«Se al suono i’ già cantai di lieti carmi
I duo campion congiunti
Non men di fe che di fraterno nodo;
E quante ebber vittorie e gran trofei
Sulle dacie campagne,
Ove mostrar con prove illustri quanto
Nelle italiche destre il ferro vaglia:
E tante dier ferite, e sparser sangue
Che l’empio Trace ancor ne geme e langue:
Rivolta oimè la cetra a tristi lai
Lor morte acerba or piango:
Morte che tinse di funesto orrore
Il nostro bel natio dolce terreno,
E di Trinacria i campi;
Sì fìa che del mio pianto,
E de’ miei luttuosi aspri lamenti
Pietà ne giunga a le più stranie genti.
Oh qual fu l’aspra doglia e il tristo lutto
Entro la gente armata,
Quand’ella vide, ahi dolorosa vista!
L’inclito Federigo a terra estinto
Premer col busto esangue
Le sue stesse armi, e le guerrere insegne,
L’elmo, il baston, lo scudo, e la famosa
Spada di eterne glorie ornata e cinta,
E ancor del tracio sangue aspersa e tinta.
Spettacolo non diè men fero e crudo
Domenico sul campo, ov’ebbe gloria
Egual quand’altri vinse, e quando e’ cadde;
Però che pien di sangue e di ferite
Disdegnando il feral breve riposo.
Che agli egri ed a’ languenti
Largo concede il furibondo Marte,
Della crudel battaglia entro l’orrore
Fermò il piede e la fronte, e’l ferro strinse,
Finchè spirto e vigore
Girò in sua destra debole e tremante;
Ma poi cedendo al fato
Chiuse i bei lumi; e assai soavemente
Posando in su le insegne ambo le palme
Spirò, sembrando dir: d’altro non calme.
Morte crudel, se per tuo colpo atroce
Cader dovean sul campo
I duo guerrieri in sul fiorir degli anni,
E cinte appena le lor bionde chiome
Di trionfali allori;
Sparger del sangue lor le dacie arene
Potevi, e saziar l’ire e il tuo furore;
Perchè serbar loro aspra e ria sventura
E’l fato estremo a le sicane mura?
Ah sì, per eternar la doglia e’l pianto
Della patria infelice,
Atro destino le appresenta agli occhi,
Non che solo al pensier, l’orrida imago;
E vuol che la dolente
Vegga del sangue de’ suoi dolci figli
Rosseggiar l’onde e’l mameritino lido,
E’ colli di Trinacria, e le pianure
Un tempo liete e chiare, or triste e scure.
Ahi quante volle il dì gli occhi volgendo
Al gran Peloro intorno
Rammenta il caso orrendo; ahi quante addita
I luoghi, u’ sua gran prole eterne impresse
Orme di gloria, e dice:
Qui pugnò Federigo, e al suon dell’arme
Tremaro i colli e rimbombar le valli;
Qui fu percosso: qui di sue ferite
Lieto, scorrendo e insanguinando il piano
Empièo la gente ostil d’atro spavento;
Qui cominciò a languir... qui cadde spento!»
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