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PoetósferaLa BibliotecaFrancesco Ferrante

Francesco Ferrante · Romanticismo

Terza canzone (Ferrante)

italiano

«Se al suono i’ già cantai di lieti carmi

I duo campion congiunti

Non men di fe che di fraterno nodo;

E quante ebber vittorie e gran trofei

Sulle dacie campagne,

Ove mostrar con prove illustri quanto

Nelle italiche destre il ferro vaglia:

E tante dier ferite, e sparser sangue

Che l’empio Trace ancor ne geme e langue:

Rivolta oimè la cetra a tristi lai

Lor morte acerba or piango:

Morte che tinse di funesto orrore

Il nostro bel natio dolce terreno,

E di Trinacria i campi;

Sì fìa che del mio pianto,

E de’ miei luttuosi aspri lamenti

Pietà ne giunga a le più stranie genti.

Oh qual fu l’aspra doglia e il tristo lutto

Entro la gente armata,

Quand’ella vide, ahi dolorosa vista!

L’inclito Federigo a terra estinto

Premer col busto esangue

Le sue stesse armi, e le guerrere insegne,

L’elmo, il baston, lo scudo, e la famosa

Spada di eterne glorie ornata e cinta,

E ancor del tracio sangue aspersa e tinta.

Spettacolo non diè men fero e crudo

Domenico sul campo, ov’ebbe gloria

Egual quand’altri vinse, e quando e’ cadde;

Però che pien di sangue e di ferite

Disdegnando il feral breve riposo.

Che agli egri ed a’ languenti

Largo concede il furibondo Marte,

Della crudel battaglia entro l’orrore

Fermò il piede e la fronte, e’l ferro strinse,

Finchè spirto e vigore

Girò in sua destra debole e tremante;

Ma poi cedendo al fato

Chiuse i bei lumi; e assai soavemente

Posando in su le insegne ambo le palme

Spirò, sembrando dir: d’altro non calme.

Morte crudel, se per tuo colpo atroce

Cader dovean sul campo

I duo guerrieri in sul fiorir degli anni,

E cinte appena le lor bionde chiome

Di trionfali allori;

Sparger del sangue lor le dacie arene

Potevi, e saziar l’ire e il tuo furore;

Perchè serbar loro aspra e ria sventura

E’l fato estremo a le sicane mura?

Ah sì, per eternar la doglia e’l pianto

Della patria infelice,

Atro destino le appresenta agli occhi,

Non che solo al pensier, l’orrida imago;

E vuol che la dolente

Vegga del sangue de’ suoi dolci figli

Rosseggiar l’onde e’l mameritino lido,

E’ colli di Trinacria, e le pianure

Un tempo liete e chiare, or triste e scure.

Ahi quante volle il dì gli occhi volgendo

Al gran Peloro intorno

Rammenta il caso orrendo; ahi quante addita

I luoghi, u’ sua gran prole eterne impresse

Orme di gloria, e dice:

Qui pugnò Federigo, e al suon dell’arme

Tremaro i colli e rimbombar le valli;

Qui fu percosso: qui di sue ferite

Lieto, scorrendo e insanguinando il piano

Empièo la gente ostil d’atro spavento;

Qui cominciò a languir... qui cadde spento!»

...............

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Por su autor
Francesco Ferrante
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Expediente

Autor
Francesco Ferrante
Título
Terza canzone (Ferrante)
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-terza-canzone-ferrante--francesco-ferrante-cd183b
Cita recomendada
Francesco Ferrante, «Terza canzone (Ferrante)», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-terza-canzone-ferrante--francesco-ferrante-cd183b.html

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