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Antonio Muscettola · Barroco

D'angui crinita dal tartareo tetto

italiano

D’angui crinita dal tartareo tetto,

spargendo ira e furor, sorse Megera,

e la facella sua squallida e nera

l’orbe tutto infiammò, rotando, Aletto.

Del dio bifronte a disserrar le porte

i fulmini avventò nume sanguigno,

ed al fragor di strepitoso ordigno

in sul Sebeto s’aggirò la morte:

E quai sul lido suo vide il Tirreno

di barbaro furore empi vestigi,

mentre percossa il cor da’ numi stigi

sdegnò plebe infedel l’austriaco freno!

In dispietati incendi arder fûr visti

d’illustri fabri gl’immortai lavori;

fûr le sete, le gemme e gli ostri e gli ori

di fiamme ingiuste momentanei acquisti.

A le vite piú auguste i degni stami

troncò il furor de le masnade ultrici;

lungi da’ busti lor teschi infelici

fêr diadema funesto a’ tetti infami.

A fulminar le ribellanti mura

mille e piú si drizzâr bronzi tonanti;

cadder tocchi dal ferro i sassi infranti,

cadaveri in un punto e sepoltura.

Dal patrizio valor mirò la plebe

innestarsi a le palme atri cipressi;

da nobil ferro i sollevati oppressi

col lor vil sangue imporporâr le glebe.

E quali or promettean fère procelle

de l’armato Orïon gl’infausti lampi!

Ma veggio, ecco, illustrar gli eterei campi

di felice splendor propizie stelle.

Per te, germe sovran del rege ibero,

fuggon negli antri lor gli euri frementi,

e, degli astri infelici i lumi spenti,

piove influssi benigni il ciel guerriero;

per te di sangue rosseggianti i fiumi

non portano al Tirren tributi orrendi;

per te nel patrio suol funesti incendi

non inalzano al ciel torbidi fiumi;

per te, di Marte l’armonia sepulta,

corron cetre a sferzar plettri festivi;

e per te, cinta di palládi ulivi,

tra noi la pace sospirata esulta.

Tanto può, tanto fa de’ suoi bei giorni

l’ispano eroe nel giovinetto aprile:

or che fia alor che di virtú senile

gli anni robusti suoi sien resi adorni?

Giá veggio a circondargli il crine invitto

nutrir le palme ossequïosa Idume,

e di sue glorie riverente al nume

erger colossi memorandi Egitto;

veggio di sue virtudi a’ vasti abissi

offrir tributi il galileo Giordano,

e de l’armi al fulgor fuggir lontano

la tracia luna paventando eclissi.

Deh, Francesco immortal, tempra la cetra

ond’eterni gli eroi, fulmini gli anni;

e de le note in su’ canori vanni

il semideo garzon porta ne l’etra.

Se de le glorie sue porgi il tuo canto,

che da se stesso ancor chiaro rimbomba,

Tebe la lira e la famosa tromba

al tuo piè chinerá stupida Manto.

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Autor
Antonio Muscettola
Título
D'angui crinita dal tartareo tetto
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-d-angui-crinita-dal-tartareo-tetto--antonio-muscettola-cd4b3d
Cita recomendada
Antonio Muscettola, «D'angui crinita dal tartareo tetto», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-d-angui-crinita-dal-tartareo-tetto--antonio-muscettola-cd4b3d.html

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