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PoetósferaLa BibliotecaFrancesco Antonio Saverio Grue

Francesco Antonio Saverio Grue · Ilustración

Vita e morte del gobbo Girolamo Odone d'Isola

italiano

Giunse il gobbo, o lettor, a quel confine,

Che al viver suo il gran Motor prescrisse

Morì colui, e tal morìo qual visse:

Suol mala vita aver pessimo fine.

So ben che non vedesti il babbuino,

Mentre quaggiù fra noi egli fu vivo;

Perciò la vita sua or ti descrivo,

E pinta te la mando in terso lino.

Fra l’opre del Callot che i brutti gobbi

Ed i mostri umanati al vivo pinse,

E coll’immaginar chimere finse,

Simigliante figure io non conobbi.

Vedilo, e bada ben che all’intestina

Con spiacevol rumor fetidi venti

Pel rotondo porto manda a torrenti,

Per nausearti senza medicina.

Deh! mira tu Signor quel gran fagotto,

Che al brutto dorso diè sferica forma

Certo non è fra la tartarea torma

Più orribile di lui spirto corrotto!

Di Diogene la botte egli rassembra,

Od un gonfio pallon che ammorba e fete,

O ragno vil che alla sottil sua rete

I volanti moscon carcera e smembra.

. . . . . . . . . . . .

Là nell’Indie nommai nel tempo scorso

Nacque tra nani così brutto oggetto,

Che non d’uom, ma di bestia ebbe l’aspetto;

Rassembrando un cammel col curvo dorso.

Per decidere alfin la quistione

Intorno agl’ircocervi, alle chimere;

Sen venne a desolar contrade intere,

Lo scontraffatto semicapro Odone.

Della stirpe esso fu delli Pigmei,

Che son d’altezza un piede e mezzo o due,

E frequente tenzon han con le Grue,

Nel monte che si oppone ai Pirenei.

Ma per lo scrigno, che sul dorso avea,

D'essere gli parea un vero Atlante;

Che al gran globo del ciel non vacillante,

Con quella schiena sua base facea.

Fu pubblico Notar; ma ben si crede,

Che fosse d’onor tal tosto privato,

E per falsario fosse riputato;

Chè fede non può far chi non ha fede!

Fece profession d’Agrimensura:

Ma per l’audacia che sovente inganna,

Giammai non ebbe in man la mezzacanna

Per pigliar di sè stesso la misura.

Fu di colpe mortal colmo fardello,

A tutti poi la crapula avanzava:

E lo spirito di vin spesso il versava,

Chè di vino parea un carratello.

Un corpo scontraffatto nommai suole

Esser albergator d’anima buona:

È detto del Morel, che ancor risuona

E dove nasce e dove muore il sole.

Eppure Erario il fe’ il signor Marchese

Della Valle, che è sotto Montecorno:

S’udì per questo allor tutto all’intorno

Di pianto risonar ogni paese.

L’Isola sospirò che dal suo seno

Al mondo partorì sì fiera peste:

E piansero le ville afflitte e meste

Al ruggir di Mavon d’ira ripieno.

Soggiunse allor piangente Tossicia:

Dall’idra intossicar cogli occhi miei

La nobiltà vedrò de’ semidei,

E struggeralli il mal di tisicia!

Quindi spezzar sentiss’in guise strane

Pietracamela per lo gran cordoglio:

E più pianto stillò, che giammai oglio

Non suole consumar chi fa le lane.

Con strida risuonò tutto Canzano,

Che vide da vicin doglie future:

E per piangere ancora le sue sventure

Non bisognar cipolle a Leognano.

Giunse a Poggio Morello il fier destino:

Di Sant’Egidio, ancor di Sant’Omero

La grande santitade, a dire il vero,

Odon martirizzò, nuovo Ezelino.

Li Colli, Colledoro, e Palombara,

Acquaviva, li Rossi con Capsano,

E Chiarino col suo vicin’Ornano

Insieme lagrimar la sorte amara.

A scriver di Castelli in questo loco

L’afflizion per questo fiero mostro,

In ogni calamar scars’è l’inchiostro;

Ed è meglio tacer che dirne poco.

Nemmen descriver vo’ quella tenzone.

Che pel suolo natio ebbe primiero

Con tal goffo pigmeo il Grue altero;

Chè troppo tempo vuol la narrazione.

Del duolo universal furon motivi

Le gravi estorsioni e le rapine;

E le calunnie ancor, che quasi spine

Trafissero pungenti il cor de’ vivi.

Alla provvida Parca alfin già piacque

Con forbice fatal render reciso

Quel mal filo vitale all’improvviso,

E alla stalla, qual porco, estinto giacque.

Morì l’ubbriacon allor che a gara

Cogli sbirri bevea acqua di vita:

Acqua per sè mortal, che pur finita

Fe’ la doglia veder con morte amara.

Il gibbo, che il briccon sul dorso avea,

Gl’impedì riguardar l’azzurro cielo;

E tolto che gli fue il mortal velo,

Ver l’abisso la faccia ancora tenea.

A’ sconvolti capelli e serpeggianti

Sembrava il vero teschio di Medua,

Qual d’Ovidio cantò la dotta musa,

A cui formano il crin serpi fischianti.

Il cadaver di più nero all’esterno,

Pel puzzo e per l’orror allontava

Ognuno che curioso il riguardava;

Ch’era giusto un tizzon smorto d’inferno.

Rimase estinto Odon cogli occhi aperti,

Che sanguigni fur visti e ardenti ancora,

La lingua dal confin uscirne fuora:

Tutti del mal morir indizii certi.

A tal nuova, lettor, il Montecorno,

Che verso il cielo alza la cima altera

E par che giunga alla superna sfera:

Già s’estinse, gridò, chi mi fe’ scorno.

Il popolo esclamò pur d’Acquaviva,

Dal Castel che distrutto oggi si mira,

E delli Rossi ancor con voci d’ira:

È bene che il rio mostro più non viva!

Colledoro gridò: colle di piombo

Odone femmi con alchimia strana;

Giust’è che nell’inferno oggi s’intana,

E delle gioia mia s’oda il rimbombo.

Leomogna, che i suoi liquidi argenti

Tinti di sangue ostil cangiò in rubini,

Scorrendo ripetea tra sassolini:

È morto il turbator delle mie genti.

Poco lontan di lato il picciol Rio,

Che dall’alto sentier cade spumante,

Rispondea tra sè tutto brillante:

Già già l’oste morì del popol mio.

La Valle Siciliana in ogni canto

S’udiva risonar tutta di gioia:

Quella vita finì che mi diè noia,

E che chiamar mi fè valle di pianto.

Bosco alcun non vi fu, antro, nè speco,

Ove irsuto animal ave ricetto,

Nè di rozzo pastor umile tetto,

Che ad un giubilo tal non facess’eco.

Ora che dirò io del gobbo rio

Giunto omai di Caronte al cavo legno,

Per far passaggio al sempiterno regno,

Ove il riso e ’l piacer son in obblio?

Stupefatto il nocchier lo vide in sponda,

E domandogli se fosse uomo o fera:

Risposegli l’Odon con mesta cera,

Son uomo che qui vengo a passar l’onda.

Caronte ripigliò: nommai dal mondo

Simigliante ne giunse a quest’abete:

Della natura umana aborto siete

Venuto ad abitar d’Erebo al fondo.

Giacchè guidotti qui nemica stella

Ecco la barca mia spedita al corso;

Ma della salma che ti veggo in dorso

Ti bisogna pagar qui la gabella.

Lo scrignuto rispose con paura:

Quel che tu vedi in me non è già robba,

E non tel vo’ negar, è vera gobba,

Che per scherno mi fece la natura.

Lo pon Caronte in barca, e mentre a volo

Per l’altra riva va l’onde frangendo,

Verso quel passaggier la man stendendo

Disse: pagami presto ora il mio nolo.

Ma confuso rispose il malandrino:

Molto nel mondo, è vero, vivo rubai,

Ma in prendermi piacer lo dissipai;

Per pagarti non ho pur un quattrino.

Non ebbe il barcaiuol pii costumi;

Onde irato soggiunse al gobbo afflitto:

Io pago a Ser Mercurio un grosso affitto

Tu il battello passar franco presumi?

Supplice Odone allor: per caritade

Fammi di là passar; ma quel nocchiero

Disse: d’acqua di Lete un sol bicchiero

Scordare qui mi fe’ della pietade.

Indi col lungo rem colpi pesanti

Al tondo serigno dan le forti braccia

Di Caronte adirato; e par che faccia

Dolorosa battuta ai mesti canti.

Poscia stanco il nocchier nell’acqua getta

Il mostro fier, che nella stigia arena

Provar dovrà con sempiterna pena

Dell’adirato ciel l’aspra vendetta.

Del mille settecento ventidue

Ora che di Febbraio è mezzo il mese;

Io mi protesto, lettor mio cortese,

Esser tuo servidor Francesco Grue.

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Autor
Francesco Antonio Saverio Grue
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Vita e morte del gobbo Girolamo Odone d'Isola
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italiano
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