Bisaccia è una città che al nero fasto
Sta in meno; bella e pingue; d’immondezze
Ricinta; nulla possidente; in cui
Alcun non entra, navigando, stolto
Parassito, nè ghiotto di puttana
Piantatrice di chiappe: ma cipolle
Produce, ed aglio, e fichi, e pane; quindi
Nessun fa guerra all’altro, o per tai cose
Si procurano brandi, o per danaro,
O per gloria. —
Poni; da darsi al cuoco: dieci mine.
— Al medico: una dramma. — Al piaggiatore:
Cinque talenti. — Al consigliere: fumo.
— Alla puttana: un talento. — Al filosofo
Un triobolo. —
Tant’ho, quanto ho studiato, e meditato,
E apparato di santo dalle Muse:
Ma portossi l’orgoglio il molto e il ricco.
Di lupini una chinice, e il non darsi
Briga di nulla.
La fame, o almeno il tempo, attuta amore,
E se questi giovar non sanno, il laccio.
E portava l’estate il mantel grave.
Per esser sofferente, e lieve il verno.
Presol da un piè per la divina il trasse
Soglia d’Olimpo.
— Dunque vai, caro gobbo,
E scendi, per vecchiezza, a casa Pluto.
— E per patria doversi
Aver la vita povera ed oscura
Invano tocca da fortuna.
— Cittadino esser egli
Che dell’invidia non paventa insidie.
Però che meco in lacero mantello
A passeggiare andrai, come la donna
Un dì di Crate il cinico.
Dando, per esperienza, trenta giorni.