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Ciro di Pers · Barroco

Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre

italiano

Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre

dal mal gradito amante

fuggitiva Aretusa,

d’orme penose imprimo

il bel lido sicano,

col pensier misurando

quanto mar, quanto cielo

quanta terra fraposta mi disgiunge

da quelle ch’io solea

chiamar de l’alma mia parti migliori,

di cui l’una sei tu, l’altra è Nicea.

E penso ch’ora a punto

l’intero suo cammin fornito ha il sole,

da ch’io lasciai partendo

cotesti ameni colli, che sovente

imparano a fiorire

da quelle belle guance,

e son forse ancor caldi

dell’amoroso ardor di que’ begli occhi;

ed ho in spazio sí breve

tanti lidi trascorsi,

che de l’itaco duce

stimo men lunghi i peregrini errori.

E se d’udir t’aggrada

quel che feci pur dianzi

per le contrade eoe lungo camino

sui nostri armati pini,

che contra l’elespontico tiranno

spiegan candida croce

in purpureo vessillo,

tel narrerò; della mia rozza musa

tu gli accenti improvisi intanto escusa.

Giá mezzo avea trascorso

della fèra nemea l’adusto segno

il portator del lume,

allor che i bassi lidi

di Melita lasciando

con cinque audaci legni

ch’hanno d’armi e d’eroi gravido il seno,

venimmo a queste arene

dove l’antica Siracusa ancora

con rinovate moli

contro il tempo contrasta;

e di qua poi rivolte

al rinascente Sol l’ardite prore,

fidammo i lini al vaneggiar de l’aure,

e dopo lunghi spazi

di vastissimo mare,

mentre spuntava in ciel la quinta aurora,

sorger si vide a fronte

di Berenice il lido,

che di cinque cittadi, onde famosa

fu Pentapoli un tempo, appar primiera.

Quindi non lungi infra i cerulei flutti

chetamente confonde

l’oblivïoso Lete

i suoi tartarei umori.

Si vide poscia il loco

dove era Arsinoe e dove

Tolomaide risorse,

dove Apollonia fu, dove Cirene,

ché dell’alte ruine

sparso da lungi ancor biancheggia il suolo.

Giá fûr cittá superbe, or sasso a pena

v’è ch’a sasso sovrasti:

cosí fragili sono incontra il tempo

l’opere de’ mortali.

Non have alcun albergo

che sembri ad uso umano

quel barbaro terreno; e pur è tutto

dagli uomini abitato,

i quai non so s’io debba

infelici chiamare o pur beati;

cosí mal si misura

l’altrui felicitá coi propri affetti.

Ma se beati fûro

quei del mondo novello

primieri abitatori,

perché non doverò chiamar beati

questi ancora, che sono

tanto a lor somiglianti?

Quello che piace lece,

quel che diletta è onesto;

re, ciascun a se stesso

obbedisce e comanda,

né tien, fuor che la gregge, altri soggetti.

Quindi essi tranno il cibo,

qualor non glielo dan le scosse palme;

la clemenza dell’aria,

over l’uso piú tosto

toglie loro il bisogno

d’ingombrar con le vesti

l’esercitate membra,

ed hanno al caldo, al gelo

letto il suol, tetto il cielo.

Nessun di vano onore

rispettoso ritegno

pon mèta ai lor diletti;

nessuna avara brama

le lor menti molesta;

poiché ’l biondo metallo,

d’ogni volere espugnator possente,

solo fin de’ mortali e sola cura,

appo lor è sí vile

che in nessun pregio, in nessun uso s’have.

Son tai gli abitatori

della bella Cirene, ed anco appresso

di Marmarica tutta,

che tutta noi scorremmo

con le temute prore

per insino a l’Egitto,

presso ai cui verdi lidi

il Nilo, peregrin del paradiso,

stanco dai lunghi errori,

riposa in grembo a Teti,

che non come vassallo

ma come ospite suo l’onora, e pare

che turbar non ardisca

co’ salsi flutti i di lui dolci umori.

Qui nel lido si vede

la famosa cittade

cui diè l’essere e ’l nome

il Macedone invitto.

Quindi non lungi un giorno

nell’apparir della novella aurora:

— Ecco — s’udí gridare, — ecco una squadra

di veleggianti abeti. —

Destossi a quelle voci

di ciascuno guerriero

e la speme e l’ardire,

e con veloce moto

spingendo i remi e dando in preda a l’aure

da l’alte antenne le piú larghe vele,

s’affrettava il camino.

Giá giá distinta appare

di torreggianti pini

la vasta forma, e da l’eccelse poppe

scorgonsi tremolar le tracie lune,

onde certo ciascuno

che son nemici: — All’armi, all’armi — grida,

e di ferrato usbergo

il petto cinge, e grava

d’elmo pesante l’onorata fronte,

e la spada fedel s’acconcia al fianco,

tenendo ne la destra

apparecchiate le fulminee canne.

Ed ecco, ecco d’intorno

freme il ciel, mugge il mar, rimbomba il lido,

mentre i bronzi tonanti

con orridi fragori

replican quinci e quindi

gli spaventosi colpi.

Fugge timido il giorno

tra densa nube ascoso

che celando l’orror l’orrore accresce;

ne’ piú riposti fondi

vanno a tuffarsi le cerulee ninfe,

e timido Nettuno

fin oltre il varco d’Elle

gli squammosi destrier fuggendo affretta.

Stringesi intanto la feroce pugna,

e de’ nostri l’ardire

ogni vantaggio de’ nemici adegua,

in guisa tal, che i dieci

cedono a’ cinque, ed hanno

ogni speme riposta

nella vicinitá del porto amico,

E giá l’un d’essi in mezzo agli altri, a fronte

della cittá nemica,

nostra preda rimane;

gli altri fidan lo scampo

ai lini fuggitivi.

Cresciuto il vento intanto

disperse in noi la speme

de la vittoria intera,

e la lor favorí timida fuga.

Allor quindi partendo,

le vincitrici antenne

volgemmo inver’ Boote;

né corse il Sol tre volte,

di lá dov’ha per cuna aurato il Gange

fin lá dove ha per tomba aurato il Tago,

ch’accostammo le prore

a quelle un tempo sí felici piagge,

che de la dea piú bella

furon delizia e cura.

Or soffrendo l’impero

di barbaro tiranno

sono piú che ad Amor soggette a Marte;

pur mostran ne l’aspetto

placida amenitá, ch’alletta il guardo

a rimirar colá fiorito un prato,

qua verdeggiante un bosco,

quinci un’aprica collinetta e quindi

una riposta valle,

in cui serpeggia un fiumicel lascivo,

che ’n fra smeraldi teneri confonde

i susurranti suoi fugaci argenti,

che sembran dire: — Anco qui regna Amore. —

Qui Pafo, o pur di Pafo

si vider le vestigie e d’Amatunta;

qui Curio s’additò, qui Salamina.

Drizzati poscia altrove i legni erranti,

fummo di Siria a quei beati lidi,

che di sante vestigie il re del cielo

impresse giá, mentre l’umane colpe

trasse seco a morir, fatto mortale.

Qui del Tabor, qui del Sion le cime,

qui del sacro Oliveto e del Carmelo

inchinai riverente, e fra me stesso

piansi di sdegno che per nostro scorno

calchi con piè profan barbara gente

quei lochi santi, e par che ciò non caglia

a quei che sovra il popolo fedele

tengon gli scettri, e poi ciascuno a gara

vuole con vano ambizïoso nome

dirsi re di Sion, dove non hanno

se non chi prende i loro fasti a scherno!

Nelle fenicie piagge

dapoi vidi Sidone e vidi Tiro,

che giá pescâr nel margine vicino

le pregiate conchiglie

onde il manto tingean gli antichi regi.

A le falde del Libano frondoso

Giulia felice e Tripoli si scorse,

indi Seleucia di Pieria, ed indi

Alessandria minore

entro l’issico seno;

di dove poi prendendo

a tergo il Sol nascente

si scorse lungo la Cilizia e lungo

la Panfilia vicina;

e poi di Licia e poi di Caria i lidi

si costeggiar. Quivi si prese un legno

degl’infidi nemici,

di ricche merci onusto;

ed altri due pur dianzi,

vinti sol dal timore,

fatti eran nostra preda.

Quivi deserto un porto,

il quale un dí n’accolse,

alla vista n’offerse

d’Alicarnasso le ruine sparte,

e de la vasta mole

onde Artemisia volle

del marito onorar le nobil ossa.

Sono i marmi piú fini

troppo fragili basi

in cui si stabilisca il fasto umano:

quella superba machina, che valse

stancar cinque scarpelli

di Grecia i piú famosi,

or giace sí, ch’a pena

può dirsi: — Ella fu quivi; —

ché tra l’arena e l’erba

è lo stesso sepolcro ancor sepolto.

Poscia Rodi si vide,

che giá fu nostra sede; or vi s’annida

il nemico ottomano,

non so con qual maggiore

scorno, o di noi ch’alla fatale e dura

necessitá cedemmo,

o pur di chi potea, di chi doveva

darci soccorso, e da sicura parte

neghittoso mirava

de’ campioni di Cristo il gran periglio,

over commosso da privati sdegni

l’arme irritava ambizïose, ingiuste,

contro quei che la fede avean comune.

S’andò poscia a Carfati, ed indi a Creta,

Creta, patria di Giove,

per ben cento cittá superba un tempo;

di lá si venne ad Epla ed a Citera,

che Venere nascente

prima raccolse dall’ondose spume.

Malea rimase a destra

ed i tenari lidi

si videro in passando; e Sfragia apparse,

Corifagio e Metone

s’additaron vicini, e non lontani

i colli di Messenia, in verso il polo.

L’isola scorsa, che di Prima ha il nome,

n’accolsero le Strofade, che fûro

giá nido infame de l’immonde Arpie.

Indi Zacinto, ed indi

ne’ lidi cefaleni un ampio porto;

e perché Circio irato,

tiranneggiando d’Anfitrite il regno,

tutte commosse avea l’ondose moli,

qui ci fermammo il terzo sole e ’l quarto,

sin che ’l padre Nettuno,

sbandite le tempeste e le procelle,

col tridente appianò l’umide vie.

Traendo allor dall’arenoso fondo

l’áncora adunca per gli aperti campi

della salata Teti,

trascorremmo di novo

sin che riconoscemmo amico il suolo

ne le calabre spiagge; indi passando

il periglioso varco

dove il roco latrato

s’ode di Scilla infame, e di Cariddi

s’aprono le voragini profonde,

entrammo ove a le falde di Peloro

de la bella Messana

con ampio giro si dilata il porto,

che da moli superbe intorno cinto

toglie all’antiche meraviglie il vanto.

Corsero obedïenti

e in ordin lungo s’adattâro i marmi

ai regi cenni tuoi, gran Filiberto,

della cui stirpe al nobil scettro antico

inchinan l’Alpi le superbe fronti.

Dopo qualche dimora

di lá partendo, la felice piaggia

di Trinacria si scorse,

da quella parte che del Sol nascente

esposta giace al redivivo raggio.

Qui vidi Etna fumante

dal cavernoso seno

vomitar, esalar fiamme e facelle;

maraviglioso mostro in cui si scorge

l’ardor unito al gelo,

ché di mezzo alle nevi

sorgon gl’incendi e le solfuree vampe

lambendo van le gelide pruine.

Trascorso poi de’ catanesi il suolo

e di Megara, fummo

a questi un tempo sí felici lidi

di Siracusa, e poscia ove Pachino

frange i cerulei flutti;

e lasciatolo a tergo,

di Malta entrammo il sospirato porto,

mèta de’ lunghi e travagliosi errori.

In cotal guisa errante peregrino

cerco fuggir dall’amorose cure;

ma sotto ciel diverso

provo i medesimi influssi: ad or ad ora,

con dura rimembranza,

Nicea mi torna in mente,

e del suo nome impresso

d’Asia e di Libia infra i deserti lidi

piú d’un barbaro scoglio insuperbisce,

e vidi l’onda a gara

correre per baciar sí belle note.

Ma giá con rauco suono

le strepitose trombe

ne invitano al partir, l’aure seconde

chiaman le vele; anch’io

men vo co’ gli altri; addio!

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Autor
Ciro di Pers
Título
Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-qui-dove-iola-in-grembo-al-mar-sen-corre--ciro-di-pers-c472e0
Cita recomendada
Ciro di Pers, «Qui dove, Iola, in grembo al mar sen corre», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-qui-dove-iola-in-grembo-al-mar-sen-corre--ciro-di-pers-c472e0.html

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