CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaMalatesta Strinati

Malatesta Strinati · Ilustración

Dolc'è il sentir di placid'aura il fremito

italiano

Licida.

DOlc’è il sentir di placid’aura il fremito

Mover tra fronda, e fronda, e rio campestrico

Romper tra sassi e sassi il roco gemito.

Ma più dolce è il sentir Pastor silvestrico

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Al suon di rozza canna il canto sciogliere,

E l’eco affaticar da speco alpestrico.

Tu che, se canti, a Pan l’onor puoi togliere,

Uranio mio, mostra a i venturi secoli

Quanto sai furor sacro in petto accogliere,

10E in quest’elce i tuoi versi io segno e recoli,

Perch’ogn’altro Pastor ch’all’ombra assidasi,

Nel tuo valor le sue vergogne specoli.

Bavio, che tanto in suo cantar confidasi,

Leggali un giorno, è rompasi d’invidia,

15Sicchè da tutti il suo livor deridasi.

Perchè dal guardo suo pien di perfidia

Sicuro si, ti cingo il crin di baccheri;

Tre volte in sen ti sputa, e invan t’insidia.

Sai, ch’il perfido un dì la piva, e i naccheri

20Al mal accorto Elpin trasse dal zaino,

E nel fuggir tutto s’empie di zaccheri,

Che vedendo venir Melampo a traino

Guazzò il vicino rio tacito e celere,

E via fuggissi come lepre, o daino.

25Il vide Egon da quel cespuglio d’elere,

Ch’ivi entro per dormir curcato stavasi,

E fè noto ad Elpin l’ascoso scelere.

Ma vedi un’alma ria quanto depravasi!

Egli negollo, ed imprecossi i Numini;

30Tal da se stesso uom scellerato aggravasi.

Uranio.

O prati, o selve, o valli, o monti, o flumini

E ’l sostenete? E voi scherniti fulmini

A spezzar sol d’Epiro ite i cacumini?

Licida.

Lasciam, ch’il Cielo i monti sol disculmini:

35La colpa a un empio cor pena è bastevole,

Che l’ange più, che s’atra nube il fulmini.

Tu canta omai, che quì l’aura è piacevole,

Verdeggian gli arboscelli, i prati ridono,

E tutta la campagna è dilettevole.

40Vedi, che quì mille Pastor s’assidonio,

Senti mille suonar crotali, e cetere,

E l’auree sfere al comun gaudio arridono.

Oh se tu mandi il tuo bel canto all’etere,

Quanto da invidiar, quanto d’apprendere

45Avran l’età future, e l’età vetere!

Per entro i carmi tuoi veggio risplendere

Tutte le Grazie in un, tutte le Veneri,

Che san d’amore i freddi marmi accendere.

Per ora lascia il cantar d’amori teneri,

50Quando nell’alma accesa ardi per Fillide,

E tutto il fuoco tuo cuopri di ceneri.

Canterai poi con Opico, e Bacchillide

Delle tue fiamme, e sentirai rispondere

Di tua Fillide al nome Egle, o Amarilli,

Uranio.

55Licida i tempi omai vansi a confondere:

L’etate è giunta (così ’l tutto mutasi!)

Che l’arte del cantar convien nascondere.

oggidì quegli sol saggio riputasi,

he sa crescer peculio; e quasi inutile

60Peso del suol; degno Cantor rifiutasi.

Vedi le Muse lacerate e mutile

Errar mendiche, e trionfante il vizio

Ritrar dal folle Mondo onori, ed utile.

Tempo fu, ch’ebbe il Ciel tanto propizio

65Titiro, che fè degno il suo tugurio

D’esser di grandi Imperatori ospizio.

Si vide allor con fortunato augurio

Regnar Virtude, e l’aura età risorgere

Dal secol già contaminato e spurio;

70Potero allor tanti Poeti sorgere;

Che grati si degnar l’orecchio mobile

Duci e Monarchi al nostro canto porgere.

All’ombra allora, o lungo un rivo mobile

Tentava ogni Pastor l’arte Palladia,

75Per far degno de’ Regi il canto ignobile.

Dall’Acaica sponda alla Leucadia,

E d’egloghe, e di frottole, e di cantici

Tutta suonava e risuonava Arcadia,

Dal Gangetico Mare a’ monti Atlantici

80Quinci volò del valor nostro il sonito,

E dagli Artici lidi a i Garamantici.

Stav’ogn’altro Pastor muto, ed attonito;

E fu chi, dato a i patrj campi esilio,

Venne a prender da noi costumi e monito.

85E alcun dal pastoral nostro Concilio

Uscì tal, che potè su gli astri eccellere

In guidar greggia, in modulare Idilio.

Tal fu Sincero, il cui gran nome espellere

Invan tenta l’obblìo, che potrà vivere

90Finchè avran fronda i boschi e gli agni vellere.

Egli seppe sì ben cantare e scrivere,

E incise versi in mille scorze d’aceri,

Che norma ponno a ben cantar prescrivere.

Ma non languì tra pensier foschi e maceri,

95Ch’un tal buon Re, qual si foss’ei d’Esperia,

Lo trasse fuor de’panni oscuri e laceri,

E disse: Ergiti omai da vil miseria;

Tuoi fian questi miei campi, e questa edicola,

E miglior prendi al tuo cantar materia,

100Fosti Pastore, oggi sarai Ruricola;

E soggiunse ridendo arguto e lepido:

Ti feci Vate, ora ti faccia Agricola:

Ond’ei sù breve cimba audace e intrepido,

Ardì primier le Ninfe alme Castalie

105Condur pescando in Mar tranquillo e tepido,

Poi, lasciate le Veneri Acidalie,

Cose altre disse ad ogni età durabili,

Cose anco ignote alle Driadi Menalie.

Ma come varia il Ciel, seco gl’instabili

110Corsi umani traendo, e van precipiti

Rupi a cader, che parean ferme e stabili:

Sì gli aspri Fati a nostro mal bicipiti

Rivolser faccia, e fatti a noi malefici,

Mai più non si mostrar varj ed ancipiti,

115Tutti ascosersi in Mar gli astri benefici,

E sol cornici inauspicate, e nottole

Stridi iterar del nostro esilio prefici.

Quind’è, ch’entro le selve, entro le grottole

Fuggiam (perchè nessun ci oda) invisibili,

120Fatti omai scherno al dileggiar di frottole.

Oh tempi al bene oprar crudi e terribili!

Dunque solo avran laude il vizio e l’ozio

E la virtù derisioni, e sibili?

Uranio.

Per questo avvenne, o mio gradito Sozio,

125Che la zampogna mia data a Volpidio,

Tutti mi posi a migliorar negozio.

E fatto cura mia l’altrui fastidio,

Sol premo intento in un pensieri più serio

D’accordar fra’ Pastor liti e dissidio.

130Vien, se tanto di carmi hai desiderio,

Ove alla Ninfa un’arboscello è dedito,

Ch’ebbe dell’Orse, e più di sè l’imperio

Jer consacrollo Olenio, Olenio predito

Di tant’arte Febea, ch’in versi pangere

135Va con Titiro antico in egual credito.

Non profano Pastor l’ardisca frangere;

Qualse a Pale sia sacro, ogn’uno onorilo;

Leggi lo scritto, e l’arboscel non tangere,

Licida.

Questo ad Iale real crescente corillo,

140Quando null’altro può consacra Olenio:

Tu che passi l’inchina, e poscia infiorillo.

Quì risieda d’Arcadia il sacro Genio,

Quì l’Orcomenie Suore, e le Despiadi,

Quì Pallade, quì Febo e quì Gillenio.

145Quì danzin le Napee coll’Amadriadi;

Ma nè a scuoter di lui fronda, nè germini

Svegli procelle il furìar dell’Iadi.

Quì sempre erbette e fior la Terra germini,

Quì sol Zeffiro spiri, e scherzi Clorida,

150Ond’ove cader un fior, l’altro rigermini.

Non tocchi greggia vil quest’erba rorida.

Lungi, ah lungi o Profani: è sacra ad Iale

Questa d’almo terren parte più florida.

Rose e giglj piantate Eunoe, ed Egiale,

155Mentr’io mirti, ed allori in siepe accumulo;

A lei pianto quest’Orto, e grato siale.

Non ricco è Olenio, e poche agnelle ha in cumulo:

S’altro foss’ei, non avrìa al cuor rimprovero,

Che l’ergeria d’Indico marmo un tumulo.

160Tu, ch’hai nel Cielo, Alma gentil, ricovero,

Gradisci qual si sia questo mio munere,

Che ben ricco è ’l desìo, s’il dono è povero.

Fian chiari i gesti tuoi, chiaro il tuo funere,

Se tanto il suon potrà della mia fistola;

165Onde in parte il tuo affetto il cuor rimunere.

Sel questa il cuor mi punge acuta aristola,

Che nel cantar di lei forza è, ch’io lacrime,

E forse in Ciel nel suo gioir contristola.

Ma in qualunque martir, ch’a lei consacrime,

170Non isdegni l’umor, che gli occhi stillano,

Che son voci di laude ancor le lacrime.

Uranio.

Tal sì bei versi a me l’alma tranquillano,

Qual se dopo Austrorio spira Favonio,

E tutt’in Cielo i rai del Sol sfavillano,

Licida.

175Tale al bel canto di flebil’Alcionio,

Quando ella il nido pon, Nettuno ondifero

Placa il tumùltuar del flutto Jonio.

Ma già nel Mar s’immerge il Sol flammifero:

Mira sorger la Notte, e tutta involvere

180La Terra e ’l Ciel nel manto suo stellifero,

Senti, ch’un venticel fa l’aria solvere

In minuta rugiada: andiam, ch’offenderci

Poco può ’l caldo, e la molesta polvere.

Già Siringo e Montan devono attenderci

185All’agonal palestra, e in Ciel già Delia

Ciò, ch’il Sol ci rapì, comincia a renderei.

Vedi, che là per via ci aspetta Ofelia,

Che con Mospo contende, e s’ange e strazia:

Forse tra lor del lor cantar si prelia.

190Uniam la greggia, che quà e là si spazia,

Ma tu pur cerchi, avida Albina, pabulo,

Nè del pasto d’un dì resti ancor sazia;

Va via coll’altre in torma al vuoto stabulo.

Sigue explorando

Por su autor
Malatesta Strinati · 4 piezas más en la casa
Dónde vive
La Biblioteca

← Ahi come siede addolorata, e mestaLeon, che chiuso entro il natio covile →

Expediente

Autor
Malatesta Strinati
Título
Dolc'è il sentir di placid'aura il fremito
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-dolc-e-il-sentir-di-placid-aura-il-fremito--malatesta-strinati-cddd71
Cita recomendada
Malatesta Strinati, «Dolc'è il sentir di placid'aura il fremito», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-dolc-e-il-sentir-di-placid-aura-il-fremito--malatesta-strinati-cddd71.html

Las obras de dominio público se reproducen íntegras, con atribución y en la ortografía de su impreso. ¿Ves una errata o conoces una fuente mejor? Escríbenos desde Sobre la casa.