COme, Euterpe, al tuo Fedele
Come mai la cetra usata,
Polverosa, abbandonata
Or di nuovo ardisci offrir?
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Ch’io la tratti, ah speri in vano:
Pronta or più non è la mano
A rispondere al desir.
Tempo fu, che l’aure intorno
Risuonar facev’ardita,
10Non dal Nume mal gradita,
Che l’accolse e la nutrì:
Or a lui sarebbe ingrato
Rauco suon, che mal temprato,
Più non è qual era un dì.
15Di Belfonte il gran Recinto
Tu da me vuoi che s’onori,
Che d’eccelsi abitatori
Scopre il genio ed il poter.
Io cantarlo? Ah nò, perdono:
20I miei Pari atti non sono
Tanto preso a sostener,
Se in mirar mi trema il cuore
So qual sia l’esterno aspetto,
Quanto d’aria il regio tetto,
25Quanto ingombri di terren;
Se innoltrarsi osasse il piede
Nell’interna augusta sede,
Che farebbe il cuore in sen?
Là la mente creatrice
30Tutto il Grande, e tutto il Bello
Della squadra e del pennello
Ingegnosa radunò:
L’arricchì regia larghezza;
Ma il saper della ricchezza
35Ogni vanto superò.
I Ricetti luminosi
Passa quindi, e dì (se puoi)
Quanto s’offra agli occhi tuoi
Di delizia e di stupor.
40Dì, se a prova in altra parte,
Come quì, Natura ed Arte
Quanto può mostrarse ancor.
Vasto pian, terren sublime,
Chiare fonti, e selve amene,
45Vie distinte in varie scene
Ben può quindi ognun scoprir:
Ma non già facondia alcuna
Le bellezze ad una ad una
Nè saprà giammai ridir.
50Ti farà stupida e muta
L’immortal mole eminente,
Ch’alto in faccia al Sol cadente
Regio cenno sollevò:
Non formar voci saprai,
55Ma in te stessa ammirerai
Chi tant’opra immaginò.
La marmorea emula Loggia
In altezza ai gioghi alpini,
D’onde agli Ungari confini
60Giunge il guardo ammirator,
Fa corona all’ampia fronte
Del frondoso aprico monte,
Degno ben di tan’onor.
Corron là di balza in balza
65Da recondite sorgenti
Acque limpide e ridenti
Vasto pelago a formar:
Dal poter d’arte sagace
Tutto il pian, che a lor soggiace,
70Destinate a rallegrar.
Scossa poi dal tuo stupore
Se di là volgi le ciglia,
D’una in altra maraviglia
Porterai dubbiosa il piè:
75Nè saprai se questa, o quella
Di più rara o di più bella
Debba il vanto aver da te.
Se le chiare aperte vie
D’ordinate annose piante,
80Dove stanca il passo errante
Il sorpreso passaggier:
Dove l’occhio adombra, e invano
Cerca il termine lontano
Sù le tracce del pensier.
85O se l’altre opache e brune,
Dove ogni arbore sublime
Curva docile le eime,
E fa scudo ai rai del Sol:
Ove scherzan delle fronde,
90Quando l’aura le confonde,
L’ombre tremule nel suol.
Se i festivi laberinti
Del Meandro imitatori,
Dove il piè va in lieti errori
95Libertà cercando invan:
Spesso riede ov’era, e spesso
Par, che giunga al varco appresso
Quando più ne va lontan.
Se in recessi angusti e soli,
100Cui la selva asconde, e a cui
Poco esposto al guardo altrui
Guida un comodo sentier:
Ove han grato asilo ombroso
La stanchezza col riposo,
105L’innocenza col piacer.
Qual sarà la tua dnbbiezza
Nel veder, ch’in faccia al Verno
Qui ha Pomona Autunno eterno,
Ha qui Flora eterno April!
110Che qui mostra industre cura
Quanto sa produr Natura
Di più caro e più gentil.
Quì non sol de’ nostri lidi
Vedrai pesci, augelli e fiere
115Fender l’acque, errare a schiere
Nel bel carcere real;
Ma più d’un calcare il suolo,
Girne a nuoto, alzarsi a volo,
Che straniero ebbe il natal.
120Quì da ignoti augei canori,
Ch’altro Ciel nutrir solea,
Imparò l’eco Europea
Nuovi carmi a replicar:
Pesci quì di stranie sponde
125Le lor vennero in quest’onde
Auree squame ad ostentar.
Varie Fiere, e in varie guise
Tutte armate o pinte il tergo,
Tributarie a questo albergo
130L’asia e l’Africa mandò:
Che de’ pregj, ond’è fecondo
E l’antico e il nuovo Mondo,
Queste piaggie a gara ornò.
Fin dell’arsa Teprobana
135Questa gode aura felice
La gran belva adoratrice
Della Dea del primo Ciel:
E di Sirio il raggio ammira,
Che il furor temprando e l’ira,
140Tanto meno è quì crudel.
Bella Euterpe, ah speri in vano,
Che sian scorte ai miei pensieri
Quei portenti o finti o veri,
Che la Grecia celebrò:
145Niun di quelli, o Musa amica,
Ch’esaltò la fama antica,
Dirsi a questo egual non può.
Non d’Alcinoo i bei soggiorni,
Gran soggetto a illustri penne,
150Dove naufrago pervenne
L’Itacense pellegrin:
Non di lei l’opre ammirate,
Che dell’Asia in su l’Eufrate
Seppe reggere il destin.
155Delle Esperidi sorelle
Non le piante onuste d’oro,
Che guardò sul lido Moro
L’incantato difensor:
Non qual altro i pregj agguaglia
160Delle Tempie di Tessaglia,
Dove Apollo errò pastor.
Nò: mancava in altre sponde
Quella Dea che regna in queste,
E le adorna e le riveste
165Di splendor, di maestà:
Quella Dea ch’ogni alma incanta,
Quella Dea di cui si vanta
A ragion la nostra età.
Ma tu ridi ai dubbi miei?
170So perchè: stupisci, o Musa,
Ch’io mi scusi, e nella scusa
Già m’affretti ad ubbidir:
Ah quell’impeto impensato,
Che apre il labbro al canto usato,
175E costume, e non ardir.
Di quell’Astro è solit’opra,
Che quì fausto è sempre a noi,
Che i benigni influssi suoi
Mai non seppe a noi negar:
180Che valore all’alma inspira,
Che la muta annosa lira
Fa di nuovo risuonar.