè sdegni anco il gentil sesso talvolta

Far su le dotte ed onorate carte

Soave inganno a le increscevoli ore.

Non dovrà forse a una leggiadra donna

Esser dolce il pensar quanto convenga

Che in belle membra una bell’alma alberghi?

E quanto più d’un crespo crin, di due

Amorosette e languide pupille,

Sian le grazie de l’animo possenti

A conquistare e a conservar più lunge

Su i vinti cori il conquistato impero

E qual non sian vivo piacer per lei

Or de’ vivaci, e de’ lontani tempi

Scritte con aureo stil le belle istorie;

Ed or donata a l’infelice Fedra,

A l’arsa Dido, e a la dolente Alzira

Qualche furtiva lagrimetta amica?

E se pur vuole i più severi studi

Anco tentar, su le celesti sfere

Potrà del dotto Fontenelle al fianco

Levarsi a volo, e spaziar fra gli astri:

O porgeralli in man l’Anglico vetro

Rifrangitor de i colorati rai,

L’Algarotti immortal che i passi e l’ore

Or col suo Bembo, or con Nevvton divide

Ne’ fortunati campi ombra famosa.

Ben pon sì culti, e sì leggiadri ingegni

A lei seder di splendida toletta

Fra le odorate polveri compagni.

Ma a l’odorata polvere già stende

La mano impaziente il tuo Lesbino,

Che, mentre io sto filosofando teco

Ha l’egregio lavor condotto a fine,

Ed è del mio filosofar già stanco

Fortunato garzon che sì sovente

Quel gentil volto da vicin contempli,

E formi di sua man quell’aureo crine,

Che tra il crin d’Arianna, e Berenice

Brillar potria fra gli astri astro novello.

Ma pur da sì gentil volto diviso

Quell’aureo crin saria men bello in cielo.

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Autor
Giuseppe Colpani
Título
La Toletta
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
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Identificador
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Cita recomendada
Giuseppe Colpani, «La Toletta», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-la-toletta--giuseppe-colpani-63d581.html

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