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PoetósferaLa BibliotecaGiuseppe Colpani

Giuseppe Colpani · Romanticismo

Il Commercio

italiano

Le gravi cure, e i pensier tuoi membrando

Da queste amene e solitarie selve

A te forse verrian timidi e lenti,

Dotto Signore illustre, i versi miei.

Ma fan, che mentre infra gli oscuri e sacri

Labirinti politici t’avvolgi

Moderator dell’utile commercio,

Anco i più dolci e men severi studi

Talor non sdegni, e fra le muse i stanchi

Spirti dal lungo meditar ricrei,

Dunque i miei versi in lieta fronte accogli;

E perchè siano a te men gravi in parte,

Le lodi in lor del tuo commercio ascolta.

Vieni, o Conte gentile, e meco al fianco

Sovra il cocchio poetico t’affidi:

Ai volanti destrier reggendo il morso,

Rapidamente per l’età diverse,

E per le colte nazioni industri

Il commercio seguiam. L’origin prima

Tra i vagabondi popoli selvaggi

Abbia un solo da noi sguardo fugace.

Nè voglio già, che per l’intatto Eusino

Coll’ardito Giason guidiamo in Colco

Sul curvato da lui Tessalo abete

L’argiva gioventù. Questi lasciando

Leggiadri sogni ai favolosi Achei,

Offriamo il canto alla ragione, e al vero.

I non finti Giasoni, e gli animosi

Tisi vieni a mirar sul Tirio lido.

Là sulla nuda, ed arenosa spiaggia

Torreggiar mira la superba Tiro.

A lei, de’ propri doni avaro e scarso

L’infecondo terreno, i larghi porti

Offerse invece; e coll’industre genio

Nato all’arti e al commercio, i figli suoi

Gli stranieri tesor versanle in seno.

Dal Libano vicin mira gli annosi

Pini scendere al lido, e armare i lunghi

Robusti fianchi alle Sidonie navi,

Che alzate al vento le stridenti antenne,

Volan sicure alle lontane rive

Sull’indomite ancora onde marine,

E già la ricca e popolosa terra

Tanto splendore, e tanta forza acquista,

Che pria dal furibondo impeto ostile

Dell’armi Babiloniche distrutta,

Più bella ancor dalle rovine antiche,

E dalle sparse ceneri rinasce;

E stanca poscia il giovane Pelleo,

Che invan d’assedio la circonda e serra.

Ma dopo mille faticose prove

L’ostinato Macedone pur vince;

Ed i Tiri tesori alla novella

Città trasporta, che da lui fondata

Sul Memfitico lido ergesi altera,

E tien dal grande fondatore il nome.

A te verremo, ampia città: ma prima

Soffri, che scesi alle Africane spiagge

Miriam di Tiro la superba figlia,

La Fenicia Cartagine, che sorge

Del materno commercio emulatrice.

Ecco d’ardite navi un folto stuolo,

Che al fido porto dai Tartessj regni,

E dalle sponde Betiche ritorna:

E un altro là, che colle sparse vele,

Per ricondur le Gaditane merci,

All’Atlantico mar volge le prore.

Fortunata città, se col suo nome

Non adombrasse, e colla sua ricchezza

La feroce nell’armi invida Roma.

Ma già le gelosie crescono, e gli odj:

Ma già freme la guerra: il fier nemico

Conquistator de’ popoli già viene:

E le Puniche navi, un dì ministre

Al tranquillo e pacifico commercio,

Or van, gemendo sotto il peso ingrato,

Sull’implacido mar lente e sdegnose.

I lunghi assalti della sua nemica

La possente repubblica non teme:

Le tante volte dissipate membra

Pur ricongiunge, e col vigore interno,

Dall’antico commercio in lei trasfuso,

Le regge ancor. Ma stanca alfin pur cede

All’armi invinte, ed al destin di Roma.

Fuggiam da questa ambiziosa Roma,

Le altrui fortune a depredar sol nata.

I vacui porti abbandonando, e l’arsa

Deserta sabbia, ove sorgea Cartago,

Il lieve cocchio al non lontano Egitto

Drizziamo, o Conte, a ricrear lo sguardo

Sulla città, già d’Alessandro un tempo

Illustre cura, e che da lui si noma.

Quanto non debbe alla natura amica,

Che tante fonti al suo commercio aperse?

Offre i ricchi tesori Orientali

Obbediente a lei l’onda Eritrea.

Il settemplice Nilo al vasto regno

Della negra Etiopia, e il mar, che i lidi

D’Italia, e dell’opposta Africa bagna,

Al Commercio Europeo le schiude il varco.

Qual poi stupor, se in tanta gloria crebbe,

E in sì splendida pompa a noi si mostra?

Ma qui ancor viene, col furor dell’armi

La fuggitiva libertà seguendo,

L’inquieto Roman. Pur ne’ bei genj

Del pacifico Augusto il vinto Egitto

Si riconforta, e men dolenti intorno

Erran dei Tolomei l’ombre famose.

Ma non è già dell’immortale Augusto

Emulatore il Saraceno ingordo,

Che su l’affitta, e desolata terra

Stendendo la crudel mano rapace,

Il languido commercio, e le disperse

Arti col duro e servil giogo opprime.

E già mill’altri popoli feroci

Dal freddo Polo, e dalle spiagge Artoe

Venner, seco recando e stragi e morte

Ad inondare il domito Occidente,

E tutto un grave alto squallor ricopre.

Degli anelanti e fervidi destrieri

Le forti penne raddoppiamo al tergo,

E colla mossa aura Febea la densa

Caliginosa nebbia dissipando,

Tutta d’un volo divoriam la via

De’ foschi tempi, ed all’aperto usciti

Sereno giorno, rimiriam le nove

Famose genti, e i rinascenti Imperj.

I primi sguardi abbia da noi la bella

Italia. Oh quanto è mai l’Italia nostra,

Oh quanto è mai da quel di pria difforme!

Nella fatal trista rovina involte

Giaccion l’arti, e il commercio, e alcun non trovo

Dell’antico splendor sparso vestigio.

Pur veggo là, dove all’estremo golfo

L’inquieto Adria freme, io veggo alzarse

Nova Città. Mentre appressiamo il cocchio,

Veggo ondeggiar le lunghe vie frequenti

Di popol folto, e gli agitati remi

Sparger di bianca spuma il salso flutto.

Ah questa, io ben la riconosco, è questa

La sorgente Venezia. Oh come intorno

Allarga e stende le reali mura,

Non dagli Dei sovra l’instabil onda,

Ma dall’invitta libertà fondate,

Che nei Veneti cor trovò sicuro

Dall’Unnico furor scampo ed asilo.

Come in forza del pari, e in fama cresce

La chiara gente, che gli Adriaci lidi

Lasciati addietro, e su i volanti legni

L’Ionio mar varcando, e l’onda Egea,

Alle Pelopie, e alle Cretensi rive,

E all’altre ai prischi Greci Isole amiche

Stende il felice e glorioso Impero?

Non miri, o Conte, del sicuro porto

Nel curvo sen le peregrine merci

Dell’Oriente, e dell’Egitto accolte?

Emole illustri ecco apparire a un tempo

Le Ligustiche flotte, e le Pisane,

Non ben contente dei secondi onori,

Ma del lungo tardar ci sgrida omai,

Degl’Itali confini impaziente

Il vigile commercio, e vuol, che seco

Spieghiamo alfine oltre l’Italia il volo.

Egli ringrazia l’onorata terra,

Di lui, e de le belle arti a lui care

Prima ristoratrice: e a voi si volge,

O generosi Medici immortali,

Con più sereno sguardo, e vi rammenta,

Che del commercio su la ferma base

Lo splendor vostro, e la fortuna ergeste.

Andiam, ch’ei già su i Lusitani abeti

Ascese, e l’African lito radendo,

E il tempestoso infido mar trascorso,

Vola agl’Indici regni. A lui già in dono

Offrono i lor tesori e l’Indo, e il Gange.

Ma perchè poi sì neghittoso dorme

Il Portughese nelle sue conquiste?

Non vede là sulla marina azzurra,

Di libertà dalla nova aura spinte,

Venir d’Olanda le animose vele?

Mentr’ei dal languid’ozio si riscote,

La valorosa Nazion guerriera

I bei lidi Gangetici, e le vaste

Isole invitta signoreggia e scorre:

E già ritornan le superbe navi,

Folgoreggianti dell’Eoe ricchezze,

Della forte Amsterdam nel porto amico.

Entriam noi pur colle vittrici prore

L’amico porto. Ecco la folta selva

Delle sorgenti antenne: ecco la ciurma,

Che nel vario lavor ferve e discorre:

Il nautico rumor senti, ed il cupo

Fremer dell’onda, che respinta indietro

Dai nudi scogli, si rifrange e spuma.

Questa, che angusta e inonorata un tempo

Giacea dell’Amstel su l’ignobil riva,

Qual possente Città cresce e s’inalza!

Di varie lingue, e d’abiti, e di volti

Qual confuso spettacolo e superbo?

Qual di straniere merci ampio tesoro!

Ecco di Ceilano, e di Sumatra,

Di Giava, e del Borneo quanto il fecondo

Suolo produce, e l’odorose piante,

E quanto nel Chinese antico regno,

E nel geloso ed ultimo Giappone

Mano fabbricatrice orna e prepara.

Questi, che il patrio ingrato ciel non crea,

Frutti raccolse da’ rimoti climi

L’accorta degli altrui tesori al pigro

Lusso Europeo dispensatrice Ollanda.

Ma mentre siam con stupid’occhio intenti

L’industre ad ammirar Batava gente;

Mentre dalla vicina ampia Germania,

Colle unite Città, Dantzica e Amburgo

Chiamanci pure, ad ammirar del pari

Il crescente fra lor ricco commercio:

Ecco, ch’ei scioglie a nove glorie il volo,

E il Savonese da lontan ne addita,

Che dai scoperti Americani lidi,

Coi fausti auspici del Monarca Ibero,

Torna vittorioso al patrio suolo.

I tentati da lui mari solcando,

Vengono a gara i forti legni Ispani,

E da quei vasti, e del propizio cielo

Per troppo infausto don floridi regni,

I Peruvj tesori, e i Potosini,

E quei, che il vinto Messico raccoglie,

Riportan lieti alle natie contrade.

Svegliasi al grande e fortunato esempio

L’emulo Portughese, e andar già veggo

Del soggetto Brasil superbo il Tago.

Ma forse intanto spettator tranquillo

Delle ricchezze, e della gloria altrui

Stassi nella sua Londra il fier Britanno?

Ah no; che troppo alle grand’opre è nata

La bellicosa Nazion. Già corse

I mari anch’essa, ed a’ più stranj climi

Portò coll’armi sue l’Anglico nome,

E ritornar dalle navali imprese

Le trionfali coronate prore

Al suo lido real vide il Tamigi.

Che non pieghiamo, o dotto verri, il corso

A salutar l’avventurosa terra?

Salve, o terra beata, amica fede

All’aurea libertà. Veggo la bella

Dei Britannici petti animatrice,

Non fra ’l discorde popolar tumulto

Dubbia e ondeggiante, ma da ferme leggi

Entro il giusto confin retta e librata:

Veggo, o illustre d’Eroi madre feconda,

I figli tuoi, che la ferocia antica

Del buon sangue Saffonico temprando

Col pensar grave e col maturo senno,

Per le magnanim’opre in pace e in guerra

Chiari del par, di marziale alloro,

E di placido ulivo ornan le chiome.

E mentre, pien di riverenza, il nuovo

Omero inchino, e gli Addissoni, e i Pope,

Quei della gloria tua custodi invitti

I Blake ammiro, e i Malborughi tuoi.

Dalla sacra difese ombra del Trono

Veggo tutte fiorir l’arti più colte,

E su i lavor della operosa industria

Vegliar sicuro il florido commercio.

Ed oh perchè con più tranquillo sguardo

Spaziar su le tante opre sì belle

A noi non lice, e per stagion più lunga

Ai rapidi destrier fermare il volo

Sul felice tuo lido, Anglia superba?

Ma già la tua vicina Emola Francia

A se ne invita, ed a ragion si duole,

Che a lei si tardi rivolgiamo il corso:

A lei, che fin dalla vetusta etade

La focense Marsiglia, ed altre illustri

Città dell’ampio regno a noi rammenta:

A lei, che diede, al par dell’altre genti,

Dei novi mondi a tanta parte il nome:

A lei, che suole al dilicato gusto

Dettar le leggi, e diffondendo il fino

Lusso elegante, e la volubil moda,

Il commercio del par cresce e diffonde:

A lei, che il gran Luigi, e il non mai stanco

Del gran Luigi inspirator Colberto

Ci mostra, e al sommo onor l’arti più industri

Dal magnanimo Principe promosse.

E che non può sovra l’industria e l’arti

Un propizio Regnante? E non tentaro

L’ignoto ciel, gl’inospitali un tempo

Climi soggetti al gelido Boote,

Dall’immortale Creator de’ Russi

Nel suo nascente Pietroburgo accolte?

Dalla mano real forza e sostegno

Prendendo, scosser la barbarie antica,

Ed instillar negli animi selvaggi

Il viver culto, e il placido costume;

Ed aperto al moltiplice commercio

Dal Finlandico mare all’onde Caspe

Novo sentier, nova da lor si sparse

Per quell’immenso regno anima e vita.

Ed or vorrei ben io, Conte gentile,

Sulla Neva spiegar l’ultimo volo

A contemplar del Russo Eroe le glorie.

Ma veggo già la taciturna e grave

Politica severa e la pensosa

Ragion di Stato, che mi guardan bieche,

E mi rinfaccian, che ne’ versi miei

Per sì lungo cammin, già tante volte

Ne’ tuoi dotti pensier da te trascorso,

Io pur ti guidi, e i sacri a la tua Patria

Sì preziosi aurei momenti involi.

Rivolgiam dunque le volanti rote

Alla tua bella Insubria: e tu scendendo,

Alle onorate tue cure ritorna;

Io riconduco alle mie selve il cocchio.

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Autor
Giuseppe Colpani
Título
Il Commercio
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
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Identificador
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Cita recomendada
Giuseppe Colpani, «Il Commercio», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-commercio--giuseppe-colpani-c518f9.html

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