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Giovanni Torti · Romanticismo

Sui sepolcri (Torti)

italiano

Delio, non già ch’io di saver, d’arguto

Sottilissimo senso, a cui nè un solo

Pur de’ minimi fugge, il vanto impugni

All’esimio Clitarco, o a lui m’attenti

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Folle adeguarmi, ed invïargli il guanto:

Ma jer, quand’ei della loquace sera

Nel crocchio il lieto frascheggiar soppresse,

Librando i versi, onde l’altera splende

Di feral luce anima d’Ugo, e quelli,

10Con che Ippolito i cuori ange e consola,

(Facciasi dritto al ver) già non lasciommi

Pago ei così, ch’io me gli acqueti in tutto.

Dunque se i tratti delle aerie vie

Quell’animoso a trasvolar, de’ suoi,

15Non de’ vanni dircèi, s’impenna il tergo,

E se quest’altro non amò le tracce,

Che al tenue conversar de’ ricambiati

Fogli segnava il venosin maestro,

Daremlo a colpa? E come poi d’iniquo.

20O di stolto giudicio osiam purgarci,

Allor che tipo di sè stessi, e a nullo

Ligi, vantiamo a ciel Pindaro e Flacco?

Ed in altro mi spiacque: o a cotal voce

Lite intentava per negar, che vera

25Cittadinanza avesse, o a bipartita

Unisillaba coppia il naso avverso

Raggrinzava, e le labbra; e paventava

Ogni bello ardimento. In nebbia forse

Di crasso error ravvolto, io mal discerno;

30Ma gli aurei doni delle sante Muse,

Cred’io, con pietra cimentar si denno,

Altra da quella che scegliea Clitarco.

Chi teco il dir mi vieta? Anco del mio

Sentir su quelle note averti chieggio

35Consapevole, o Delio. È dolce cosa,

Senza timido vel, sia pur qual vuolsi,

Tra i cari amici profferir sua mente;

E la memoria delle sante Muse,

A chi già tempo vagheggiolle e n’arse,

40E voluttade che le vene inonda.

Tu pur con meco a ragionar di loro

Godi ritrarti, se talor di tregua

Ne son cortesi i supplici libelli,

E gli elenchi e i compendj. Oh come ratti

45Van quegl’istanti! Oh come allora in petto,

Alle ingenue parole, onde il celato

Tuo senno emerge, e il pieno animo esala,

Sento i vestigi dell’antica fiamma,

E in nova quasi gioventù rifarmi!

50Dunque il legno sciogliam. Principio sia

Da quel che Ugo al suo dir principio assunse,

E, in ordine, di lui poscia, e dell’altro

Di passo in passo seguitiam le vie;

Tal che le parti ad una ad una, e il tutto

55In lor vero scorgiam. Delio, che dici?

Impresa ardua affrontammo. E tu il credesti?

Oh! male abbiasi il gel di sì squisito

Disaminar; ch’io già sento nel mezzo

Delle cose rapirmi. — Ecco le chiare

60Sponde del tosco fiume. Ah! chi vegg’io

Solo, e pensoso, e così fiero in vista

Misurar queste arene? Oh sommo spirto!

Nè la tibia famosa, un dì conforto

All’irato tuo duol, pur ti accompagna?

65Deh! come crebbe il tuo pallor, come erra

Disperato lo sguardo! Ahi! ben si legge,

Che morte è il tuo deserto. — Quale Ugo il vide

Ove Arno è più deserto, e tale io il miro;

Chè non parole, a vero dir, non tratti

70Son di pennello, ma viventi forme

Quelle ond’ei lo appresenta. — Infra quest’urne

Crudel talento a ragionar di morte

Or ti mena, o Vittorio! A cotal fine

Già non fur poste. E tu venivi un giorno

75Con istinto più mite, e ne traevi

All’alte imprese tue stimolo, e nervi...

Deh il nostro immaginar, Delio, difenda

Propizio Iddio; ch’uomini noi, l’umano

Consorzio, e noi medesmi a cotanto odio

80Non ci rechiam miseramente! A noi

Dolce tristezza, e di laudevoli opre,

Chè il ponno assai, maestre sian le tombe;

E l’inno accompagnam, che te beata

Predica, o pia Firenze: Almi lavacri,

85Odorate convalli, e in sul pendío

De’ colli elette vigne; infra gli olivi

Case da lunge biancheggianti, ameni

Silenzj della luna, or chi vi pinse

Altra volta così, che in tanta brama

90Ne accendesse di voi? Nè più leggiadro,

Nè in più cara giammai vista ne apparve

Quel vindice d’Amor candido cigno,

Onde suonan fra noi sì dolci nomi

Sorga, e Valchiusa. Oh te beata, oh molto

95Prediletta dal Ciel, bella Firenze!

Il vago sito, e lo aver tu la voce

Informata a quel Grande, e ad altri mille,

Che fanno Italia invidiata, e altera,

Doni furon del Ciel; ma son tua laude

100Le serbate reliquie, e i marmi augusti,

Onde grato terror misto a sublime

Reverenza mi fan brivido al core;

Ch’io ne veggo i coperchj sollevarsi

Nel bujo della notte al fioco lume

105Della lampada sacra, e alzar le teste,

E fuor mostrarsi infino alla cintura,

E ragionar fra loro le grandi ombre.

Delio, è pur vero: alta virtude abbonda

In queste, che a compor le morte spoglie

110Religïosa cura innalza, o scava,

Lugùbri case. E quante al cener muto

Sacrar memoria, ed amorosi uffici

La pietà de’ viventi ebbe in costume,

Esca fur sempre di possenti affetti.

115Sien grazie e plauso ai due, che utile sfogo

Quindi cercaro al mesto ingegno, e forte

Sepper così colla magía de’ versi

Gl’impressi in loro dal funereo tema

Propagare in altrui moti, e pensieri.

120Di seste armata, e tutta angoli, e cifre,

E masse e spazj l’età nostra ride

Dell’altrice di sogni antica etade;

Ma la perenne di cipressi, e cedri

Sui lagrimati avelli ombra olezzante,

125E la lieve fra i rami aura, che mille

Atomi invola di profusi unguenti,

E il concorde con lei mormorío dolce

Del purissimo fonte, in vario errore

Tra le fiorite margini vagante,

130Non ti si fan quasi invidïar, leggendo,

Quei dì, che poco nella mente, e tutto

Ragionava nel cor? quand’uom dicea:

Con quest’occhi vid’io gli occhi morenti

Del caro amico in ver l’aperto cielo

135Natar, cercando il sole; una scintilla

Io stesso adunque ne torrò, che possa

Laggiù, dove l’amato corpo dorme,

Parte recar della dïurna lampa.

Certo se in sua ragion più innanzi cresce

140Questo nostro saper, tutti la terra

S’ingojerà disfatti i monumenti

Di quei che furo: anco le candide urne,

O Pindemonte, che ne’ bei recessi

Locan dell’ampie ville, e di copiose

145Lagrime bagnan vedove britanne,

Ed orbi padri; anco le tetre sale

Della contrada etnéa: sol ne’ tuoi carmi

Ne apparirà vestigio; e alcuna forse

Anima eletta sentirà per loro,

150Come temprate di funèbre vista

Le tacenti delizie eran più care;

Nè potrà teco, senza un gel, che tutta

Di gradevol ribrezzo la distringa,

Per le lunghe aggirarsi opache chiostre,

155E quali erano vivi, e dell’antico

Moto veder rïanimati i volti

Degli stanti cadaveri, e il singulto,

E i delirj amorosi; e le querele,

E i gridi udir della devota gente.

160Per te, patria mia dolce, omai del novo

Senno t’aggiri al vertice propinqua;

Chè gli ammirati dal concorde voto

D’infallibili orecchie, e muti al core

Gorgheggianti Demetrj, Arbaci e Ciri

165Godi far di versata ampia dovizia

Dispettosi, e superbi; e quanto in marmi,

Ed in perenni segni oro cangiassi

Per gl’illustri sepolti, entro ai voraci

Gorghi dell’Adria ti parría sommerso.

170Dov’io ferisca, io ’l so. Portati in pace,

Chè ben ti stan, gli amari detti: è questa

L’ira d’Ugo, ch’io bevo, e m’inacerba.

Ingrata! Un solo di te nato avesti,

Ai primi seggi della gloria surto,

175Alunno delle Muse; ardito e casto

Intelletto, e divin labbro; che a fronte

Locar ben puoi di quanti egregj fenno

Aurea nomar qual fu più bella etade:

E poca terra, ed obblïata il copre!

180Chi leverà più voce in tua difesa,

Se di lento stupor, di plumbeo senso

Ti accusi, e beffi lo stranier superbo?

E: oh male, esclami, oh mal per te di un tanto

Saggio vegliate notti! Ei, con quel suo,

185Di nullo esemplo imitator, nè mai

Imitabile altrui, sublime riso,

Piacer ti volle, e la viltà snudarti

Di lor, che soli nominar sai grandi;

Ma fur concenti ai sordi scogli, e all’onde.

190Ed è pur vero? Io nol dirò; chè indarno

Scerner vorrei, se ad insensata fibra,

O alla gretta avarizia, o alla gelata

Sapïenza, o del par deggiasi a tutte

Origini sì fatte in te congiunte

195L’ingrato animo tuo. Ma tu fai bello

Qual meglio ad uom piaccia scagliarti oltraggio.

Noi pur, noi pure eco facciam: talvolta

Ciò, che a pietà si nega, ottien vergogna.

Oh rio dispetto! Ah! ben tu il senti, amico;

200Ch’io ti veggio turbarti, e trar dal seno

Disdegnosi sospiri. E pur l’acerba

Tua giovinezza, e l’invido recinto,

Che fu de’ tuoi primi anni a guardia eletto,

Ti vietaro il mirar sovra gl’infermi

205Fianchi, e l’infermo piè proceder lente

Le altere forme, e il più che umano aspetto

Del venerando vecchio, e le pupille

Eloquenti aggirarsi, e vibrar dardi

Di sotto agli archi dell’augusto ciglio.

210Nè tu la immensa delle sue parole

Piena sentisti risonar nell’alma,

Allor che apría dalla ispirata scranna

I misteri del Bello; e, rivelando

Di natura i tesori ampj, abbracciava

215E le terrestri, e le celesti cose.

E a me sovente nell’onesto albergo

Seder fu dato all’intime cortine

De’ suoi riposi, e per le vie frequenti

All’egro pondo delle membra fargli

220Di mia destra sostegno: ed ei scendea

Meco ai blandi consigli, onde all’incerta

Virtù, non men che all’imperito stile,

Porgea soccorso; ed anco, oh maraviglia!

Anco talvolta mi beâr sue laudi.

225Ah! poichè d’oro a me copia non venne,

Di ch’io far possa all’alta ingiuria ammenda,

Chè non mi lice almen colla divina

Arte de’ versi ordir sì nobil opra,

Che alle più tarde età di lui ragioni,

230E quanto io l’adorai sempre ridica?

Or quando, o Delio, ella è impossibil cosa,

Il pietoso desío d’altro s’appaghi.

Ma le deserte glebe, ove a migliaja

Uomini stipa immemorata morte,

235Vedran sovente per la mesta selva

Delle croci stampar l’orme devote,

E di pensier, di pianti, e di parole

Espïatrice offrirgli ostia gradita.

Io te pur voglio alla feral campagna

240Seguace, o Delio; ivi riposan l’ossa

Pur di tua madre: misera! che al giorno

Ti espose appena; e, mentre a te raccolto

Nel talamo infelice i primi dava

Sguardi, e sorrisi, ecco l’eterna notte

245Gravò gli occhi amorosi; e le fu tolto

Premerti il latte dal suo petto, e, a lungo

Studio sedendo dell’amata culla,

Consolar di sue voci i tuoi vagiti.

Quando pei campi del celeste azzurro

250Sfavillando le stelle, e senza luna,

E a mezzo il corso più tace la notte,

Moverem noi: di meditar si addoppia

Lena e vaghezza allor; nè di profano

Riso ad occhio volgar faremci obbietto.

255Già del sacro pensier tutta mi piace

L’alma occupar. L’ora composta batte.

Omai la via ne adduce. — Ecco, l’immensa

Pompa ammiriam delle rotanti sfere.

A tutte pose indeclinabil legge

260Dell’Eterno il voler; nè d’un sol punto

Preteriranno. Ah sì! questa, che in noi

Vive, e l’alta armonía tutta ne intende,

È una scintilla dell’Eterno: il dritto

Già non teme di morte; e, quando il frale,

265Che la circonda, se ne va sotterra,

Ella rivola dell’Eterno in grembo.

Ha qui contine il dir. Taciti, e, molto

Quella beata speme in cor volgendo,

Già ingannammo la via... Ma oh! qual da lunge

270Al cuor mi suona un rotto fragor cupo?...

Più, e più s’avanza. — Son le tarde ruote,

Pel sassoso cammin traenti il mucchio

Della carne plebea, che jer diè morte

Preda a ingojarsi alla vorace terra.

275Giunge il plaustro funesto; e, dove aperta

Voragine l’aspetta, il timon piega.

Entro a globi di fumo infausta luce

Di pingui tede gli rosseggia ai lati.

Già già scoprirsi il gran ferètro io veggio.

280Chi son quei duo membruti, i quai balzaro

Sulle misere spoglie, e, fra le risa,

E le bestemmie, un per le braccia, e l’altro

Per le piante le afferra, e i nudi corpi

Concordi avventan nella vasta buca?

285Così forse, o mia patria, era sepolto

Il tuo poeta! Ahi! dalla atroce idea

Rifugge l’alma spaventata. — Altr’ora

Segneremo all’andar. Meglio se ad altro

Ne avesse il vago immaginar condotti!

290Or, qual sarà nelle laudate carte

Loco, che, a sè la devïata mente

Allettando, la torni in suo proposto?

Ecco adombrarsi nel danzar dell’Ore,

Soave inganno, e alla fuggente vita

295Ultima dea, la Speme; ecco giacersi,

Consolate di molli ombre, le quete

Ossa nel patrio suolo. E gran vestigio

Mi stampâr nella mente i paventati

Dalle madri fra ’l sonno urli e querele

300D’inespïato lèmure, e il notturno

Orror, nell’onde eubèe d’uomini, e d’arme

Risonante, e di trombe e di cavalli:

Ivi i gemiti, e gl’inni, e l’immortale

Delle veraci Parche ultimo metro.

305Quasi in aureo trapunto insigni fregi

Di piròpi vivissimi, e di perle,

Molte commendan l’uno, e l’altro scritto

Egregie cose: e s’io vorrò d’Elettra

Morente, il voto, e il non creduto carme

310Rammentar di Cassandra, e i passi incerti,

E il brancolar del Cieco entro le tombe

Interrogate, converrà, che tutti,

Quai si giaccion gli accenti, io ti ridica;

Chè scarso torna il ragionare, e fioco.

315Ma dimmi: a queste, che, di nobil opra

Non volgare ornamento, io tesso e infioro

Spontanee laudi, non vorrai, che intera,

Se ad altri mai fien conte, acquisti io fede,

Quelle additando, che fuggir non lice

320Ad umana natura, in tanto lume

Non colpabili mende? Ove gli sguardi

In povero tessuto offendan molte,

O nauseanti macchie, ottimo sempre

Di chi si tace estimerò il consiglio.

325Ma qui d’Euríto non ti agghiaccia il voto

Atticizzar; nè, dibattendo l’ale

Con vano studio di levarsi a volo,

Infelice si adìma entro al suo loto

Il palustre Filargo. E oh voi beati,

330Ugo, e Ippolito entrambi, a cui l’ascrea

Larva, che il secol delirante infesta,

Dell’intelletto non falsò la luce!

Mostro enorme, e diverso, ella dell’arte

S’erge tiranna, e con mirabil fraude

335Di natura, e del Vero occupa il seggio.

Mal dai sembianti, e dalle membra strane

Discerner puoi, se umana forma, od altra

Debbi, e quale, nomarla. In nuove fogge

Ripiegata, dagli òmeri le scende

340Di color mille screzïata stola,

Ove giammai non conosciuti in terra

Fiori, e fronde creò l’errante orpello.

Fitta gli sguardi inver le nubi, e il destro

Indice alzato, a lunghi passi, a salti,

345Ad incondite danze ha per costume

Lanciar ebbra le piante. In cotal guisa,

Costei per tutta Italia si gavazza

A travïar, se il possa, anco i migliori.

Oh giovinetti! dalla rea fuggite;

350Che non credibil di virtù maligna

La venefica vista influsso piove;

E i miseri che vana adesca, e tragge

Maraviglia, o diletto a riguardarla,

In ogni senso ottenebrati, e vinti

355Com’uom, che vegga per febbril letargo,

«Di cose, che non son, nè ch’esser ponno,»

In lagrimevol modo empion le carte.

Zelo del retto, e giusto duol, m’han quasi

Ad emular l’inesorabil Cromi,

360Coll’importuno declamar, sospinto;

Nè finor quanto minacciò di lieve

Nota l’ingenuo favellar distinse.

Proceda omai. Tu vedi ben quai vie

Piacquer diverse ai duo diversi ingegni.

365Ove mesta di grato opaco rezzo

Tacita siede una valletta amena,

Con portamento umil questi l’erboso

Clivo lento passeggia, e, i mansueti

Occhi di cara lagrima stillanti

370Al ciel levando, ad or ad or sorride.

Ma quei che al suo veder limiti sdegna,

Su per gli erti dirupi, e per gli alpestri

Massi trascende; e ’l più espedito giogo,

Di balza in balza perigliando, acquista;

375Quivi si posa, e la sopposta terra

Tutta discorre d’uno sguardo, e freme.

Tai l’uno, e l’altro il mio pensier li finge;

E ad ognun, s’io non erro, unica quasi

Puoi taccia appor, di sua virtù il soverchio.

380Mentre dell’uno il dir fa di modesta

Semplicitade, e di natío candore

Sua più diletta laude, e apparir gode

Come limpido rio, che nulla asconde,

Troppo forse talvolta umil serpeggia;

385E v’ha cui sembri, oltra il dover, profuso.

L’altro, colà, dove di pochi aggiunge

Lo intendere, e il sentir, troppo si piace.

Deh! perch’io pur con sì leggiadra immago,

Buon Pindemonte, ad abbellir non vaglio,

390Qual tu sapesti, l’amichevol biasmo?

Chè a lui medesmo reverenti e schiette

Ben si farian di rinnovarlo ardite

Pur le mie labbra; nè il vedrei lo sguardo,

Qual chi sdegnoso fastidisce, e spregia,

395Torcer da me, se al generoso petto

Così s’aprisse il mio parlar la via:

Sublime austero ingegno; a suo talento

Gracchi la turba: di sovran poeta

Debito serto avrai. Sol ti ricordi,

400Ch’uomo ad uomini parli; e foggiar gli altri

Su quel, che in tuo pensier tu ti creasti,

Più che umano modello, indarno speri.

E anco aggiugner vorrei: Perchè sì eccelso,

E amator sempre d’ogni eccelsa cosa,

405Delle umane speranze oltre alla tomba

Spinger il volo non curasti? Indarno

Mille di ciò colla feconda mente

Sai cumular difese; io non t’assolvo.

Pon mente, o Delio; e dalle due vedrai

410Prime fonti, ch’io dissi, alla parola

Scender vizio talor, come al concetto,

E all’ordin pur, che in suo cammin lo scorge.

Ordine han retto entrambi, e qual con molto

Contender di pensieri, alfin lo elegge,

415E il serba ognor chi di sua mente è donno:

Ma tutta d’Ugo in occultarlo è l’arte,

Sì che a stento il discopri. Aperto e nudo

L’ama Ippolito sempre; e, qual fors’anco

A pedestre sermon laude non fora,

420Delle sentenze sue rado, o non mai

Si attenta anello trascurar, dal primo

All’obbietto secondo, e quindi innanzi

Di grado in grado trapassando. Or lice

Di tradito talvolta, e spento affetto

425Colpa asserirgli nel soverchio vezzo,

E vagheggiar di ripetute voci?

E il ver sia pure, di maligna lente,

Che i raggi offusca abbarbaglianti, e scerne,

O aggrandisce ogni macchia, a noi non piaccia

430Il guardo armar. Già di costui ne tragge

Irresistibil forza in quel profondo

Di sua mesta dolcezza: a tal virtude

Il Ciel formò quest’anima gentile

Sovra qual altra or ha sua stanza in terra.

435Al pianger suo chi non ti piange, Elisa?

Soave, onesta amica, ottima madre,

Dunque fu vano quel brillar di speme,

Che ai lunghi strazj del rio morbo tolta,

E salva ti promise al casto amante?

440Alfin cedesti! Oh! di che amor, di quanto

Amor per te nel puro core egli arse!

Or che farà? Di quai dolci querele

Empie le valli, che Adige feconda,

Narrando il tuo dolor! Solo un conforto

445Sostienlo in vita, e della gioja il raggio

Talor gli pinge sulla fronte: il giorno

Mira da lunge dell’eterna pace,

In cui fia, che più bella ei ti rivegga,

E alla tua santa compagnia ritorni.

450Stiamo, o Delio, ad udirlo; e tu l’ascolta

Dal ciel, beato spirito. Oh! come tutti

Per te ne immerge inebbrïati i sensi

Entro al pensier della seconda vita,

Quando di tempra incorruttibil fatte,

455E in sottilissim’etere converse,

Non più dolor, non tardità, non lutto

Conosceran queste caduche membra;

Nè avrem di terre o d’oceán confine

A nostra libertade, o il cielo immenso

460Discorreremo a vol lucide forme,

Sempiterni cantando inni di laude,

E tessendo, abbracciati in dolci nodi,

Sempiterne caròle al sommo Iddio!

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Giovanni Torti
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Autor
Giovanni Torti
Título
Sui sepolcri (Torti)
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
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Identificador
ws-it-sui-sepolcri-torti--giovanni-torti-600ecc
Cita recomendada
Giovanni Torti, «Sui sepolcri (Torti)», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-sui-sepolcri-torti--giovanni-torti-600ecc.html

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