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Pietro Rosati · Modernismo

L'Ornitogonia

italiano

Come produr dimestici gli alati

Venuti a noi dalle Canarie, chiuse

Dal mar d’Atlante, che sì dolci note

San modular con la flessibil gola,

M’è grato ragionar: di lievi cose

A dir m’accingo, ma non lieve altrui

Diletto ne verrà, se pur natura

Di sue gioconde maraviglie alcuno

Alletti: io con amore, lo confesso,

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}10A sì blanda fatica or mi sobbarco.

Al Canarin convien di primavera

Sceglier la stanza; a mio consiglio acconcia

Una celletta fia, cui della casa

Ai tetti col comignol sovrastante

Esposta ai rai del Sol che nasce, il nuovo

Febo al tornar dal balzo d’oriente

Entro meando pei forami aprici

Avvivi di sua luce, e scaldi, e asciughi;

Ov’aprasi più largo l’orizzonte,

Ed in verdi campagne il guardo spazi.20

Con reti in pria le patule finestre

Chiudi sì che sollazzo ai lassi augelli

Gradito fiato v’entri e n’esca, allora

Che più ferve l’ardore. Entro sospendi

Intorno a tale albero i covi, e in bella

Forma disponi le viminee ceste,

Che le dischiuse porticine al lume

Raggiante abbian rivolte, ove potranno

Tesser di stame di cotone i nidi.

Arborei rami anco troncar potrai30

E locar nel bel mezzo, onde fiscelle

Pendan, che un giorno gravide le madri

Accoglieranno. Indi cannucce stendi,

O di pioppo verghette, ove sicuri

Poggiando eludan del rival l’acuto

Rostro e il furore, o a placida quiete

Pieghino il collo. Aggiungi o pieni truogoli

Di canapuccia, che più loro aggrada,

O granelli di miglio, e guardi il mezzo

Colmi vaselli di salubre linfa.40

Fornita ch’avrai l’opra, è tempo omai,

Poichè il calor dopo sì lunga tregua

Ricerca le midolle, e il noto foco

Commove già la picciolette membra,

Di sprigionar dai claustri i chiusi augei,

E lasciarli a vagar nel nuovo tetto.

Una un marito o due consorti s’abbia,

Basta d’un anno, ed ogni studio poni

A sceglier madri valide, e focoso

Padre d’ottime forme: a lunghe gambe50

Affidi il corpo, e tondo surga il capo

Sul sottil collo; stringere alle coste

Uso le piume rilucenti, ed uso

Con forte canto lacerar gli orecchi.

Non abbia membro ch’egli tenga fermo

E in tutte parti volgasi. Por mente

Anche al colore fia mestieri, quinci

Il valor della prole: un ch’abbia il corpo

Maculato rigetta, o cui deformi

Note bruttino il tergo o il petto; il verde60

È da meno, peggiore il gilbo e il bianco.

Il più bel Canarino è il croceo, vago

Per sulfureo colore, a quel simile

Che a l’appressar del sol veste l’aurora,

Quando dal letto di Titone uscita

In rance muta le vermiglie gote.

Questi ha gran pregio, e di siffatto sangue

Concetti i figli delle piume il vanto

E il cor del padre avran. Che se il bel collo,

Benchè cerulo il corpo, abbia d’aurato70

Monile adorno, o se fulve le membra

Verdi abbia l’ale e il capo, io rigettarlo

Non oserò, sol che di vivo solfo

Il corpo in tutto il resto si colori.

Mai non di manco per le patrie selve

Augelli sparti di sì vaghe tinte

Non vide svolazzar l’abitatore

Dell’Oceàno. Il gilbo, a cui piuttosto

Fosche son l’ali e il tergo, e semiverde

Il petto e i fianchi, in ogni terra aleggia.80

Ma posciachè oltra gli erculei segni,

Le natie piaggie abbandonano alcuni

Passar, varcando, pel ceruleo piano

Ai confini d’Ausonia, ed ai lontani

Regni d’Europa, il pristino colore

Cangiando, apparver di novel dipinti.

Narrasi che d’aligeri canori

Carca una nave dall’esperio lido

All’onda tosca, da furioso noto

Spinta, giungnesse. E già dall’alto sale90

Discernevan le chiuse acque liburne

E le torri i nocchieri, e i colti, dove

Discorre l’Arno con volubil giro;

Quand’ecco scossa da nemici venti

Gonfiasi l’onda, e dal furor percosso

Della procella il curvo pino ondeggia.

Ora al cielo è sospinto, or giù nell’imo

Del mar travolto. Senza indugio e tregua

L’austro imperversa e stride, e il flutto fiede

Il legno sì che n’è sdruscito, infrante100

Le travi. Allora, oh meraviglia! rotte

Le gabbie, sovra lo spumoso piano,

Ove il pino s’affonda, al ciel fu vista

Una nube d’augei levarsi, acute

Strida mettendo, e ricercando indarno

Il proprio tetto. Volano, rivolano

Senza posa, finchè l’Itala terra,

Sola salvezza e più vicina, appare.

Schiera gareggian guadagnar la riva110

Con le veloci penne. Ivi la nuova

Si sparge, e di fanciulli al lido accorre

Un brulicame, di chiappar gli stanchi

Cadenti augei prendendosi delizia,

E nelle gabbie imprigionarli. E poscia

Che fur d’esca satolli, ed ogni tema

Ebber deposta, come prima ai lassi

Tornò la lena, modular sì dolci

Gorgheggi, che ne fur l’alme commosse.

Ne fur presi anco i Regi, e gli ospitali120

Palagi risonar d’assiduo canto.

Così venner gli alati in fama, e quinci

Nacque la brama d’arricchir con nuovi

Felici imeni la canora stirpe.

Al peregrino uccel fu disposato

Il natio del paese, e di tal misto

Sangue concetti i figli, il primitivo

Color cangiaro, e come al nuovo cielo

Lo stranio s’adusò, l’Italia vide

Le verdi piume tramutarsi in rance.130

Or colà, dove la famiglia alata

Pronuba fiamma accende, ire è giocondo

A rivedere gli operosi alberghi.

Non odi qual concento in sul mattino,

Allor che il sole intepidendo alluma

La casarella, al ciel s’estolle? Misto

Dei maschi alla melode è il susurrio

Delle madri festanti, affaccendate

A costrur nidi, o a gareggiar col rostro

In portar lievi paglie, o molli piume,140

Stami di stoppa, o di cotone bioccoli.

Non restan mai, ed ora al proprio nido

Vola ciascuna, e in mezzo accovacciata

Sè intorno a sè volge e rivolge, forma

Onde acquistin gli strati, e all’opra invita

Con lascive carezze il fido sposo;

Quando ratta partirsi, e con assiduo

Lavor gire e tornar la vedi, al covo

Nuove paglie arrecando, insin che veggi

Del nido all’uscio pesola una chioma150

Che sicura la scorga al dolce nido,

Se al ver m’appongo. E già s’acquieta il tetto

Dal vario cinguettar, tace, e la madre

Preme alfin le deposte uova. Sgravarsi

Di quattro o cinque, e immobile posata

Al nido poscia riscaldarle suole

Quindici dì, sol di ciò gode, ogni altra

Cura obliando, e fin lo stesso cibo.

Non sì lo sposo, a cui poltrir natura

Non consente, e a membrar la fida sposa160

E a recar la dolc’esca con acuti

Stimoli il punge. Ed ei poichè d’opime

Dapi ripieno ha il gozzo, a lei veloce

Riede, ed il becco unendo al becco, quale

Chi rece suole, o qual chi mollemente

Baci liba, con rapido v’infonde

Sforzo il gradito pasto. Ella l’accoglie

Dalla diletta bocca, e il gaudio, l’ale

Tremolando, gli pande con leggiero

Susurro. Indi ei lontan vola, e poggiando170

Sovra una frasca, con crescente canto

Il lavor lungo dell’amica alleggia.

Ma se di madre crocea ti piace

Aver prole bastarda, a stento d’altri

Augei giovarti tu potrai, stringendo

Vietati nodi, che non mai l’antica

Salvatichezza smetteran, quand’anche

Piccini ai nidi gl’involassi, e mai

Non potrai mansuefarli. Un solo uccello

Docile v’ha, cui l’aspro cardo il nome180

Diè, (dalle spine lo nomaro i Greci

Perchè ne pasce avido i semi) bello

Pel porporino capo, e per le fulve

Penne. Fa di cercarne per l’estreme

Cime assai pria, dove suol porlo, il nido

Nella stagione, che Sirio dissecca

L’erba, o quando nei campi il capo aderge

Ricco di poma autunno, chè cotanto

Tarda l’ultima cova. E come prima

In piuma li vedrai, la nidiata190

Col nido togli, che di musco è intesto

E di molle lanugine, e li ciba

Di tuorli d’uovo, in lor bocchine il molle

Pasto con penna introducendo. Allora

Come adulti saran, vegeto il maschio

Eleggi, che pinocchi in copia pasca,

Sforzandosi dai labbri e dalle dita

Carpir col rostro il bocconcel gradito.

Con tal’arte vid’io mirabilmente

Mansueti gli augei crescer, sì destri200

L’aspetto uman, nè paventan presi

La mano che li stringe, e, tanto puote

Dei pinocchi il desio, che scarcerati

Non fuggon, ma seguir godon dal mastro

I passi, o sopra l’omero posarsi.

A felice consorte un tal marito,

Futuro genitor d’eletta prola,

D’unir procura; e poi che l’iémale

Rigor cessò, solinghi imprigionati210

In gabbie, chiuse in segregato loco

Sien posti, onde più presto amor l’invogli.

Pria d’aggiogarli non di manco i chiostri

Vicino devi l’un di contra all’altro

Locar, perchè la femina lusinghi

Di sua vista lo sposo, ed ambo sperti

Del dissimile imen, la conjugale

Vita anelino. Allor giunto il bramato

Tempo, liber dai lacci infuria caldo

D’immoderata fiamma. Indarno ahi! tenta220

Dal becco acuto del marito l’uova

Salvar con l’ali la consorte, tanta

Foga lo spinge a traforarne il guscio.

Onde ciò non avvenga il nido guarda,

Non ti gravi fatica, a rivederlo

Va quando sorge e quando cade il giorno;

Nè restar pria ch’abbi in riposta parte

Serbate l’uova, che con curvo ordigno

Raccogliesti, finchè non giunga il tempo

Di riscaldarle. Allor togli il marito230

E stretto se ne stia benchè cruccioso

In solinga prigion, mentre la madre

Sicura dai suoi schermi, i fecondati

Germi covando, bella prole schiuda

Maravigliando del rossigno capo,

De le tornite membra e de la voce

Che a piena gola manda fuor dal petto.

E già sen venne il disiato giorno:

Dal nido un pigolio s’ode uscir fuora

Sottilissimo; ascendono anelanti240

Fanciulli e donzellette, e delle ceste

Nelle fessure per veder gli occhiuzzi

Tentan ficcare avidamente. In questa

Della madre al volar s’erge dal guscio

Il nuovo implume, ed agitando il collo

Apre la rosea bocca, a simiglianza

Di vermiglio fiorel, che in sul mattino

Levi dal prato rugiandoso il capo.

Lieti tosto sen vanno, e la magione

Di schiamazzo risuona. Evviva, evviva250

Nato è il rampollo della nuova gente!

Poi dansi briga d’apparar le prime

Dapi; col semolino la scheruola,

E misto a tuorlo d’uovo umido pane

Cercan. Veloci all’uccelliera il passo

Volgon senza ristar, recando seco

In piene tazze il nutrimento. Poscia,

Ritratto il piè, dopo le chiuse porte

Sul limitar s’acquattano furtivi

Tacitamente, per goder del nuovo260

Ludo dagli spiragli. E d’ogni parte

L’alata schiera già dai disiati

Nidi volando, e genitrici e padri

Pugnan per l’esca. Indi ripieno il gozzo

Di tal cibrëo ai tenerelli nati

Dann’alimento, l’uno all’altro in bocca

Con vario schiamazzar ponendo il rostro:

D’un lieve susurrio strepe il ridotto.

Tali del Canarin sono i lavori,

Tali le cure; tanto in esso puote270

Della prole l’amor! Ma ohi quante volte

Vana l’opra tornar suole, se morbo

Appiccaticcio la covata a morte

Danna, compiendo miseranda strage.

Dei tenerelli aspetti ecco la casa

Vedova piange, nè il pulcin più s’ode

Dagli alti nidi pigolare; indarno

Gementi i genitor volano, il cibo

A lui recando, o di lor penne ad esso

Facendo scudo. Sovra i molli strati280

Lordati bruttamente ei muore; l’unghie

Della vicina morte apportatrice

Copre la pallidezza, e si scolora

La rosea bocca, il collo aggrinza, il gelo

Solve le membra, e gonfiasi solcata

Da negre vene l’epa. A cotal morbo

Tiepido latte arrecar suol medela,

Ma nulla speme di salvezza allieta

L’arte assai spesso. Nè soltanto implumi

Ma adulti ancor la scabbia li tormenta:290

Piagato il corpo turpemente, l’ossa

Entra il mortal veneno, e se lor tosto

Di Pallade il liquor tu non appresti,

O il balsamo, morran. Spesso le madri

Il crudel morbo assale, o le travaglia

Quando depongon l’uova, assai fatica

Durando, e se d’olio salubre il parto

Non agevoli, e leni il dolor fiero

Sul cominciare, ugnendole con piuma

Oliata, fien spente. A poco a poco300

Dimagransi talora, orribil lue

Onde a stento guarir potrà taluna.

Più dell’usato increspansi le piume,

Mentre l’alvo si strigne, ed a fatica

Ponno il ventre alleviare, il petto anelo

Ognor balza frequente, e i mesti occhiuzzi

Affatica la febbre. E non di manco

Benchè infiacchiti, mai l’insana voglia

Non langue in lor di manicare, e ai pieni

Truoghi posati a divorar granelli,310

Come tosto lor torna ingrato il gusto,

Di qua di là spargon col rostro i semi.

Perchè il lieto ricetto il mal non turbi

Gioverà pria guardarsi, e sì la bieta

Salubre al corpo grave, e sì nell’onda

Immersa laminetta, o della seppia

Il candid’osso alla parete appeso,

Od il zucchero approda; assai più monta

Spesso il pasto cangiar (nullo di questo

Miglior rimedio v’ha); ma come prima320

Annunziator della vicina peste

Il languore verrà, non esser tardo

Ad appor loro di lattuga, o delle

Recenti erbette i saporosi semi.

Fra le gramigne una ve n’ha, di cui

Ai pennuti niun seme è più gradito;

Centocchio ha nome, che i chiomati rami

Largamente nel suol spande, e le branche

Stende all’intorno; in le umidicce terre

Cresce spontanea, rigogliosa. D’essa330

Son disiosi, chè cotanto è ghiotta,

Che lasciando l’altr’erbe, delle foglie,

Pasciuto il fior, si cibano, e del cespo

Tessonsi il nido. Tu svelli tal pianta

Dai pingui orti ove abbonda, ed in gran copia

Entro ai recinti, all’egre cibo, spargi.

Ma a quali segni tu distinguer possa

La femmina dal maschio, allor che adulti

Sien fatti, or’io t’insegnerò. Volgare

È fama che la femmina men bella340

Tinta colori; picciola la testa,

Più corto ha il corpo e il collo, e parimente

Le gambe, simigliante nell’aspetto

Alla sua genitrice, a cui più chiare

O splendere nel petto a mo’ dipinta

Fava le piume, ovver di maculose

Note le tempia varïar vedrai.

Che se quando la voce incolta al canto

Scioglie, le prime prove ad ora ad ora

Interrompe, sicuro indizio fia350

Ch’ella è femina. In vista il maschio fulge

Di venustà, assai belle ha le forme,

E al padre similissime le membra.

Allor ch’apre la gola alla continua

Canzon, del collo increspansi le piume.

Ove più forte il patassìo s’ascolta,

Alto ei risponde; il ciel s’empie di bussi,

E delle voci lo stridore assorda

Gli orecchi. Tal costume ha lor natura

Dato, cui tuttavia piegar potrai360

Con l’arte, ed ammollir fin dai primi anni

Con assiduo lavor; chè il dolce suono

Dell’organino imitar sanno, e il grato

Carme dei vari garruli augelletti

Cardellino, fringuello e lucherino

E filomena, che lamenta al rezzo.

Forse ai soggiorni, che felici i vati

Chiamaro un dì, da tai canori augelli

Il nome venne (benchè fama è ch’essi

Così dai cani fossero nomati);370

Chè ognor di canto l’aer suona, ognora

Volan gli augei per l’odorate selve,

E di lieti gorgheggi il loco tutto

Empion beati, e l’anime pietose

Con incantevol melodia molcendo

Van dei defunti. Or’io chè bramo i fiumi,

E le selve, e le siepi, e l’onda, a cui

Da presso lene col soave canto

L’insonne augello il petto? Ognor gradito

A me del rosignuol l’emulo fia,380

Che viene a noi dalle Canarie, cinte

Dal mar d’Atlante, e che sì dolci note

Prigioniero temprando, i gravi studi,

E le ingenue dell’uom fatiche alleggia.

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Autor
Pietro Rosati
Título
L'Ornitogonia
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-l-ornitogonia--pietro-rosati-038e79
Cita recomendada
Pietro Rosati, «L'Ornitogonia», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-l-ornitogonia--pietro-rosati-038e79.html

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