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Vincenzo Leonio · Ilustración

Allor, ch'acceso nella mente io vidi

italiano

ALlor, ch’acceso nella mente io vidi

Quel gran desio, che a raccontare in parte,

Principe invitto, i pregi tuoi m’invoglia;

Come (gridai) come innalzar ti fidi

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Mie basse rime in così eccelsa parte,

O cieca, o folle, temeraria voglia?

Come fia mai, che scioglia

Il pigro, infermo, e vacillante ingegno

Volo sublime, all’alta meta eguale?

10Se vuoi, che io spieghi l’ale

Sovra me stesso al glorìoso segno,

E pari ’l canto alla materia io formi

Dammi sensi e parole a te conformi.

S’io dar potessi (il fervido desìo

15Rispose) qual vorrei, leggiadro stile

Degno del gran soggetto, a’ carmi looi

Tu non avresti del Castalio rio

Tra i cigni più famosi altro simìle,

Com’ei non l’ha tra i più famosi Eroi.

20Ma s’appieno da noi

Lodar non puossi con mortale inchiostro,

Non è tuo questo nò, nè mio difetto,

Che appena a tant’oggetto

Giunge il pensier, non ch’altrui canto, e nostro;

25Onde se di ogni laude egli è maggiore

Ascriva a sè medesmo il nostro errore.

Fornito non avea l’accento estremo,

Quando levommi ancor dubbioso e tardo

Con lievi vanni infra le nubi a volo

30Poscia soggiunse: Perchè forte io temo,

Che non possa soffrir tuo debil guardo

Di quel Sol di virtude un raggio solo;

Pria che al Bavaro suole,

Alla sede immortal drizzar le piume

35Vuò della Gloria, ove de’ suoi Maggiori

Mirando i bei fulgori,

Di splendor in splendor, di lume in lume,

A fissar le pupille a’ rai più chiari

Della sua luce a poco a poco impari.

40Sì ràtto a segno non volò mai telo,

Come (ciò detto) il mio bramoso duce

Della Gloria pervenne al bel soggiorno.

Più lieto il suolo, più ridente il Cielo

Allora io vidi, e con più pura luce

45Ardere il Sole, e sfavillarne il giorno.

Ergeano intorno intorno,

Opra d’inestimabile lavoro

La fronte al ciel cento palagj e cento,

Che fean con suol d’argento:

50Con mura d’adamante, e tetti d’oro,

E con colonne di rubini ardenti

Lucidi alberghi a luminose genti.

Quando alcun fort’Eroe mira la Fama

Cader per man d’acerba morte estinto,

55Tosto sen va della nemica a fronte.

Tolta la nobil salma all’empia brama

Del dente ingordo, a divorarla accinto,

Seco la porta all’Eliconio monte;

Ove nel sacro fonte,

60Tre volte immersa dalle Ascree sorelle,

Riacquista e senso, e moto, e spirto, e vita.

Dei raggi poi vestita,

Talchè men chiare escon del mar le stelle

In queste ricche e fortunate rive.

65Lieta sen pasce, ed immortal quì vive.

Quì stuolo innumerabile, infinito

D’illustri germi del tuo ceppo augusto

Con immenso splendor ferimmi i lumi.

Vidi Tuiscone a lunga serie unito

70Di figli, a cui nel secolo vetusto

Diede senno, e valor loco tra i Numi:

Onde e leggi, e costumi,

E riti, e nomi e Duci ebbero, e Regi

Cimbri, Dorici, Svevi, e Lituani

75E Goti, Marsi, Dani,

Franchi, Unni, e quanti mai popoli egregi

Fiorir tra ’l biondo Reno, e i flutti Eusini,

Tra ’l gelato Oceano, e i gioghi Alpini.

Poi lampeggiar di bianca nube avvolto

80Vidi Alemanno, Ercole Germano,

Che tra gli antichi Boi regnò primiero:

E seco vidi un ordin denso accolto

Di Nipoti, che fur di mano in mano

Successori al valor non che all’Impero.

85Indi volto guerriero

Fiammeggiò d’Utilon, con quel drapello

Ch’ebbe d’Anversa, e di Brabanza il freno;

Tra cui vieppiù sereno

Il Ciel fea d’ogn’intorno il gran Martello,

90Ch’alla sua stirpe coll’invitta spada

Di dominj più vasti aprìo la strada.

Ma, tra lor no ’l vedendo, or dov’è il santo

Pastor Metense (alla mia Guida io dissi)

A cui sul Vaticano ardon gl’incensi?

95Altrov’ei splende in fra sì chiaro ammanto,

Rispose, che non fia, che in lui s’affisi

Alma rinchiusa tra gli umani sensi.

Ma nè tutto conviensi

Ricercare il suo sangue, onde son piene

100Queste ampie valli, che più agevol fora

Dell’arsa spiaggia Mora

Ad una ad una annoverar le arene.

Allor là, dove pien di maraviglia

Vidi lume maggior fissai le ciglia.

105Tra ’l forte Padre, e i valorosi Figli

Carlo splendea, di cui null’altro mai

Più degnamente ebbe di Grande il nome.

Com’era vago il mirar gli aurei gigli

Folgoreggiar quasi intrecciati a i rai,

110Ond’egli cinte avea l’auguste chiome!

Com’era dolce, oh come

L’udir da’ labbri della Gloria istessa

Quai rubelli ei donò, quante disperse

Barbare schiere avverse,

115Ch’Italia avean miseramente oppresso!

Onde dal Tebro ancor vola alla Senna

La Fè per norma a ciascun Re l’accenna.

Poichè in parte narrate ebbe l’onesta

Diva di lui le trionfali imprese

120Del suo seme (mi disse) il frutto or vedi.

In additando or quella schiera, or questa,

Queste son (dolcemente a dir riprese)

Del Franco soglio i bellicosi Eredi:

Delle temute sedi

125Della Borgogna, e dell’Italia amena,

Della Germania i successor quei sono:

Quegli altri al Regio trono

Saliron d’Aquitania, e di Lorena:

Cinse quei, ch’or son meta agli occhi nostri,

130La Virtù di sua man di mitre, e d’ostri.

Di quell’immenso stuol d’Eroi sì folti,

Ch’han di varie corone ornato il crine,

Altri Colonia, ed altri Svevia tenne;

Molti l’Etruria dominaro, e molti

135L’Olanda altri Carintia, e le vicine

Spiagge oltre l’Alpi; altri la Stiria ottenne;

Lo scettro alcun sostenne

Della Pannonia; altri le leggi diero

All’Austria chi tra Dani, e tra remoti

140Freddi Norvegj, e Goti;

Chi tra i robusti popoli di Brenno;

Chi tra i forti Turingi, ed i Sassoni

Fè risuonar de’ regi editti i tuoni.

Rimanevano ancor mill’altre e mille,

145Che la bella Reina ad una ad una

A mostrar accingea, genti famose:

Quand’ecco balenar lampi e faville

Tali da un lato, che restò ciascuna

Vinta da’ raggi loro, e a me si ascose.

150Là dunque le amorose

Luci meco rivolte, ella soggiunse:

Quel drapello primier per l’orme istesse,

Che lasciò Carlo impresse,

All’alta Sede Imperiale aggiunse.

155Temon suoi nomi ancor Daci e Normanni,

Arabi, Longobardi, Unni, e Britanni.

L’altro, ch’eguali al primo i raggi spande,

De’ Bavari Regnanti aduna insieme

Il più bel fior d’ogni virtude amico.

160Ecco il guerrier Ottone, Ottone il grande,

Ch’anzi a sè stesso, indi al suo nobil seme

Degli Avi riacquistò lo scettro antico.

Ecco il famoso Enrico,

Che più volte fugò gli aspri Boemi:

165Questi è Guglielmo, dal cui braccio invitto

Cadde il Frisio sconfitto:

Quei Lodovico, ch’a’ litigi estremi

Per fine impor, la spada in guerra strinse

Contra l’irato Eederigo, e ’l vinse

170Or fissa pur più dell’usato acuto

Lo sguardo, e vedi come lieto applaude

Tutto il mio regno al generoso Alberto,

Che sprezzò con magnanimo rifiuto

Della Boemia il gran diadema, in fraude

175Del Regio Infante, alle sue tempie offerto:

Vedi qual chiaro serio

Dell’altro Lodovico al crin s’attorse,

Perchè di Palestina i sacri calli,

Indi Egizie valli

180Coll’armi vincitrici intorno scorse,

Finch’a fronte del Nil su ’l muro espone

Di Damiata il Bavaro Leone.

Omai ti volgi al lucido sembiante

Di Massimilian, che nuovo Alcide

185Dell’Idra boreal franse l’orgoglio.

Ei sol tra tante aspre procelle e tante

Del Germanico Ciel sempre si vide

Qual tra nembi e tempeste immoto scoglio.

Ben del Cesareo soglio,

190Ove già ricusò di porre il piede.

Degn’era di calcar l’eccelse cime;

Ma suo vanto sublime

Fia l’esser Avo a chi tra voi fa fede

Del valore di lui, mentre ne scopre

195Viva immagin col nome e più coll’opre.

Nel Duce mio tal fiamma all’improvviso

Suon del tuo nome, inclito Eroe, s’accrebbe,

Che nuovo volo impaziente ei sciolse

Ratto così, che di chinare il viso

200Quasi spazio opportuno a lei non ebbe

Che sì cortese in sua maggion n’accolse.

Ma pur d’ond’ei mi tolse

Torre intanto le luci io non sapea,

La volgendo da lungi ancor gli sguardi,

205Finch’egli: Ove più guardi?

Quella Reggia immortal, che sì splendea

Quanto ti parrà fosca or or che paghi

Faranno gli occhi tuoi lampi più vaghi.

Rivolto a lui: Questo impossibil parmi,

210Io dir volea, quand’ei soggiunse: Or mira

(Ed accennommi tua real sembianza)

Mira beltà, cui l’arte in tele, e in marmi

Mai non formò simile e in vano aspira

S’ha d’agguagliarla mai folle speranza.

215E s’alfin pur s’avanza

Tanto ch’ormai dal troppo lume oltraggio

Non senta ei più, mira coll’occhio interno

Dell’Alma il Bell’eterno:

Il Bel, di cui quello del volto è un raggio,

220Il Bel, ch’è stato e fia secondo Padre

Di mille gloriose opre leggiadre:

O progenie d’Augusti, o nobil Germe

Del più bel tronco, che co’ rami alteri

Giammai sorgesse a dominar la Terra!

225O spavento dell’Asia, o dell’inferme

Glorie d’Europa, o de’cadenti Imperi

Sostegno, o saggio in pace, e forte in guerra!

Già veggo che non erra

L’animoso desio, ch’in te promise

230Splendor sì grande all’invaghita vista:

Già veggo unita e mista

Tutta la luce in te, che pria divise

Il Cielo col girar di tanti lustri

Tra ’l numeroso stuol degli Avi illustri.

235Qual candido cristal, che da diversi

Lumi percosso un lume sol ne forma

Che più d’ogni altro alteramente splende;

Tal riceve dagli Avi, e in un diversi

Mille rai di virtudi, onde s’informa

240L’alta tua mente e sovra lor s’accende;

In te quindi risplende

Da maniera gentil mai non disgiunta

Amabil maestà, benchè temuta.

Quindi aver nou rifiuta

245Ragion di stato la pietà congiunta;

Quindi l’Impero colla forza ha tregua,

E l’esterno coraggio il senno adegua.

Ed oh che rai spargesti ancor fanciullo

Dalla grand’Alma, che poc’anzi s’era

250Delle sue membra pargolette involta,

Allorchè non avea maggior trastullo,

Che de’ tamburi l’armonia guerriera

La prima etade ad altre idee già volta!

Ascolta, o Grecia, ascolta:

255Quanto il tuo Achille, onde sì vai superba,

Ebbe l’orecchie giovenil’ingorde

Di armoniose corde,

Tanto il Germano Eroe nella più acerba

Stagion degli anni trasse sol da rochi

260Suoni di Marte i suoi diletti, e i giuochi,

Che rai spargesti poi, che appena scorso

Il primo lustro, sostener gli scudi

E la lancia trattar godevi e il brando,

Di feroce destrier premere il dorso,

265E tutt’esercitar l’arti, e gli studj

Di guerra, posta ogn’altra voglia in bando!

E come, e donde, e quando

(Gridò Natura attonita, e confusa)

Tal forza ebbe la man, senno la mente

270Chi v’ha così repente

Tanto vigor, tanta fortezza infusa?

Quale al tenero sen virtù soccorre,

Veloce sì, che ’l poter mio precorre

Sì disse allor; ma tacque poi Natura

275Tra più maravigliosi, e chiari lampi

D’insolito valor tutta smarrita,

Quando in etade non ancor matura

Ti vide a fronte in sugli Austriaci campi

Dell’Asia intera all’ampia Libia unita:⠀

280E quell’Oste infinita,

Onde Vienna assediata oppressa e vinte

Cadea da fondamenti arsa, e distrutta,

Vide in brev’ora tutta

Dal soccorso fedel dispersa e vinta;

285E te dell’opra insieme e della gloria

Gran parte aver nell’immortal vittoria:

Quando mirò nel tuo primiero arrivo

Abbandonati di Strigonia i muri

Fuggir tremanti i barbari Custodi,

290E la tua man pietosa al piè cattive

Della bella Città scioglier da’ duri

Ceppi servili i rugginosi nodi:

Quand’udì di tue lodi

Intornò risuonar l’Occaso e l’Orto,

295E ’l Mauritano e l’Iperboreo lido:

E del tuo nome al grido,

Tremar con volto sbigottito e smorto

L’Asia superba, benchè d’armi onusta,

E per tema gelar l’Africa adusta:

300Quando ti vide dalle mani immonde

Di Bellona rapir l’orrenda face,

Ond’infiammati ardean la Senna, e il Tago,

E per te lungi dalle loro sponde.

Sparsi i nembi guerrier, di lieța pacc

305Splender alfin la desiata immago:

Quando il tuo ferro vago

Ancor di gloria inusitata e nuova,

Vide di Buda incontro al sen rotarsi,

E agli assalti animarsi

310Gli altri da te, mentr’ogni estrema prova

Di duce insieme, e di soldato adempi

Or co’ premj, or co’ detti, or con gli esempj.

Nè il numero maggior di schiere infeste

Nè difetto di cibo, o morbi, o stragi,

315Nè inganni, o valorosa ostil difesa

Nè di fredda stagion gelo, e tempeste,

Nè quanti ha lungo assedio aspri disagi

Te rimover potean dall’alta impresa:

Ma in van mortal contesa,

320Ove con legge ignota ha in Ciel provisto

Altramente il destin, sue forze adopra.

Non era ancor là sopra

Dell’altera Città scritto l’acquisto,

Che perchè sia di maggior gloria ornato,

325A Te riserba in altro tempo il Fato.

Nè men della Natura Amor sospeso

Rimase allor, che della bella Sposa

Ti vide abbandonar l’amato fianco

E riprender dell’armi il grave peso,

330Di poggiar sopra l’erta, e faticosa

Via dell Onor sazio non mai, nè stanco.

Come non venne manco

Quel tuo gran cuor della Real consorte

A i lamenti, ai sospiri, a i preghi, a i pianti?

335Ti parean poco i vanti

D’esser contra il nemico invitto e forte

Se debellar non era a te concesso

Gli affetti e con gli affetti ancor te stesso,

Da i dolci nodi delle caste braccia

340Disciolto ecco te ’n riedi armato e teco

Vien la Vittoria nel Cesareo campo:

Ch’ove Turco a Strigonia ancor minaccia

Nuovo ceppo servil, fugge da cieco

Terror percosso, di tua spada al lampo.

345Dove cercare scampo

Dove fuggire più, turbe infelici,

D’un infinito stuol miseri avanzi?

Quelle Città, che dianzi

Vi offrir nella Pannonia asili amici,

350Cadon già dome, e di cader sicuro

Omai vacilla anco di Buda il muro.

Appena scorso il verno, onde sospesi

Furon gli acquisti tuoi, spuntar vedesti

I primi fior della stagion novella;

355Ch’immantinente de’ guerrieri arnesi

L’infaticabil sen pronto rivesti,

E torni incontro alla Città ribella,

Conobbe allor ben ella,

Che del tuo braccio all’invincibil forza,

360Era l’opporsi omai vano consiglio,

Onde al vicin periglio

Ceder volea; ma il Cielo in lei rinforza

La speme, perchè a te la palma vegna,

Quanto contesa più, tanto più degna.

365Il Ciel quel lato a te prescriver volle,

Laddove i fossi son più larghi e cupi,

E sorge il muro più munito ad alto:

Ove la forte rocca il capo estolle

Rendean più periglioso ognor l’assalto

370Ed erti colli, e inaccessibil rupi:

Dal Ciel di duro smalto

Furon de’ difensori i petti armati,

E d’audace vigor gli animi infusi

Il Cielo, il Ciel de’ chiusi

375Guerrier sì folti stuol’inaspettati,

Perchè fusser de’ Tuoi l’opere impedite

Trasse più volte a temerarie uscite.

Da qual poter, se non de cenni suoi,

De i sotterranei, ardor gl’impeti privi

380Furon di forza, o contra te respinti?

Da chi raccolti fur, se non da lui

Tanti popoli erranti e fuggitivi,

E a liberar l’egra Città sospinti?

Chi dentro i muri cinti

385D’armi, e ripari disperate schiere

Fe’ penetrar tra dure stragi, e morti?

Chi recinti più forti

Alzò improvvisi, ove le torri altere

Dome talor dalle tue iuvitte posse,

390Cedeano all’incessanti aspre percosse?

Gelosa Europa allor di tua salute

Quai voti non offerse a Dio, quai preghi,

Perché lasciassi quei cimenti orrendi?

Signor (dicea) tu che sì gran virtute,

395Cui pari non udissi, unisci, e leghi

In quel cuor giovenil, tu lo difendi.

Se la tua man non stendi

Per sottrarlo al periglio, ove s’è posto,

Per punir chi ti sprezza empio, e superbo;

400A Fato troppo acerbo

(Ah sian vani gli augurj) il veggo esposto:

Tra precipizj aperti ecco passeggia

Sicuro, e ’l suo valor fa ch’ei no’l veggia.

Che s’egli è tuo decreto, e i Fati l’hanno

405Scritto lassù negli adamanti eterni,

E col mio pianto cancellar no ’l lice,

Che mai sempre da vil giogo Ottomano

Oppressa sia tra mille oltraggi, e scherni

Della mia Buda la real cervice,

410E che la spada ultrice,

Per lei trar dalle man di gente infida

Mai sempre in van da’ Daci miei si volga:

L’assedio omai si sciolga,

Trionfi pur Asia nemica, e rida

415De’ miei passati, e de’ presenti scorni,

Pur che il Bavaro Eroe salvo ritorni.

Al suo onore, al mio impero, e alla tua Fede

Da lui spero, Signor, se in vita il serbi,

Spero gloria maggior, trofei più degni.

420Non so come la mente in lui prevede

Popoli uccisi, incatenati, e servi,

Dome Provincie, ed abbattuti Regni:

Scorgo in lui, scorgo i segni

D’un non so che di grande a pensier vasti

425Sembra termine omai sempre vicino

Lo spaventato Eusino,

E appena l’Asia aver spazio, che basti.

Deh non sia da crudel falce improvvisa

Tanta speranza in su ’l fiorir recisa.

430Sì prega Europa, e i desiati acquisti

Perchè la fanno del tuo scampo incerta,

Più non anela, anzi gli abborre, e sprezza;

Nè gli occulti artifici ancor previsti

Avea del Cielo, che per via tant’erta

435Render degni li vuol di tua fortezza.

Somma virtù non prezza

Opra, ch’all’altrui forza anch’è conforme

E sdegna andar colà dove altri aspiri,

Quindi tosto, che ’l miri.

440Disperato dagli altri, imprimi l’orme

Per strada ancor dall’altrui piè non tocca,

E ascendi alfin l’impenetrabil Rocca.

Di spavento, d’orror, di maraviglia

Un non so che confuso in gelo stringe

445Il sangue alla nemica Oste vicina

E tante schiere con sospese ciglia

Irresolute a rimirar costringe

Di sì forte Città l’alta ruina:

L’orgogliosa Reina

450Della Pannonia indomita, e feroce

Ch’alla Germania ogn’or s’oppose invitta,

Veggon languir trafitta

Dalla tua mano: odon l’estrema voce,

Ch’aita invoca in suon tremante e lasso.

455E alcun non muove in sì grand’uopo il passo.

Signor, sebben con debil face al Sole

Su ’l mezzo giorno accrescer lume estima

Chi impresa tal pensa illustrar co i versi

Pur’io vorrei sovra l’eterea mole

460Alzar gridando ogni più dotta rima,

Onde le labbra in Elicona aspersi.

Ma qual tra fior diversi

D’Ibleo giardino ape dubbiosa, e vaga

Dal giglio appena poche stille invola,

465Ch’indi ratta se ’n vola

Dove scorge la rosa arder più vaga;

Tal tra i fior de tuoi pregi il canto io sciolgo

Appena in lode d’un, ch’agli altri il volgo.

Ma tanti, e sì diversi omai ne veggio

470Vagamente spuntar per ogni sponda,

Che più non so quai taccia, o quai ridica.

Forse cantar sull’aurea cetra io deggio

Ch’oltre le spiaggie, ove la Drava inonda,

Corresti ad incontrar l’Oste nemica?

475Nè insolita fatica

Di lunga via per aspri monti, e sassi

Per fiumi e Piani paludosi, incerti,

Per Boschi, ermi, e deserti,

Punto rattenne i generosi passi,

480Finchè vedesti pure all’aura sparse

Del Campo oriental le insegne alzarse?

Canterò forse qual novella tema

Del Tracia Capitano ingombrò l’alma,

Tua man col brando fulminar vedendo?

485Dirò, ch’ei pose ogni speranza estrema

Sol tra ripari, di più nobil palma

Sul campo aperto il paragon fuggendo?

Che tu di sdegno ardendo,

Scorrevi intorno alle trinciere ostili

490Così leon, che la nemica belva

Cercò di selva, in selva,

Poi per fuggir vede in sen d’antri massili:

Tutti ei circonda i passi angusti, e rugge,

E d’ira insieme e di dolor si strugge.

495O con gli accenti appresi in riva all’Arno,

Farò suonar per le castella e spiagge

Quelle, che festi, inusitate prove,

Quando, tutt’altre vie tentate indarno,

Con finte ritirate accorte, e sagge,

500Tirasti alfin l’Oste rinchiusa altrove?

Qual fu il mirar te, dove

Vuol periglio maggior, maggior lo schermo

L’estrem ordin guidar per ciechi agnati;

E ad ora ad or gli irati

505Lumi volgendo, argin ben saldo e fermo

Far col tuo petto, di fortezza albergo

Al barbaro furor, che inonda a tergo

O forse narrerò, come ridutti

Gl’insuperbiti Traci ove a battaglia

510Inevitabil constringeali il loco;

Tu generosamente innanzi a tutti

Ti scagliasti tra lor, come si scaglia

Tra gli aerei vapor fulmineo fuoco?

Nè mai (benchè non poco

515Sangue versando dalla man piagata)

Fermasti il corso al rapido cavallo,

Finchè il nemico vallo

Non penetrasti, e la gran tenda ornata

Di gemme, ed or tutte ferite, o estinte

520L’avverse squadre, o a fuga vil sospinte?

Da i freddi orror delle gelate tombe

Sorgete pure, o degl’invitti Parti

Sorgete Ombre famose, ombre onorate

Voi, voi, che al suon di bellicose trombe

525Vincer fuggendo con insolit’arti

Tante volte ammirò la prisca etate

E al Babilonio Eufrate

Stendere il vostro Impero; a all’Indo Idaspe,

Oltra l’Armeno Arasse, e il Tigri Assiro:

530Dite se mai mentiro

Per le Persiche arene, o per le Caspe,

Spronati solo da pensier sagaci

Fuga più gloriosa i vostri Arsaci?

Ma tu, che intanto in grembo agli antri foschi

535D’antiche selve o per la Drava a nuoto,

Turba smarrita, per timor sol fuggi;

Esci fuori dell’onde, e fuor de’ boschi,

E all’estremo d’Europa, al più remoto

Lido d’Asia, e di Libia omai rifuggi,

540Te stessa opprimi, e struggi,

Fatta insana dal duolo acerbo, e greve,

E ’l Tutto di terror confondi e mesci;

Nuovo cordoglio accresci

Al tuo Tiranno, ed a lui dì, che in breve

545O per fuggir d’Europa il corso affretti,

O il gran guerriero entro Bizanzio aspetti.

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Autor
Vincenzo Leonio
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Allor, ch'acceso nella mente io vidi
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italiano
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Vincenzo Leonio, «Allor, ch'acceso nella mente io vidi», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-allor-ch-acceso-nella-mente-io-vidi--vincenzo-leonio-a84fb1.html

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