Qui dove in cura a le ridenti grazie
T’attende l’odorifera toletta,
Vieni o Nice gentil, l’ampio t’avvolgi
Batavo lin cui sull’eburneo collo
Lento e sottil purpureo nastro annoda.
Vieni e t’affidi, e mentre al tuo Lesbino,
Lesbin del dotto pettine maestro,
La sparsa affidi, ed incomposta chioma,
Soffri che anch’io vicin ti sieda, e al sacro
De la bellezza amabil rito assista.
E non temer che al tuo bel fianco, o Nice,
Importuno filosofo m’affida,
E la lungh’arte a’ vezzi tuoi ministra,
Con cinic’occhio sprezzator condanni.
Io l’elegante lusso, io le brillanti
Frivolità de le inventrici mode,
Anima del commercio, amo ed apprezzo.
Indarno avrebbe il Savonese Tisi
Su l’intatto Ocean sparse le vele,
E dei tesori Americani aperte
A la sete Europea le ricche fonti:
Invan dal Franco e dal Britanno lido
Sciolto, e dal Texel l’animoso abete
Ricondurria le stranie merci in porto:
Se fra le varie nazioni industri
Non le spargesse il florido commercio
E l’util lusso e la cangiante moda.
Quante a la sola tua vaga toletta
Arti diverse i lor tributi offriro!
Per te sudar ne le fornaci ardenti
Del Veneto Murano i fabri ignudi
Sul non fallace e nitido cristallo,
Ne l’imagine tua lieto e superbo
Di mostrarti talor quanto sei bella
I ricchi a fabbricar lucidi vasi
Piegò il docile argento in varie forme
Un novelle Germano: o con novella
Arte, per te su la Misniaca argilla
Fur da mano Saffonica creati
I Chinesi lavori e i Giapponesi.
Per te gli acuti ed odorosi spirti,
Industre cura dal vivace arancio,
O dal soave gelsomino espresse,
O da altro fior ch’a l’Itala delizia
Del Ligustico mar la spiaggia amena,
E il Fesuleo parterre educa e nutre.
Nè già l’Angliche spille o Parigine,
Sì necessarie a un leggiadretto fiore
A una cadente boccola sostegno;
Nè il nero taffettà che segna e imprime
D’un più vivo color le rose e ì gigli
Di bella guancia, e al femminile impero
Or nova grazia or nova forza aggiunge;
Nè disprezziam quell’infinito e vario
Di sì gentile e sì brillante mondo
Quasi popol minor; pur tutto, o Nice,
Preparato per te. Nè la bell’arte
Quanto per te s’affaticò pur anco
L’ingegnoso Lesbin che ognor seguendo
Le nuove leggi che l’ardita Francia
A gl’Italici pettini prescrive,
Sa con sì destra ed operosa mano
Su l’ordin vario edificar la prova.
Così vive il commercio, e tutte a gara
Servon l’arti e l’industria al piacer nostro.
Taccia chi gli aspri e barbari costumi
De la selvaggia antichità rammenta.
Non fu l’antica età, non fur le rozze
Genti de gli agi e de i piacer nemiche;
Ma furon gli agi e le delizie ignote,
Ma ignoti furo a quella ferrea etade
Gli eleganti piacer. Fia chi pur osi
L’abito disadorno e l’irta chioma
De le neglette e rigide Sabine
In questi tempi rammentarti, o Nice,
Mentre veggiam le ninfe de la Senna
Il moltiplice ingegno e creatore
Stancar talvolta sul lavor d’un nastro:
E mentre fur da le mie belle Inglesi
Con tanto studio e con sì nobil arte
Le passioni del ventaglio apprese?
Felici noi che a sì svegliata etade
Dal ciel serbati de la tarda industria,
E del culto piacer cogliamo i frutti.
Gustiam, Nice, i piaceri. Al piacer nato
È il nostro cor: per sì beato fine
La natura ci forma e ci destina.
Per questo in pompa sì leggiadra e varia
A i sensi nostri i suoi tesor dispiega
Per questo i fini e delicati sensi
De i lievi spirti, e de le melli fibre
A noi compose: e aprì tra i sensi e l’alma
(De le inquiete menti indagatrici
Eterno forse inutile tormento)
L’invisibil commercio. Un cor che sente
Ci diè per questo: e non l’etereo foco
Del favoloso rapitor Prometeo,
Ma quello in lui providamente infuse
Care e felici passioni amiche
Che a lui pur danno e nudrimento e vita:
Quelle da cui con fortunato innesto
Da robusta e selvatica radice,
Il vigor privo al nostro oprar deriva.
Queste, benchè tra lor varie e discordi
Se dentro a i ciechi labirinti oscuri
De l’uman cor penetrerem, per tutte
Cercan solo il piacer. Questo cercaro
Tra i faticosi calcoli infecondi
Archimede e Nevvton: fra l’aspre cure
Cercar pur questo, e fra le stragi e ’l sangue
L’ambizioso Cesare e Cromvello.
Da così vivo e necessario affetto
Spinti seguiam la fortunata via
Che la saggia natura addita e segna,
E del sognante portico superbo
Co la gelata e stupida indolenza
Torci a noi stessi la ragion feroce
Non tenti già, che il tenterebbe indarno.
Ben ci raffreni, ed il lodevol uso
De gli amati piacer tempri e governi.
E a l’errante ragion scorta sicura
Fia la natura provida che pose
Un sì giusto confine a i sensi nostri
Che il soverchio piacer li stanca o sazia.
I bei piacer, che, come fior novelli,
Ci nascon lusinghevoli d’intorno,
Cogliam, ma non con man sì grave e ingorda
Che li guasti nel coglierli, o gli uccida.
Folle chi tutte a gli ebri avidi sensi
Le più care delizie offrendo a un tempo,
Spera larga trovar fonte perenne
D’inesausto piacer. Fra i lieti canti,
Fra gli spiranti Arabici profumi,
Tra quanto mai di più giocondo e raro
Preparò con real pompa superba
Al Romano guerrier l’Egizia amante;
Ecco la noja che già siede a tergo
Del languido e svogliato Sibarita,
Che per troppo goder nulla più gode.
I gustati piacer lasciam talvolta,
Lasciamli almen per poco; onde il più fino
Lor condimento e l’anima e la vita
Il desiderio si rinnovi o accresca.
Anzi la breve volontaria pena
A l’ingegnoso Epicureo non spiacque
Tentar talora, e a gl’irritati sensi
Il contrario piacer render più vivo.
Nova dolcezza al ben presente aggiunge
Il rimembrar de la sofferta noja
E un dilicato immaginar lusinga
Quanto più grato ne le fervid’ore
De l’affannosa sete apportatrici
Il gelato liquor t’appressi al labbro?
E il primo, o Nice, zefiretto molle,
Vago forier de la stagion novella,
Quanto è più dolce a te, quanto è più caro,
Dopo il soffiar de gli aquiloni algenti?
A voi gentili ed amorose donne,
Quanto dovriano (eppur nol fanno) i vostri
Adorator, quando acerbette e crude
D’un finto sdegno e di rigor v’armate?
Quante meno in amor lieti e felici
Sariano i ciechi e sconsigliati amanti,
Se l’accorto fanciul che meglio assai
La vera lor felicitade intende,
A quel divin suo nettare mescendo,
Preparatrice de’ più bei momenti,
Qualche lieve talor stilla d’assenzio,
Non risvegliasse co le brevi pene
Un cor che più non sentiria se stesso?
Rendiam vario il piacer. Da varie fonti
A noi derivi, e in cento guise e cento
Quasi novello Proteo si trasformi,
Or la schietta natura a noi lo porga
Con liberal magnificenza informe,
E in un vago disordine che piace.
Or quel che il volgar senso alletta e pasce,
L’arte affini per noi. De l’arte amica
Gli arditi genj emulator non sdegna
La cortese natura, e par che goda
D’esser vinta talor. Quell’erudito
Gusto formiam che ne’ diversi oggetti
La più segreta incognita bellezza
Sente, e qual curvo sul fornello industre
Affumicato chimico ne trae
Il più fino piacer. Quanto più forte
La divina armonia discende al core,
Se dei temprati numeri sonanti
Le giuste leggi il dotto orecchio intende.
E se talor l’avide ciglia immote
Su i spiranti color di Raffaelo,
Ovver sul Greco muscoloso marmo
Stupidi rivolgiam, quanto più gode
Chi tutta ne discopre a parte a parte
La regolar bellezza, e quel che dona
Al vivace scalpello e a l’ombreggiante
Pennello animator l’ultima grazia?
Anco la stessa da la negra bile
De i mordaci filosofi indiscreti
Troppo sovente biasimata a torto,
Opinione i suoi piacer con parte,
Ne le adombrate immagini del vero
L’idea pascendo d’un sì dolce errore,
Ch’è a noi talvolta anco del ver più caro
L’opinion che dei moderni Apici
Al difficil palato e signorile
Condisce i cibi che rimoto clima,
O contraria stagion rende più cari:
L’opinion che d’un liquor fumante,
Figlio d’illustre oltremarina vite,
Ci fa quasi gustar la patria e il nome.
Seguiamo in parte i fortunati inganni
De la seconda opinion, nè tutti,
Quel che già far de la Latina gente
Bramò l’empio Caligola inumano,
Tronchiam gli amati pregiudizi a un colpo,
Nè l’ultimo pensier, Nice vezzola,
Abbia da noi la non spregevol arte
De i piccoli nienti apprezzatrice.
Questi pur nascon mille volte il giorno,
Figli del caso, e in mille forme e nuove
Al par dei Lucreziani atomi antichi,
Si raccozzan tra loro: e formar ponno
Per chi ne coglie il rapido momento
La facil ferie de i piacer gentili.
Ne imprimon già, come i più forti oggetti,
Sovverchio moto a gli agitati spirti,
Ma lievemente l’anima scotendo,
Svegliano un dolce fremito e tranquillo
Che nel fondo del cor si sente appena.
Ma da i piacer lusingator de i sensi
Volgiamci spesso, e sian per noi la prima,
E più felice e più gioconda cura
De la mente i piacer. Questi con noi
Fra ’l popoloso vortice inquieto
Le ingrate cure, e ne’ deserti campi
L’amico e filosofico silenzio
A ricrear verran. Questi il divino
Socrate al carcer tenebroso, e il grande
Trionfator de l’Africa a l’indegno
Esilio accompagnar. Questi saranno
A la stanca vecchiezza, allor che parte
Da i lenti spirti, e dal gelato sangue
Il fugace piacer, fidi compagni.
La mente orniam co i degni studi; a lei
Quel nobil cibo che de’ sacri ingegni
Ci preparar le vigilate notti,
Quel cibo eletto, che l’eterna ambrosia
Non invidia a gli Dei, porgiam sovente.
Nè sdegni anco il gentil sesso talvolta
Far su le dotte ed onorate carte
Soave inganno a le increscevoli ore.
Non dovrà forse a una leggiadra donna
Esser dolce il pensar quanto convenga
Che in belle membra una bell’alma alberghi?
E quanto più d’un crespo crin, di due
Amorosette e languide pupille,
Sian le grazie de l’animo possenti
A conquistare e a conservar più lunge
Su i vinti cori il conquistato impero
E qual non sian vivo piacer per lei
Or de’ vivaci, e de’ lontani tempi
Scritte con aureo stil le belle istorie;
Ed or donata a l’infelice Fedra,
A l’arsa Dido, e a la dolente Alzira
Qualche furtiva lagrimetta amica?
E se pur vuole i più severi studi
Anco tentar, su le celesti sfere
Potrà del dotto Fontenelle al fianco
Levarsi a volo, e spaziar fra gli astri:
O porgeralli in man l’Anglico vetro
Rifrangitor de i colorati rai,
L’Algarotti immortal che i passi e l’ore
Or col suo Bembo, or con Nevvton divide
Ne’ fortunati campi ombra famosa.
Ben pon sì culti, e sì leggiadri ingegni
A lei seder di splendida toletta
Fra le odorate polveri compagni.
Ma a l’odorata polvere già stende
La mano impaziente il tuo Lesbino,
Che, mentre io sto filosofando teco
Ha l’egregio lavor condotto a fine,
Ed è del mio filosofar già stanco
Fortunato garzon che sì sovente
Quel gentil volto da vicin contempli,
E formi di sua man quell’aureo crine,
Che tra il crin d’Arianna, e Berenice
Brillar potria fra gli astri astro novello.
Ma pur da sì gentil volto diviso
Quell’aureo crin saria men bello in cielo.