Le gravi cure, e i pensier tuoi membrando
Da queste amene e solitarie selve
A te forse verrian timidi e lenti,
Dotto Signore illustre, i versi miei.
Ma fan, che mentre infra gli oscuri e sacri
Labirinti politici t’avvolgi
Moderator dell’utile commercio,
Anco i più dolci e men severi studi
Talor non sdegni, e fra le muse i stanchi
Spirti dal lungo meditar ricrei,
Dunque i miei versi in lieta fronte accogli;
E perchè siano a te men gravi in parte,
Le lodi in lor del tuo commercio ascolta.
Vieni, o Conte gentile, e meco al fianco
Sovra il cocchio poetico t’affidi:
Ai volanti destrier reggendo il morso,
Rapidamente per l’età diverse,
E per le colte nazioni industri
Il commercio seguiam. L’origin prima
Tra i vagabondi popoli selvaggi
Abbia un solo da noi sguardo fugace.
Nè voglio già, che per l’intatto Eusino
Coll’ardito Giason guidiamo in Colco
Sul curvato da lui Tessalo abete
L’argiva gioventù. Questi lasciando
Leggiadri sogni ai favolosi Achei,
Offriamo il canto alla ragione, e al vero.
I non finti Giasoni, e gli animosi
Tisi vieni a mirar sul Tirio lido.
Là sulla nuda, ed arenosa spiaggia
Torreggiar mira la superba Tiro.
A lei, de’ propri doni avaro e scarso
L’infecondo terreno, i larghi porti
Offerse invece; e coll’industre genio
Nato all’arti e al commercio, i figli suoi
Gli stranieri tesor versanle in seno.
Dal Libano vicin mira gli annosi
Pini scendere al lido, e armare i lunghi
Robusti fianchi alle Sidonie navi,
Che alzate al vento le stridenti antenne,
Volan sicure alle lontane rive
Sull’indomite ancora onde marine,
E già la ricca e popolosa terra
Tanto splendore, e tanta forza acquista,
Che pria dal furibondo impeto ostile
Dell’armi Babiloniche distrutta,
Più bella ancor dalle rovine antiche,
E dalle sparse ceneri rinasce;
E stanca poscia il giovane Pelleo,
Che invan d’assedio la circonda e serra.
Ma dopo mille faticose prove
L’ostinato Macedone pur vince;
Ed i Tiri tesori alla novella
Città trasporta, che da lui fondata
Sul Memfitico lido ergesi altera,
E tien dal grande fondatore il nome.
A te verremo, ampia città: ma prima
Soffri, che scesi alle Africane spiagge
Miriam di Tiro la superba figlia,
La Fenicia Cartagine, che sorge
Del materno commercio emulatrice.
Ecco d’ardite navi un folto stuolo,
Che al fido porto dai Tartessj regni,
E dalle sponde Betiche ritorna:
E un altro là, che colle sparse vele,
Per ricondur le Gaditane merci,
All’Atlantico mar volge le prore.
Fortunata città, se col suo nome
Non adombrasse, e colla sua ricchezza
La feroce nell’armi invida Roma.
Ma già le gelosie crescono, e gli odj:
Ma già freme la guerra: il fier nemico
Conquistator de’ popoli già viene:
E le Puniche navi, un dì ministre
Al tranquillo e pacifico commercio,
Or van, gemendo sotto il peso ingrato,
Sull’implacido mar lente e sdegnose.
I lunghi assalti della sua nemica
La possente repubblica non teme:
Le tante volte dissipate membra
Pur ricongiunge, e col vigore interno,
Dall’antico commercio in lei trasfuso,
Le regge ancor. Ma stanca alfin pur cede
All’armi invinte, ed al destin di Roma.
Fuggiam da questa ambiziosa Roma,
Le altrui fortune a depredar sol nata.
I vacui porti abbandonando, e l’arsa
Deserta sabbia, ove sorgea Cartago,
Il lieve cocchio al non lontano Egitto
Drizziamo, o Conte, a ricrear lo sguardo
Sulla città, già d’Alessandro un tempo
Illustre cura, e che da lui si noma.
Quanto non debbe alla natura amica,
Che tante fonti al suo commercio aperse?
Offre i ricchi tesori Orientali
Obbediente a lei l’onda Eritrea.
Il settemplice Nilo al vasto regno
Della negra Etiopia, e il mar, che i lidi
D’Italia, e dell’opposta Africa bagna,
Al Commercio Europeo le schiude il varco.
Qual poi stupor, se in tanta gloria crebbe,
E in sì splendida pompa a noi si mostra?
Ma qui ancor viene, col furor dell’armi
La fuggitiva libertà seguendo,
L’inquieto Roman. Pur ne’ bei genj
Del pacifico Augusto il vinto Egitto
Si riconforta, e men dolenti intorno
Erran dei Tolomei l’ombre famose.
Ma non è già dell’immortale Augusto
Emulatore il Saraceno ingordo,
Che su l’affitta, e desolata terra
Stendendo la crudel mano rapace,
Il languido commercio, e le disperse
Arti col duro e servil giogo opprime.
E già mill’altri popoli feroci
Dal freddo Polo, e dalle spiagge Artoe
Venner, seco recando e stragi e morte
Ad inondare il domito Occidente,
E tutto un grave alto squallor ricopre.
Degli anelanti e fervidi destrieri
Le forti penne raddoppiamo al tergo,
E colla mossa aura Febea la densa
Caliginosa nebbia dissipando,
Tutta d’un volo divoriam la via
De’ foschi tempi, ed all’aperto usciti
Sereno giorno, rimiriam le nove
Famose genti, e i rinascenti Imperj.
I primi sguardi abbia da noi la bella
Italia. Oh quanto è mai l’Italia nostra,
Oh quanto è mai da quel di pria difforme!
Nella fatal trista rovina involte
Giaccion l’arti, e il commercio, e alcun non trovo
Dell’antico splendor sparso vestigio.
Pur veggo là, dove all’estremo golfo
L’inquieto Adria freme, io veggo alzarse
Nova Città. Mentre appressiamo il cocchio,
Veggo ondeggiar le lunghe vie frequenti
Di popol folto, e gli agitati remi
Sparger di bianca spuma il salso flutto.
Ah questa, io ben la riconosco, è questa
La sorgente Venezia. Oh come intorno
Allarga e stende le reali mura,
Non dagli Dei sovra l’instabil onda,
Ma dall’invitta libertà fondate,
Che nei Veneti cor trovò sicuro
Dall’Unnico furor scampo ed asilo.
Come in forza del pari, e in fama cresce
La chiara gente, che gli Adriaci lidi
Lasciati addietro, e su i volanti legni
L’Ionio mar varcando, e l’onda Egea,
Alle Pelopie, e alle Cretensi rive,
E all’altre ai prischi Greci Isole amiche
Stende il felice e glorioso Impero?
Non miri, o Conte, del sicuro porto
Nel curvo sen le peregrine merci
Dell’Oriente, e dell’Egitto accolte?
Emole illustri ecco apparire a un tempo
Le Ligustiche flotte, e le Pisane,
Non ben contente dei secondi onori,
Ma del lungo tardar ci sgrida omai,
Degl’Itali confini impaziente
Il vigile commercio, e vuol, che seco
Spieghiamo alfine oltre l’Italia il volo.
Egli ringrazia l’onorata terra,
Di lui, e de le belle arti a lui care
Prima ristoratrice: e a voi si volge,
O generosi Medici immortali,
Con più sereno sguardo, e vi rammenta,
Che del commercio su la ferma base
Lo splendor vostro, e la fortuna ergeste.
Andiam, ch’ei già su i Lusitani abeti
Ascese, e l’African lito radendo,
E il tempestoso infido mar trascorso,
Vola agl’Indici regni. A lui già in dono
Offrono i lor tesori e l’Indo, e il Gange.
Ma perchè poi sì neghittoso dorme
Il Portughese nelle sue conquiste?
Non vede là sulla marina azzurra,
Di libertà dalla nova aura spinte,
Venir d’Olanda le animose vele?
Mentr’ei dal languid’ozio si riscote,
La valorosa Nazion guerriera
I bei lidi Gangetici, e le vaste
Isole invitta signoreggia e scorre:
E già ritornan le superbe navi,
Folgoreggianti dell’Eoe ricchezze,
Della forte Amsterdam nel porto amico.
Entriam noi pur colle vittrici prore
L’amico porto. Ecco la folta selva
Delle sorgenti antenne: ecco la ciurma,
Che nel vario lavor ferve e discorre:
Il nautico rumor senti, ed il cupo
Fremer dell’onda, che respinta indietro
Dai nudi scogli, si rifrange e spuma.
Questa, che angusta e inonorata un tempo
Giacea dell’Amstel su l’ignobil riva,
Qual possente Città cresce e s’inalza!
Di varie lingue, e d’abiti, e di volti
Qual confuso spettacolo e superbo?
Qual di straniere merci ampio tesoro!
Ecco di Ceilano, e di Sumatra,
Di Giava, e del Borneo quanto il fecondo
Suolo produce, e l’odorose piante,
E quanto nel Chinese antico regno,
E nel geloso ed ultimo Giappone
Mano fabbricatrice orna e prepara.
Questi, che il patrio ingrato ciel non crea,
Frutti raccolse da’ rimoti climi
L’accorta degli altrui tesori al pigro
Lusso Europeo dispensatrice Ollanda.
Ma mentre siam con stupid’occhio intenti
L’industre ad ammirar Batava gente;
Mentre dalla vicina ampia Germania,
Colle unite Città, Dantzica e Amburgo
Chiamanci pure, ad ammirar del pari
Il crescente fra lor ricco commercio:
Ecco, ch’ei scioglie a nove glorie il volo,
E il Savonese da lontan ne addita,
Che dai scoperti Americani lidi,
Coi fausti auspici del Monarca Ibero,
Torna vittorioso al patrio suolo.
I tentati da lui mari solcando,
Vengono a gara i forti legni Ispani,
E da quei vasti, e del propizio cielo
Per troppo infausto don floridi regni,
I Peruvj tesori, e i Potosini,
E quei, che il vinto Messico raccoglie,
Riportan lieti alle natie contrade.
Svegliasi al grande e fortunato esempio
L’emulo Portughese, e andar già veggo
Del soggetto Brasil superbo il Tago.
Ma forse intanto spettator tranquillo
Delle ricchezze, e della gloria altrui
Stassi nella sua Londra il fier Britanno?
Ah no; che troppo alle grand’opre è nata
La bellicosa Nazion. Già corse
I mari anch’essa, ed a’ più stranj climi
Portò coll’armi sue l’Anglico nome,
E ritornar dalle navali imprese
Le trionfali coronate prore
Al suo lido real vide il Tamigi.
Che non pieghiamo, o dotto verri, il corso
A salutar l’avventurosa terra?
Salve, o terra beata, amica fede
All’aurea libertà. Veggo la bella
Dei Britannici petti animatrice,
Non fra ’l discorde popolar tumulto
Dubbia e ondeggiante, ma da ferme leggi
Entro il giusto confin retta e librata:
Veggo, o illustre d’Eroi madre feconda,
I figli tuoi, che la ferocia antica
Del buon sangue Saffonico temprando
Col pensar grave e col maturo senno,
Per le magnanim’opre in pace e in guerra
Chiari del par, di marziale alloro,
E di placido ulivo ornan le chiome.
E mentre, pien di riverenza, il nuovo
Omero inchino, e gli Addissoni, e i Pope,
Quei della gloria tua custodi invitti
I Blake ammiro, e i Malborughi tuoi.
Dalla sacra difese ombra del Trono
Veggo tutte fiorir l’arti più colte,
E su i lavor della operosa industria
Vegliar sicuro il florido commercio.
Ed oh perchè con più tranquillo sguardo
Spaziar su le tante opre sì belle
A noi non lice, e per stagion più lunga
Ai rapidi destrier fermare il volo
Sul felice tuo lido, Anglia superba?
Ma già la tua vicina Emola Francia
A se ne invita, ed a ragion si duole,
Che a lei si tardi rivolgiamo il corso:
A lei, che fin dalla vetusta etade
La focense Marsiglia, ed altre illustri
Città dell’ampio regno a noi rammenta:
A lei, che diede, al par dell’altre genti,
Dei novi mondi a tanta parte il nome:
A lei, che suole al dilicato gusto
Dettar le leggi, e diffondendo il fino
Lusso elegante, e la volubil moda,
Il commercio del par cresce e diffonde:
A lei, che il gran Luigi, e il non mai stanco
Del gran Luigi inspirator Colberto
Ci mostra, e al sommo onor l’arti più industri
Dal magnanimo Principe promosse.
E che non può sovra l’industria e l’arti
Un propizio Regnante? E non tentaro
L’ignoto ciel, gl’inospitali un tempo
Climi soggetti al gelido Boote,
Dall’immortale Creator de’ Russi
Nel suo nascente Pietroburgo accolte?
Dalla mano real forza e sostegno
Prendendo, scosser la barbarie antica,
Ed instillar negli animi selvaggi
Il viver culto, e il placido costume;
Ed aperto al moltiplice commercio
Dal Finlandico mare all’onde Caspe
Novo sentier, nova da lor si sparse
Per quell’immenso regno anima e vita.
Ed or vorrei ben io, Conte gentile,
Sulla Neva spiegar l’ultimo volo
A contemplar del Russo Eroe le glorie.
Ma veggo già la taciturna e grave
Politica severa e la pensosa
Ragion di Stato, che mi guardan bieche,
E mi rinfaccian, che ne’ versi miei
Per sì lungo cammin, già tante volte
Ne’ tuoi dotti pensier da te trascorso,
Io pur ti guidi, e i sacri a la tua Patria
Sì preziosi aurei momenti involi.
Rivolgiam dunque le volanti rote
Alla tua bella Insubria: e tu scendendo,
Alle onorate tue cure ritorna;
Io riconduco alle mie selve il cocchio.