BEll’occhio di Pernice,
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}140De’ vini aurea Fenice,
Spremuto del più nobile magliuolo
Del Fiorentino suolo,
Cui la Moda testè
Sopra tutt’i liguori ha fatto Re.
145Anch’io Re ti saluto,
E in segno di tributo
Getto, questo bicchier da me lontano
D’odoroso Trebbiano;
Ch’io nol darei affè
150Per qualunque liquor fuori di te.
Vadagli tosto appresso,
Seguendo il fato stesso,
Quest’altro nappo di soave doccia,
Che un Regno val la goccia;
155E traggasi con sè
Il Sangiovese alter, che vicin gli è.
Or tu, poichè Re sei,
Ascolta i detti miei,
E mentre t’ergo il soglio entro il mio petto,
160Vieni, e farem ricetto:
E dà larga mercè
Ad un leggiadro cuor, che vive in me.
Mio non è questo cuore,
Ma di un nobil Pastore;
165Sant’Amicizia lo scambiò col mio:
Pastor, cui d’Ascra il Dio
Amò così, ch’il fè
Poeta, e ’l plettro suo stesso gli diè.
Tirsi; il buon Tirsi io dico,
170Tanto alle Muse amico,
Che tutte ornar sue Rime elette e conte
De’ fior d’Anacreonte.
A lui dunque mia fè
Lascia, che teco sciolga alto Evoè
175Ed oh! s’egli per noi
Unqua bevesse poi
Del suo gentil Pratello un sol bicchiero;
Girten potresti altero
Veggendo un vino, che
180D’ogn’altro al paragon mai non temè.