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PoetósferaLa BibliotecaPietro Rosati

Pietro Rosati · Modernismo

Il lago Fucino

italiano

Audax omnia perpeti

Gens humana.

Il magnanimo ardir del roman Prence,

Che, autore e duce, al Fucino segnava

La via d’abbandonar l’antiche rive,

Dando libero il corso all’onda chiusa,

Io canto. A te la prisca Roma invidia,

Alessandro, tanta opra, onde risuona

Per l’universo di Torlonia il nome,

E vincitrice un dì oggi a te cede.

Nel cuor d’Italia è un lago, l’alveo giace

Entro una valle ad alti gioghi in cima,.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}10

E per miglia quaranta intorno gira;

Quivi affluisce dalle alpestri fonti

L’onda che vien da triplice torrente,

Ma, a carcere simil, natura cinge

Co’ suoi gioghi continui la palude,

E l’abbondante umor corso niuno

Da ogni parte trovando ivi si posa.

Pur talvolta de’ ceppi insofferente,

Come i flutti del mar, freme e trabocca

Sì che d’informe limo i campi asperge20

Ed al cultor l’opra dell’anno fura,

Trema il bosco d’Angizia, e a quel fragore

Di Marrubio la gente anco ne trema,

E le città ne’ Marsi monti ed Alba

E Cliterno e Cerfennia e i borghi tutti

Che guardan le campagne in preda al lago.

Di cui l’antica età con maraviglia

Guardò de l’onda la possanza, e il tenne

Qual nume, e un tempio consacrogli e un’ara.

Sovra il mondo suggetto omai posava30

Roma queta lo sguardo, ed efferata

Più non volgeva in sè l’empia sua destra,

Chè di Giano le porte con ferrate

Spranghe eran chiuse. Anco di Roma i padri

Con miglior senno rivolgean la mente

De’ campi a la coltura e sottoposte

Al proprio scettro a prosperar le genti;

Allor che leggi a l’universo domo

Claudio dettava, che dal Divo Giulio

Quarto prence scendea, desio d’imprese40

In mente benchè debil gli tenzona,

Che illustre e conto ne perpetui il nome.

I falliti disegni e i vani voti

Di Cesar ode e le dolenti note

D’Augusto al tempo ed il pregar de’ Marsi:

Da pungente desio spinto di lodi,

A sè chiama Narciso, cui qual donno

Prono è il gregge di corte, e de’ segreti

Del prence è il sol custode e sì l’incita:

Or di Pallade l’arte a noi fia d’uopo,50

O Narciso, ora usar forza d’ingegno,

Quale in me sorge per favor de’ Numi

Pensier tu ascolta; a me vuotar fia grato

Quella laguna che con l’onda infesta

È de’ Marsi il terror. Tosto lo stuolo

De’ servi fa chiamar: molti n’accoglie

Sin da l’estreme piagge dell’Impero.

Per ogni via per ogni piazza osservi

Di Roma ovunque brulicar la gente,

D’armi varie ciascun carche ha le spalle,60

E chi porta il piccone e chi la marra

Lo scalpel ed il trapano e il martello

E valide bipenni e cunei in mano.

Così, se a caso il vïator calpesti

La buca, ove pensando a la vecchiezza

Le formiche trasportano il frumento

Esse, pria sparse, in negra torma stringonsi,

E, rizzata la punta degli aculei,

Di qua di là, vanno, rivanno e subito

A la difesa da ogni parte accorrono.70

Giunsero dove un dì, siccome è fama,

Marso regnò su villereccia gente

Marso figliuol di Circe, onde il simile

Non v’ha nel risanar viperei morsi

In un balen con magica saliva.

Del gran monte a l’eccelsa meraviglia

In pria stupiscon, chè di qui lontano

L’aspra vetta sublime al ciel s’estolle,

Dominando da l’alto ogni cittade,

Perchè di corno in guisa gli astri assale,80

Bello a veder, del Gran Sasso la cima

Corno chiamâro; tanta è qui la mole

Che del padre Appennino a l’aura surge.

Di tutto il monte a le radici estreme

Si svolgono due fiumi inver l’occaso;

Quinci gli Equi traversa, e lento il piano

Reatin solca il Velino; il qual venuto

Là ’ve il pendio sovrasta al fiume Nera,

Fuor de l’alveo trabocca impetuoso;

S’infrange il gorgo ed al cader de l’acque90

Tremolando con vortici terribili

Lungi spruzza le spume infuriando,

E profondo un fragor ne va a le stelle.

Quindi si volge per Aurunca il Liri,

E va pe’ Volsci del Tirreno ai lidi,

Bagna Minturno e le paludi illustri

Perchè a Mario l’asil furo o lo scampo.

Di qua Narciso con dedalea mente

Pensa l’onda avviar della laguna,

Ma ostacol sorge a la superba impresa100

D’un gran monte la mole, cui diè nome

La salvia che vi nasce: allor Narciso

De l’arte sua ben memore, e tal vista

Non paventando: su, coraggio, esclama,

Convien del monte un varco aprir nel seno;

De’ Romani è il tentar le forti imprese.

Con lieti auspici or qui venite e il peso

Sopportar di tanta opra non vi gravi.

Così l’incuora, e quelli alacremente

Tosto dan mano all’opra, e chi col ferro110

Smuove la terra, e chi nel suol profonde

Fosse gareggia nel cavar con grande

Forza e di marra dan colpi robusti,

Altri il terren con corbe traggon fuora,

Fendon le dure pietre, e le tagliate

Querce sospingon. Le caverne ascose

Lo scarpellino esplora e un cieco varco

Dischiude, cede la percossa selce,

Mugghia lo speco al replicar de’ colpi.

E in altra banda sterminata schiera120

Forma su deschi il fango e in man lo volge,

E la cedevol massa di mattoni

Prende figura. Con orribil fiamma,

Da l’elce alimentata una fornace,

Avvampa negli ignivomi camini.

Un crepitar ne sorge e si solleva

L’atro vapore a le superne sfere.

Indi portano a schiere il cotto pondo

E ne carcan le spalle o n’empion carri;

Posa nessuna a la fatica è data,130

Scorre il sudor pel corpo a larghi rivi,

Per l’asse attrito ne geme la ruota.

Già de l’opera il mastro in arte esperto

In ordin pone que’ macigni immensi

Che entro l’aperto foro che li accoglie

Con gran lena sospingono dall’alto

Con girelle e con macchine e con funi,

L’ime basi con calce connettendo

Dell’acquedotto smisurato, e a volte

Affida de la rupe il grave incarco.140

Già nel percorso ciel, pe’ dodici astri

Scorrendo, il sol compiva il curvo giro

Per l’undecima volta, e monumento

Ergeasi di romana arte e di gloria

L’opra, che dentro al perforato monte

Per tre miglia s’allunga, con profondi

Pozzi tremendo speco apre sue fauci

Preste l’onda a ingoiar de la palude.

Un antro il credi negli inferni mani

Sospinto con titanico ardimento150

Dal proprio trono a discacciar Plutone.

È tempo omai che dall’antica stanza,

O Nettuno, divelto, estremo volga

Addio de’ Marsi al suol. Tosto che il grido

Volando udissi per l’Ausonie terre,

S’agitâr tutti, e la ridesta gente

Dagli uditi portenti ovunque a schiere,

Vuote lasciando le cittadi, il passo

Affrettano a cercar de’ Marsi i campi.

Claudio su l’onde a disparir vicine,160

Splendida gara infra due flotte pone.

Come egli appar di tirio manto adorno

Vedi tutto agitarsi, ed i propinqui

Colli echeggiar di plauso e di morore.

Tal voce alfin sovra l’altre risuona:

I disposti a morir, salve a te, Prence,

Gridano salve: ed Egli a lor: salvete.

Allor del re disprezza l’impaziente

Gioventude i comandi, e non vuol morte,

Nè la pugna ingaggiar, libera in vero170

Dal morir si credendo: onde ei sdegnoso

Di quà di là senza ritegno infuria,

E garrendo i restii, gli esorta l’armi

A prender minacciando e croce e fuoco.

A questi detti ogni pensier cangiâro,

E ad obbedir fûr presti. Ecco di fronte

Stan le navi di Rodi e di Sicilia;

Mostransi i duci sovra l’alte poppe

Folgoranti per ostro, e ripercosso

Da l’alto sol rifulge l’auro biondo,180

In ordin son sui banchi i remiganti.

Già l’argenteo Triton da l’ime uscito

Onde del lago i combattenti incita

Con la bellica tromba, l’aura echeggia

Di grida, e dan ne’ remi e l’onda ferva

Da le braccia agitata. In pria di dardi

Un nembo avventan, quindi orrenda mischia

Di spade incominciâro insiem ristretti,

De’ rostri a l’urto ne gemêr le navi.

Ahi vedi rosseggiar l’equoreo piano190

Di sangue asperso miserando; assai

È già la strage; bramosia non desta

Più la vista del sangue, e il nuovo affretta

Spettacolo la gente a suon di mani.

Già fende l’onda liquida su lieve

Legno Narciso istesso, aprir comanda

Il tenebroso varco; ivi repente

L’onda s’immette spumeggiante, e dentro

Allo stretto cammin ferve e rimbomba;

Ma troppa è l’acqua al non capace letto,200

L’acquedotto si gonfia e giù la mole

Pel folle assalto rovinando cade,

Alle fauci fan siepe arena e sassi,

Ed i ceppi sdegnando infuria il gorgo,

A torrente simil, cui verno ingrossa

Ed irrompe con onde vorticose,

E il gregge e i seminati in sua rapina

Ricoperti di fango e fin le stesse

Città travolge. Del novel portento

Maravigliando e assai dolente il Liri210

Fuori dell’alta ripa il capo estolle,

E sotto il peso smisurato geme.

Or per te canterà la Musa mia,

O Prence, onor di Roma, e tra’ magnati

Il più possente, dell’esausto lago

L’imperitura impresa e tra le stelle

Farà suonar del nome tuo le laudi.

Virtude intemerata in te s’accoglie,

In te regie dovizie e regal animo

Dispregiator dell’oro. In vil letargo220

Che languiscono, è voce, quei cui rompe

Gli aviti scrigni il censo e indolentiti

Su i mucchi d’oro ad oziar si stanno,

Ma dal mentir deh cessi il folle vulgo,

Nè porti invidia alle ricchezze altrui.

Otto secoli e dieci invan passâro

Dalla prima opra, e nel fuggir degli anni

Sperâro indarno ritrovar pur uno

Che al negletto lavor recasse aita.

Ma tu non soffri che rimangan vani230

Que’ luoghi voti e ad un oprar sì eccelso

Oggi con nuovo ardir tu sol ti accingi,

E baldo in cor non temi allor che miri

Di Roma i re dominator dell’orbe,

E per auro e per forza assai possenti,

Ratto allibire e abbandonar l’impresa.

Fosse piaciuto al Ciel che a te la vita

Or sorridesse, o Montricher, cui spento

Partenope mirò da acerba morte!

Ahi miser tosto che con arte nuova240

Mirabil opra il genio tuo compiva

Il destin ti rapì, nè a te fu dato

Quell’opra rimirar, cui la primiera

Palma il Fucino dà non la Duranza,

Che volse l’onda di Marsiglia ai lidi.

E voi che poscia l’opera forniste,

Bermont e Brisse, in arte eccelsa edotti

Non senza lode io lascerò, cui mentre

Ammiro, più non mi commuove Alcide,

Che apre di Caco la spelonca e parte250

Dell’Aventin con gran forza divelle.

Onde fia che vi nomi, o illustri eroi?

Se v’appello giganti io nulla dico.

Tanto fu in voi coraggio ed ostinata

Possa agli ostacol tutti! E a che ricordo

I luoghi al vostor cominciare avversi,

Ed i perigli e il minacciar de l’onda

E le fatiche gravi della terra,

E gli stivati sassi per tanti anni

Con fango e pali, che del Sole a’ rai260

Chiudeano ognor l’inaccessibil varco,

Ed i torrenti che per vene occulte

Scorrean precipitosi in ogni banda?

Pur non s’infranse in voi coraggio e lena,

Nè per gli affanni sbalordì la mente.

Come prima fu dato al vostro sguardo

Mirar la cava rupe e a mezzo il calle

L’acquedotto diviso, allora fûr note

Le cause ascorse de l’antico danno,

E di ruderi e pali ingombro apparve270

L’antro, e per dubbio e tema, di consiglio

Bisognosa la mente trepidò.

Perchè l’arte incapace a estrar dal suolo

Tenebroso l’umor che v’è racchiuso

Baleno e si confonde. Ma nel core

Pensier vi sorge al gran frangente uguale,

Forar la terra e nelle interne viscere

De la rupe avviar l’acque stagnanti.

Il minator s’affretta e le caverne

Affida ad archi il fabbro, e già la tromba280

Mossa da cento braccia l’onda accoglie

E poi per cento bocche la riversa.

Nè di Nettuno il minacciar fa sosta

Per lo fradicio suol sempre filtrando,

Come la paürosa Idra di Lerna

Chè dalle tronche teste ognor rinasce.

Sorge il pensier di far di sassi al lago

Di sopra una gran diga che allontani

Dalla bocca il flottar, perchè di limo

Il Fucino crescendo aveala piena290

Ed alto vi giacea. Di qui gl’indugi

E mille rischi. Indi si fora il suolo

Per l’onda devïar che è sopra il capo

Dell’emissario, e aprir fosse profonde.

Alfine per sentier torbidi errando

D’acqua cospersi per la terra màdida

Carpon s’avvia la balda gioventude,

Che non cura il morir e con le mani

Grappa il fangoso mucchio. A che non spinge

Amor di lode e che non puote un’alma300

Mente e consiglio a variar non usa?

Errar li estimi per le stigie sedi,

Regni chiusi ai viventi, e non mortali

Li diresti, ma vere ombre di morti.

Ardir si danno ed i profondi lati

Taglian de l’antro con robusti colpi,

Chè del Prence il voler l’antica mole

A diroccare e a sveller li sospinge.

Allor, voi duci, artefici solerti

Lavor novello a costruir si danno,310

E giungono a matton pietre da taglio,

Onde maggior tre volte dell’antica

Vorago s’apre con immensa bocca.

Lieto sen venne il dì: de l’opra illustre

La fama annunziatrice intorno vola

Del Lazio le città tutte destando,

E la vicina gente e tuttaquanta

L’Enotria terra, e cui desio sospinge

A veder s’adunâro in denso stuolo;

E traggon pur del popolo gli eletti,320

Baldi per or de la milizia i duci,

In bianca veste i sacerdoti e il Sacro

Pastor di mitra folgorante adorno.

Già suoi dardi scagliava il sol fulgendo

Ne l’etereo cammin, volto ad occaso,

Ed al tacer de’ venti si raccheta

L’onda qual piano immenso, e folgoreggia

Al chiaror de le tremole scintille

Che vagano sovr’essa. Al Ciel sì tosto

Ebbe le palme il pio Pastor levate,330

E sciolto il labbro a fauste preci, e Iddio

Invocato propizio, e i flutti aspersi

De la stilla lustral, pel varco aperto

Impetuosa l’onda si rovescia,

E ferva entro le tenebre sospinta;

Risuonâr le voragini profonde,

E a l’aura di vapor lanciato un nembo

I trepitanti involve, ed allo sguardo

Toglie del cielo in un balen la vista;

Ma torna presto la quiete, e l’etra,340

Che tutta echeggia d’addoppiati plausi,

Si rasserena, e per letizia folli

Tre volte e quattro a voi gridano evviva,

A voi Mastri de l’opra, a te che fosti

L’Autor, siccome della patria a’ padri.

Molta è già l’acqua che è scomparsa, e il Liri

Tra le capaci sponde avvezzo omai,

D’onda non sua facil consente al mare

Portar tributo; nè rinfarcia il lago

Co’ rii risorti la perenna vena.350

Come i pesci da l’onda abbandonato,

Già lor sede, sentir stretto lo stagno,

Oh vista miseranda! errar li vedi

Quà e là guizzando d’una ansante al pari

E accòr l’onda in le fauci e rigettarla,

Ed ogni speme di salvezza spenta,

Saltan dal guado al ciel l’acqua spruzzando.

Ahi! con pietose strida su pel piano

Fan rombo, in traccia de l’antico nido

Anitre ed aghiron, folaghe e smerghi360

Desiosi del lido e del padule,

E le sorti cangiate lamentando

E la tolta per sempre amata preda,

Dove or l’industre agricoltor le zolle

Smuove e il frumento al fertil solco affida.

Ora i campi veder bello ritorna,

Ove pria la palude i legni accolse,

Del tuo favor ricolmi, o diva Cerere.

Campo non v’ha di rigogliosa gleba

Che più fertile sia, nè la convalle370

Che di linfa perenne il Peneo irriga

Con lui gareggerà, nè da’ poeti

Le celebrate piagge. Ivi il legume,

Che del terreno il grato umor desia,

Si propaga nel limo e di baccelli

Con verdeggiante stel più ricco appare,

E quella che dal suol d’India ne viene

Lussureggiante messe ivi s’estolle

Di canne in guisa con felici spighe,

O del ceruleo fior del lino il campo380

Ride ne’ mesi suoi, e la pianura

Di cotone bianchegga, e sorger vedi

Dovunque i grani tenerelli, e messi

Biondeggianti increspare, e in ordin retto

Poste le piante, e il rustico abituro

Del villanello, e l’onda irrigua il corso

Affrettar tra il canal che la governa

Del pioppo al grato rezzo, e spaziosi

Granai da accôrre le mature messi.

E che dell’opra dir che al ciel sublime,390

S’estolle? In pario marmo, o Vergin pura,

Sculta ti stai ed al colùbro il capo

Schiacci premendo col virgineo piede,

Con le braccia conserte e i rai fissando

Al ciel, ne impetri a’ rustici l’aita,

E il fertil campo e il gregge non permetti

Che rio malor di suo veneno asperga.

Di valorosa prole genitrice

Coltiva Olanda tali campi, dove

D’Harlem la terra al biondo Reno accanto400

Per lo sparso Oceàn giacque sommersa,

Quivi, fiera procella infuriando,

Come narra la fama, il mare irruppe

Violentemente e si fermaron l’onde

Nel sottoposto suol per largo spazio,

Onde, qual mar, la batava pianura

Lungo tempo contenne in ampio tratto

Un salso stagno. Ma la gente avvezza

Da ben lunga stagion far guerra ai flutti

Con dighe e schermi, al suo confin respinse410

Il nemico Nettun, benchè domino

Del mare egli abbia e nel tridente fidi;

E non soffrì che infruttuosi i campi

Languissero e secura una palude

Si distendesse a far le terre grame,

E a ricercar la strinse il nido antico,

Sì che l’opra fornì con lieti auspici.

Onde per l’erba verdeggianti prati

E ricche messi ed alberi con frutti,

Di svariati fior gli orti olezzanti,420

E de’ roseti la gentil coltura.

Il genio inver dell’uom tutto soggioga!

Fra l’arene d’Egitto al mar dà il corso

E solcan l’onda i legni ove deserti

Erano campi un dì, per che dischiuso

Più brieve è il tragittar de l’Asia ai lidi.

Esso con ferri aguzzi a l’Alpi in seno,

La via s’aperse, onde possibil fia

Stringer le destre ai popoli. Con frode

Novella a Giove i fulmini involando430

A metallici fili i sensi arcani

Di trasmettere impose, e a te nettuno

E a te Vulcan sospingere le ruote

Leggiere su per le ferrate spranghe.

Non t’ammirar perchè de l’uom la mente

È scintilla di Dio che in lui trasfonde

Il suo proprio poter. L’occulte forze

Di natura ei però farà soggette

Al suo domino, il mar, gli astri, la terra,

E donno fia de l’universo vinto.440

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Por su autor
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Expediente

Autor
Pietro Rosati
Título
Il lago Fucino
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-il-lago-fucino--pietro-rosati-f499d4
Cita recomendada
Pietro Rosati, «Il lago Fucino», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-lago-fucino--pietro-rosati-f499d4.html

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