Coloro poi che narran che ramingo
Da casa sua presso i Siracusani
Gli Ateniesi con essi combattesse,
Parmi che affatto ignorino la cosa.
Poi ch’egli o più non era, od era al tutto
Travecchio, ciò che punto non appare;
E racconta Aristotele che desso
Morì di sessant’anni, e di più Eraclide.
Voi, che al biondo Agrigento, o amici, in riva
La gran cittade, cui sovrasta l’alta
Rocca, abitate.
Eravi tra costoro un cotal uomo
Oltramisura dotto, che del core
Le più grandi ricchezze possedea.
Quanti farmachi son della vecchiezza
E dei mali rimedio imparerai,
Che queste faccio tutte cose io solo
Per te. Tu calmerai d’assidui venti
L’ira, che irrompon sulla terra e i colti
Co’ lor soffj ne struggono; e di nuovo,
Se in tuo voler sarà, ricondurrai
I venti domi; e dalla nera pioggia
Il conveniente all’uom secco trarrai;
E produrrai dalla secchezza estiva
Nutritori di piante i gran rovesci
Che imperversan la state. E l’uom già morto
Richiamerai dall’Orco a forza.
Tu, Pausania, m’ascolta, del prudente
Anchito figlio.
Pausania, figlio d’Anchito, a buon dritto
Soprannomato il Medico, mortale
Asclepiade, nutrì la patria Gela,
Che tanti da’ rei morbi consumati
Di Persefone agli aditi rapia.
Amici, voi, che la città possente
Presso il biondo Agrigento e l’alta rocca
Abitate, d’egregie opre curanti,
Salvete! Io, quasi incorrutlibil nume,
E non mortal, spesso con voi converso
Onorato da ognun come conviene,
E di bende e corone verdeggianti
Cinto. Che s’io con tai fregi mi reco
A floride cittadi, uomini e donne
M’onorano, e mi seguono con loro
Altri mille chiedenti per qual via
Vassi all’utile, e que’ che il vaticinio
Usano, e que’ che bramano sentire
Sovra ogni morbo docili parole.
Medico sommo Acrone agrigentino
Di padre sommo, la somma ruina
Della patria sommissima ricopre.
Il sommissimo vertice la somma
Tomba conserva
Salvete! io quasi incorruttibil dio
E non mortal, spesso con voi converso.
Empedocle soave facitore
Di parole da piazza: tanti prese,
Quanti potè, principii, i quali poi
Pose, principii difettosi, agli altri.
Alto il laccio attaccando ad una cima
Di corniolo pel collo vi s’appese,
E giù in Averno se n’andò lo spirto.
Tu pur, con fiamma rapida purgando
Il corpo un giorno, o Empedocle, beesti
Da crateri immortai fuoco; ned io
Affermo che te stesso abbi gettato
Nelle correnti etnee, ma che volendo
Celarti, vi cadesti non volendo.
Certo è fama ch’Empedocle morisse
Allor che un dì cadde dal cocchio e ruppe
La destra coscia. Che s’egli gittossi
Ne’ crateri del fuoco, e il viver bebbe,
Come la tomba sua mostra Megara?
Il bianco Giove e la vital Giunone
E in fin Pluto e la Nesti, che di pianto
Gli occhi amareggia de’ mortali. —
Or l’amicizia in un tutte le cose
Congiunge; ora di nuovo in due ciascuna
Coll’odio ammassa la discordia.
Perchè fanciullo una volta già fui
E fanciulla ed agnello ed arboscello
E pesce ch’arde in mar. —