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PoetósferaLa BibliotecaSilvio Stampiglia

Silvio Stampiglia · Ilustración

Tornava, allor che in Ciel sorgean le stelle

italiano

TOrnava, allor che in Ciel sorgean le stelle,

Dalla Città vicina, in cui portai

Gli uccisi figli delle negre agnelle.

Giunto all’ovile mio, dentro mirai

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Della capanna assise al fuoco intorno

Ninfe degli astri più leggiadre assai.

Queste col volto onestamente adorno

A i lor vezzosi Pastorelli accanto

Stavano sospirando il mio ritorno.

10Dorinda mia, che tra le Belle ha il vanto,

Vistomi appena, incontro a me sen venne,

Dicendo: oh Dio, perchè tardasti tanto?

E che facesti mai? che mai t’avvenne?

Ma forse un dì saprollo: oh te infelice,

15Se qualche Ninfa i passi tuoi rattenne.

Della costanza mia temer non lice,

Rispondo allora; e intanto ogni Pastore,

Ed ogni Ninfa ni saluta, e dice:

Ti salvi, o Palemone, il Cielo, e Amore.

20Ti salvi, Amore e il Ciel ripiglio anch’io,

E con Dorinda mia salvi il mio cuore.

Ditemi, poi soggiunsi, e qual desìo

Vi trasse ad onorar così di sera

Questo povero vil tugurio mio?

25Rispose Uranio: Uscita ancor non era

La pigra notte del Cimmerio speco

Coll’ombra sua caliginosa, e nera;

Che queste Ninfe, e quei Pastor quì meco,

Perchè tardi si desta in Ciel l’Aurora,

30Vennero se t’aggrada, a vegarli teco.

Lieto gli accolgo, e a far la mensa allora

Lauta più dell’usato, un’agna io sveno,

Che pascer non sapea sui prati ancora,

L’erbe scegliendo già postesi in seno

35La Pastorella mia, colte da lei

Tra l’onde chiare d’un ruscello ameno.

Empio di latte poi sei tazze, o sei;

E delle cene mie gli arnesi io prendo

Che solo uso ne’ dì sacri agli Dei.

40Candido lino indi sul desco io stendo;

E intanto già sovra l’accese brace

L’agnelletta svenata Ilavolgendo.

Quel Pastor, quella Ninfa or parla, orace,

E chi tra lor non favoleggia, io miro

45Che fa sovente il guardo esser loquace,

Tutti alfine alla mensa assisi in giro

Dissi: di questi cibi è parco il dono,

Che non forze eguali al mio desìro.

Non venni eletto alle ricchezze e al trono,

50Ma non chiamo le Stelle, ingiuste, e rie,

Che di mia povertà contento io sono.

Traggo poscia un liquor, che alle natìe

Fertili piagge di Liguria suole

Nascerfamoso dalle viti mie.

55Ne colmo il nappo; e come Clizia al Sole

Così fiso all’armata opposta immagò

Prorompe Alessi in simili parole

Non so se sia più prezioso il Tago

Di così biondo umor; ma il tuo crin d’oro

60E di questo, e di quello è assai più vago

Tutte le Ninfe il fino aureo tesoro

Vantar di Delia: ed ella in tanta lode

Socchiuse i lumi, ed inchinossi a loro,

Ei beve, e Tirsi con occulta frode

65Parte della sua cena allor gl’invola,

Poi mostra il furto, e se ne ciba, e gode.

Ila col cenno d’una luce sola

Saluta, pria di ber l’aurate stille,

Ninfe, a cui sempre il suo pensier sen vola.

70Ella, che pari a lui nutre faville,

Risponde al cenno del Garzon, che l’ama

Con un moto soave di pupille.

Tutto pensoso a quanto dire ei brama

Empie un calice Uranio, e lieto poi

75A me rivolto in queste voci esclama:

Scendan gli Dei dal Ciel quaggiù tra noi

Per sentir se l’ambrosie eterne, e chiare

Hanno pregio maggior de’ vini tuoi.

Taci, diss’io, che di bellezze rare

80Pur sempre vaghi; e quì venendo i Numi

Rapirebbono a noi Ninfe sì care.

Troppo, o Pastor, troppo di noi presumi,

Filli parlò, quando con pure voglie

Fisse in Licori sua Sirago i lumi.

85Un sorso di liquor dal nappo ei toglie;

Indi si ferma, e in placido tenore

La saggia lingua in tali accenti scioglie:

Di questo, che dolcezze entro il mio cuore

Distilla, un giorno, in santi nodi avvinto,

90Lambire io spero un nettare migliore.

Cuopre ella di rossore asperso, e tinto

Colla bianca sua palma il volto e muove

Un riso, ov’è del cuore il gaudio pinto.

Rendemmo al fine umili grazie a Giove,

95E coll’ambrosia, che in Liguria nacque,

Pan salutammo tutti in rime nuove.

Solo alle Ninfe mai gustar non piacque

Delle mie vigne la stillata manna

Che non sogliono bere altro che l’acque.

100Sorse, e l’uve, ed i pomi alla capanna

Dall’Autuno già scorso in alto appesi

Colse Dorinda mia con fragil canna

Con atti semplicissimi, e cortesi

Ella gli offerse alle sue care Amiche,

105Ed esse a quei, ch’erani di loro accesi.

lndi a vegliar le Giovani pudiche

Sen giro ad una ad una appresso al fuoco

Accinte alle domestiche fatiche,

I fidi Amanti allor postisi in loco e

110Vicino alle onestissime Donzelle,

Or narrano una sola, or fanno un giuoco.

Dorinda intreccia piccole fiscelle,

in cui talor colle sue mani stesse

Condensa il latte delle munte agnelle,

115Filli, che per suo sposo Uranio elesse,

Avvolge al naspo i già filati stami,

Ond’ella poi tele non rozze intesse.

Con tenaci, e finissimi legami

Licori ordisce un’ingegnosa rete,

120Che imprigiona gli augei resa tra i rami.

Licori è quella, il di cui nome a Lete

Siralgo tolse, e col suo strale incise

In ogni verde mirto, in ogni abete.

Velina poi, che sempre adlla arrise,

125Col crine in bel disordine confuso

Laceri veli a risarcirsi mise.

Clori a Tirsi fedel, come la per uso,

In stami sottilissimi traea

Il bianco lin dalla conocchia al fuso.

130Rusti o scettro al manco lato, avea

Delia d’Alessi amante amata, in cui

Filo di molle acciar talor ponea

Con questo, e dui simili ferri e dui,

Velocemente ella fornando giva

135L’opera industre de lavori sui:

E mentre maglia a maglia in quelli univa

Con spessa, e minutissima catena,

Spoglie di lana alle sue piante ordiva.

Intanto al suon d’una incerata avena.

140Così sparse da me furon le prime

Note all’opra di lei, che mi dà pena:

Fortunate ginestre,

Che l’idol mio colle sue mani belle

Ora intreccia in fiscelle;

145Intorno al suo lavoro

Gite spiegando i vostri fiori d’oro.

Coronate il candore

Di quelle mani intatte,

Di cui quello del latte - è assai minore:

150Ma l’uno, e l’altro cede

A quel dell’amor suo, della mia fede.

Poscia della sua Ninfa in queste rime

Canta Uranio il lavoro, e grave in volto

Al suon della zampogna i versi esprime.

155Filli, che al naspo aggiri

Stami, con cui poscia tu forma i veli,

Onde il seno ti celi;

Pietosa a’ miei martiri,

Giacchè il mio tu ferisci,

160Le fasce almen alle mie piaghe ordisci.

Indi Siralgo all’Idol suo rivolto

Sù l’armonia del rustico stromento

Così cantare, in sè composto, ascolto:

Lascia, amata Licori,

165D’ordir le reti a imprigionar gli augelli:

A far preda de’ cuori

Bastano solo i tuoi neri capelli.

Chi può fuggir da quelli,

Se l’alme in dolci modi

170Col guardo alletti, e poi con essi annodi?

All’amata cagion del suo tormento

Girando poi furtivamente il guardo

Ila proruppe in tuono basso, e lento:

Velina, il mio bel Nume

175Punge lacere tele, e le risana,

E sol meco inumana

Collo stral de’ suoi rai.

M’impiaga sempre, e non mi sana mai:

E col sereno lume

180Se talvolta al mio duol pietosa arride,

In vece di sanarmi allor m’uccide.,

Tirsi così con modo or presta, or dardo,

Vezzosamente aprendo i labbri al riso

Cantò all’arciera del fatal suo tardo.

185Clori, se avesse dato

Alle tue mani il Fato

Di poter trar i fil de’ giorni miei,

O eterno io quì vivrei

Se tu qual Dea vivessi eterna ancora;

190O morrei solo allora,

Che in Ciel ti richiamassero gli Dei.

Dolce sarìa la sorte

E di vita, e di morte;

Perchè con gioje estreme

195Vivremmo amanti, e poi morremmo insieme.

Posto il piè manco sovra il destro, assiso

Presso Delia vezzosa Alessi amante,

Disse così, tutto sereno, in viso:.

Unendo stami a stami

200Con attorti legami

Le belle piante a rivestirt’adopri.

Delia, se non le cuopri,

O in selva, o in riva, o in balza,

Qualor vi passi scalza

205Ne’ crudi anche del verno aspri rigori,

Fai tu ben pallulare erbette, e fiori;

Così ch’io dico, ove con giglj, e rose

D’intempestivo Aprile

Cespo gentile - germogliar si vede,

210Di quà Delia passò, quì pose il piede.

Finito il canto, alla sua Ninfa avante

Lieto ogn’uno, danzando a suon di piva,

All’uso pastoral muove le piante.

Con mormorio di voce alta, e guliva,

215Viva, gridiamo, e dir più volte sode

Fuori della capanna: e viva, e viva,

Questi era Alfesibeo nostro custode,

Speme d’Arcadia, che non suda invano

Per farsi degno d’un’eterna lode,

220A pro l’uscio, ed entrar seco il germano

Veggio di Alessi, il più serio Pastore,

E tra i miei cari Amici amico Ircano.

Ei disse: è sorto in Cielo il primo albore,

E ancor vegliate? Oh come mai rivolge

225Ratto al par di sue gioje il tempo Amore!

Intorno a noi poi si raggira, e volve,

E di paglie intessute aperta un’urna,

Offre a ciascun l’erbe ridotte in polve.

L’aurora intanto colla luce eburna,

230Non anco sparsa di vermiglie rose,

Dileguandosen ga l’ombra notturna.

Un gallo all’altro in ogni vil rispose,

Ecoll’amate due fide Compagne

Stanca a Dormir Dorinda mia si pose;

235E noi partimmo tutti a pascer l’agne.

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Autor
Silvio Stampiglia
Título
Tornava, allor che in Ciel sorgean le stelle
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-tornava-allor-che-in-ciel-sorgean-le-stelle--silvio-stampiglia-360256
Cita recomendada
Silvio Stampiglia, «Tornava, allor che in Ciel sorgean le stelle», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-tornava-allor-che-in-ciel-sorgean-le-stelle--silvio-stampiglia-360256.html

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