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PoetósferaLa BibliotecaCiro di Pers

Ciro di Pers · Barroco

Chi mi toglie a me stesso?

italiano

Chi mi toglie a me stesso?

qual novello furor m’agita il petto?

chi mi rapisce? Io seguo ove mi traggi,

io seguo, o divo Apollo,

o vuoi per l’erte cime

del tessalico Pindo,

o su l’amene balze

del beato Elicona,

o lungo i puri gorghi

dell’arcado Ippocrene,

o presso i sacri fonti

di Permesso, Aganippe, Ascra e Libetro.

Ecco la cetra a cui marito i carmi,

che d’ogni legge sciolti

van con libero piede

a palesar d’un cor libero i sensi.

O de l’idalie selve

temuto nume, s’io rivolgo altrove

lo stil ch’a te sacrai, che d’altro a pena

seppe mai risuonar che de’ tuoi vanti

e di colei del cui bel ciglio altero

formasti l’arco a saettarmi il petto,

tu mi perdona ed ella;

le mie querule note

non parleran d’amore.

Lungi da me, deh, lungi

cosí tenero affetto;

un’orrida pietá mista di sdegno

tempri le corde al mio canoro legno.

Veggo da’ fonti uscite

del torbido Acheronte

errar crinite d’angui

per l’italico ciel le Furie ultrici.

L’una, pallida, asciutta,

l’ossa a pena ricopre

con pelle adusta, e le canine fauci

con radici satolla, ed a se stessa

i morsi non perdona,

e falce orrida stringe

con cui disperde l’immatura mèsse.

L’altra, tutta stillante

di caldo sangue, il nudo ferro impugna,

e lo sdegno ha negli occhi,

gli oltraggi nella lingua,

nella fronte il disprezzo, in man la morte.

La terza atro veneno

vomita da la gola,

ch’ovunque passa impallidisce il suolo

e d’orrido squallor l’aere ingombra;

e di vive ceraste

scuote una sferza, ai cui tremendi fischi

sbigottisce l’ardire, ed ella intanto

con orribil trïonfo

sui monti de’ cadaveri passeggia.

Perché il timor de’ numi

impari ogni mortale,

questo drappel feroce

quasi in un’ampia scena

negl’italici campi

fa di se stesso portentosa mostra.

Chi può con occhio asciutto

a spettacol sí fiero

rigido starsi, ha ben ricinto il core

del piú duro metallo, o chiude in seno

viscere adamantine.

Oh in quante strane guise

languir si mira il villanel digiuno,

chino in su quella terra

che menti le promesse

e la speme ingannò de l’anno intero,

chiederle almen la tomba,

se gli negò la mensa!

Altri alle sorde porte

dell’avaro crudele

sospira indarno e le preghiere vane

termina con la vita.

Altri, di strani cibi

né pur tocchi finora

dai ferini palati empiendo l’alvo,

per la morte fuggir la morte affretta.

Altri, mentre pur trova

chi con tarda pietate

la sospirata Cerere gli porge,

entro gli avidi morsi

lascia la vita. Altri, de l’empia parca

scorto il fatale irreparabil colpo,

cadavere spirante

porta se stesso a la vorace tomba.

Con qual orror s’ascolta,

con qual orror si mira,

da furor inuman barbara gente

spinta al sangue, a le prede,

mischiar stragi e ruine,

e per lieve cagione

l’armi dovute a vendicar gli oltraggi

del fèro usurpator dell’Orïente

volger contro a se stessi

quei che del vero Dio vantan la legge!

Duro a veder ne’ campi,

ove giá lieto il mietitor solea

di Cerere maturi

raccorre i doni e l’animate biade,

mieter la morte ed ingrassar col sangue,

spaventosa cultrice,

le zolle abbandonate.

Duro a veder l’ampie cittá, le ville,

fatte misera preda

del vincitore ingordo; indi gli avanzi

dati alle fiamme e le delizie amene

de’ bei palagi, antico

sudor degli avi, in breve ora consunti;

e le sacre a Lieo vigne feconde

potate in strane guise

da l’indiscreto ferro,

sí che mai piú non chieda

da lor, se non indarno,

o frondi il maggio o grappoli l’autunno.

Duro a veder su’ genïali letti,

prima di sangue aspersi,

le caste mogli violarsi; e duro

veder l’amate figlie

immature a le nozze

fatte ludibrio e scherno

piú che diletto di sfrenate voglie;

e per ischerzo barbaro, inumano,

a pena nati i pargoletti infanti

macchiar le cune d’innocente sangue.

Ma piú duro a veder ne’ sacri templi,

vano refugio ai miseri, trattarsi

i misfatti piú gravi,

e la votata al cielo

sacra verginitá ne’ sacri chiostri

a le celesti spose

con sacrileghi amori

rapire, e dispogliando

gli altari istessi, dagli stessi numi

non astener le scelerate destre.

Ahi, qual dall’altra parte

miserabil spettacolo mi tragge,

ove la peste orrenda

diserta le cittadi? A cento a cento

cadon gli egri mortali

d’ogni etá, d’ogni sesso e d’ogni grado,

cui nulla giova l’arte

del buon vecchio di Coo,

con quante man perita

svelle radici in Ponto,

e con quanti raccoglie

ricchi sudor dagli arbori di Saba;

anzi il medico stesso

cade nell’opra e i propri studi accusa,

sí che ognun fatto accorto

che nell’altrui soccorso è il proprio danno,

fugge, ma spesso indarno,

ché prevenuta è dal malor la fuga.

Non v’è nodo di fede

che con l’amico infermo

stringa l’amico, o col padrone il servo;

anzi all’estremo passo,

privo ognun di conforto,

non ha l’antico padre

pur un de’ figli a cui

dia gli ultimi ricordi,

o che gli serri con gli estremi uffizi

i moribondi lumi,

e la canuta madre

cerca indarno con gli occhi,

che dèe chiuder per sempre,

la sua diletta prole;

ma si fugge, s’aborre

dal figlio il genitore,

dal genitore il figlio;

e da la casta moglie

s’oblia l’ardor pudico

verso il caro marito,

parte giá di se stessa.

Solo spavento, invece

de’ giá sí dolci affetti

di caritá, d’amore,

entro le menti sbigottite alberga.

Son muti i fòri e sono

l’officine ozïose,

ogn’arte abbandonata;

la mèsse giá matura

entro i campi negletti

l’agricoltore oblia;

e sui tralci pendenti

del dolce ismenio nume

lascia invecchiare inutilmente i doni;

lascia senza custode

andar la greggia errando,

inerme preda ai fieri lupi ingordi.

Di ragunar tesori

la sollecita cura

oblia l’avaro; e l’iracondo oblia

gli antichi sdegni, e degli amati lumi

non apprezza il lascivo i dolci sguardi,

rivolgendo i sospiri a miglior uso.

Per le vie giá frequenti e per le piazze

giá strepitose alto silenzio intorno

e strana solitudine s’ammira,

se non se ’n quanto ad or ad or si scorge

senza pompa funèbre

portarsi in lunghe schiere

a sepellir gli estinti.

Sceglie le tombe il caso, onde ciascuno

fra ceneri straniere

nel sepolcro non suo confuso giace;

ma gran parte insepolta

ingombra i campi intorno,

o di rapido fiume

si raccomanda a l'onde,

ésca al pesce, alla fèra,

se i cadaveri infetti

non abborrisce ancor la fèra e ’l pesce.

Né pur con una sola

lacrima s’accompagna

il folto stuol de’ miseri defonti,

poscia che lo spavento

ha nelle luci istupidito il pianto.

O giá sí bella Italia e sí felice,

ah quanto, oimè, da quella

diversa sei! da quella che solea

con dilettosa invidia

vagheggiarsi dai popoli stranieri!

D’ogni miseria colma,

spettacolo doglioso a l’altrui vista

t’offri, a mostrar ch’in terra

ogni felicitá passa fugace.

Santi numi del cielo,

ch’onnipotenti e giusti

con providenza eterna

le vicende ordinate

de le cose mortali,

io non mi volgo a voi;

so ben che i nostri errori

son gravi sí ch’in paragon leggère

s’han da stimar le pene.

Ma ben mi volgo a voi, numi terreni,

a voi che de l’Europa il fren reggete,

e che dai seggi eccelsi

date le leggi al popolo ch’adora

con vero culto deitá non falsa.

Poscia che i vostri immoderati affetti

e quella poco giusta arte d’impero,

che voi chiamar solete

ragion di Stato e gelosia di regno,

sono, a chi il dritto mira,

in gran parte cagion di tanti mali.

Tu che sostieni il glorïoso scettro

dell’impero roman, tu che correggi

con la destra possente

la gran Germania, al cui valor sovrano

serva è fortuna, obbedïente il fato;

tu che a tanti rubelli

depor facesti il pertinace orgoglio,

tu che i santi disdegni

rivolti avevi a fulminar sugli empi,

che con rito profano

tolgon l’antico culto ai sacri altari;

perché tronchi nel mezzo

un’opra sí magnanima e sí giusta?

Qual di ministro infido

consiglio interessato

ti fa stimar piú degno

de l’ire tue sul Mincio un tuo vassallo,

che fuor che ’l regno avito,

per legge a lui dovuto e per natura,

altro non chiede? E se dimostra in questo

forse minor la riverenza in parte

che a te si deve, è tanta

però la colpa, che mandar convegna

cento barbare squadre

nei campi ausoni a comperar la morte

a prezzo di ben mille

stragi, ruine, vïolenze, furti,

rapine, incendi, sacrilegi e stupri?

e (quel che fa piú giusti

miei gridi) a seminar gli empi veneni

de l’idra di Lutero e di Calvino,

onde s’infetti (ah, nol permetta il cielo!)

la bella Italia, ch’è maestra e madre

de la religïon verace e santa?

E poi, se ’l turco infido

ti spezza la corona

degli ungarici regni in su la fronte,

e per sé ne ritien la miglior parte,

non par che te ne curi!

In contro lui t’adira;

è colá degno campo

a tua possanza, a tua fortuna augusta.

Che tardi a vendicar gli antichi oltraggi?

Non son, non son giganti

i traci, no. San paventar la morte

anch’essi, e san fuggendo

a vergognose piaghe esporre il tergo.

Tu che a la Francia imperi,

invitto re de’ bellicosi Galli;

tu cui fin nella culla

fanciulleschi trastulli

fûro i guerrieri arnesi,

nutrito all’ombra de’ paterni allori,

da la cui forte destra

se piantate non son, fiorir non sanno

le marzïali palme;

ben da giust’ira spinto

l'armi vittorïose

finor movesti, o se dall’empie tane

scacci il rubello o i profanati templi

ritorni al vero culto o se soccorri

l’amico oppresso. Ah, qui l’impeto affrena;

né d’italici acquisti

pensa a glorie, minori

del vasto animo tuo. Volgi la mente

de’ tuoi grand’avi alle famose imprese;

essi per simil opre

non salir de la gloria all’erte cime,

ma perché su l’Oronte e sul Giordano

trofei piantâro e glorïosi e santi,

e di palme idumee cinser le chiome.

Lá t’invitan gli esempi,

ti chiaman lá quei generosi spirti

che nutri in sen, di nobil fama ingordi.

Non sa sperar altronde

che dal franco valor giusta vendetta

da tanti oltraggi e tanti

la sacra tomba. A servitú profana

tolta due volte l’ha gallico ardire:

or serba a la tua fronte il terzo alloro.

Vanne e ’n quel sacro marmo

con la tua spada intaglia

il titolo di giusto,

se poscia vuoi che si registri in cielo.

Tu, gran monarca ispano,

che di cento corone

gravi la fronte, al cui possente scettro

piú d’un mondo s’inchina,

che, se dal ciel scendesse

teco a partir l’impero

della mole terrena il sommo Giove,

piú da lasciar che da pigliare avresti;

tu, che quando il Sol nasce e quando more,

a lui presti la cuna, a lui la tomba;

a che dar loco a cosí bassa cura,

fra i tuoi vasti pensieri,

di creder che t’importi

ch’un piú ch’un altro regga

ne’ lombardi confin poche castella,

sí che tutti i tuoi fulmini apparecchi

contro il signor di Manto

cui tu dovresti a pena

degnar de’ tuoi magnanimi disdegni?

Almen, se non ti preme

che il Belga ribellante

schernisca giá tant’anni

le tue giust’ire, a l’Africa ti volgi.

Ella ti siede a fronte

pur lungo tratto e teco

antichi odi professa e spesso ardisce

mandar pochi corsari

a depredar de’ regni tuoi le sponde.

Se colá volgi l’armi,

i tuoi guerrieri allori

ne la terra e nel cielo

germoglieran frutti di gloria eterni.

Tu, veneto Leon, tu che raffreni

con giusto impero i flutti

d’Adria, tu che fuggendo

delle spade barbariche l’oltraggio,

con pacifiche leggi

sovra l'onde incostanti

stabil sede fondasti a regno eterno,

ov’han fido ricovro i grandi avanzi

della famosa libertá latina;

deponi omai, deponi

l’antica gelosia. Forse non hanno

i possenti vicini

tanto le voglie ingorde

d’aggrandir co’ tuoi danni; o se pur l’hanno,

il ciel ch’ha di te cura,

renderá vani i loro ingiusti sforzi.

Mentre esser puoi delle tragedie altrui

spettator, non ti caglia

entrar in scena a recitar la parte;

riserba i tuoi tesori a miglior uso,

fin che tramonti l’ottomana luna,

che dal sublime punto

le rintuzzate corna

omai piega declive inver’ l’occaso;

allor ne’ greci regni

offriransi al tuo crin ben cento allori.

Intanto, giá che brama

teco l’aquila augusta

stringer nodo di pace,

tu ’l dèi gradir, ché forse

vuol ragion che congiunta

sia col re delle fère

la regina del popolo volante.

Tu, regnator dell’Alpi,

che quinci stendi nell’Italia e quindi

l’antico scettro ne la Francia, ah tanto

non t’alletti la pompa

de’ paterni trofei, che non raffreni

gli spiriti magnanimi e feroci

ch’altro apprezzar non sanno

che bellicose palme!

Deh, lascia che riposi,

dopo tanti travagli,

all’ombra sospirata

di pacifiche olive

il tuo popol divoto,

finché piú nobil tromba

a ricalcar ti chiami

l’orme de’ tuoi grand’avi in Orïente.

Ma tu, del Vatican pastor sublime,

padre comun che premi il trono santo

che piú d’ogni altro in terra al ciel s’appressa,

so ben ch’ogni tua cura

rivolgi all’util nostro;

so ben che i tuoi pensieri

altro oggetto non hanno

che ’l servigio di lui, che tra’ mortali

in sua vece t’ha posto;

e so che l’api tue,

per fabricar favi di pace in terra,

favi di gloria in cielo,

entro i prati fioriti

de le potenze umane

cercan diversi fiori,

né volan solo ai gigli,

com’altri pensa. Cosí il cielo ascolti

i santi voti tuoi, sí che tu scorga

la tua diletta greggia,

sommerso in Lete ogni privato sdegno,

passar con voglie unite

nell’Asia a racquistar gli antichi ovili,

e l’abbattuta croce

a raddrizzar sul Tauro e sul Carmelo.

Arresta, o cetra, i carmi;

troppo lungo è ’l mio canto; io qui t’appendo,

non come pria d’un verde mirto ai rami,

ma d’un secco cipresso,

per non toccarti fin che non si mostri

il cielo udir placato i voti nostri.

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Autor
Ciro di Pers
Título
Chi mi toglie a me stesso?
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-chi-mi-toglie-a-me-stesso--ciro-di-pers-6d141c
Cita recomendada
Ciro di Pers, «Chi mi toglie a me stesso?», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-chi-mi-toglie-a-me-stesso--ciro-di-pers-6d141c.html

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