Mireo.
QUesta fresca valletta, e questo fonte,
Che lento scorre tra i fioretti, e l’erba
Al piè d’ombroso, e solitario monte,
Sembran’atti a sfogar la doglia acerba,
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Che proviamo or, che Arcadia arde, e devasta
La gente Oriental, gente superba.
Oh! s’io potessi usar la spada, e l’asta,
Eurindo mio, non chiameresti il pianto,
Che poco, o nulla col furor contrasta.
10Gir mi vedresti entro guerriero ammanto
Tra l’armi e il sangue: ma vi corra solo
Chi sortìo dalle stelle onor cotanto.
Noi Pastorelli riserbati al duolo
Piangian, ch’altro non resta all’infelice
15Sulla ruina del paterno suolo.
Eurindo.
Noi creduti dal mondo alma, e felice
Stirpe già un tempo (e tali fummo in vero,
Ma alla Fortuna e che turbar non lice!)
Or fatti giuoco di destin severo,
20Chi ’l crederìa!, pe’ nostri campi stessi
Errando andrem, qual popolo straniero.
E da pesante servitude oppressi,
Co’ nostri ferri, e colla nostra mano
Troncherem per altrui le nostre messi.
25Or va, Mireo, per l’arenoso piano,
Poni a filo le viti, e il vino aspetta,
Aspetta il vin, che a te matura invano.
Mireo.
O monti, o selve, o terra a noi diletta:
In cui vestendo pastoral costume
30Fu l’innocenza a ricovrarsi astretta,
In che peccasti? e qual contro il tuo Nume
Opra tu hai fatto, e che mai far potesti
Sol guidando l’agnelle al prato, e al fiume?
Dinami, Eurindo, veder creduto avresti
35A’tempi nostri (io nol credea giammai)
D’Arcadia, ohimè, gli ultimi dì funesti?
Eurindo.
O fiume, o tu, che ricercando vai
E per terra, e per Mar la Ninfa schiva,
Non più in Sicilia innamorato andrai;
40Che muterai fra poco e letto e riva,
E ’l cammino, e ’l chiaror delle bell’acque:
A tanto l’ira della Tracia arriva!
Oh fortunato chi per tempo nacque,
O per tempo lasciar questo paese
45Pellegrinando in altro suol gli piacque.
Or che la guerra ha le sue faci accese,
E veglian mille empj custodi al lido,
Dello scampo le vie ne son contese.
Mireo.
Dell’apparecchio militare il grido
50S’udia d’intorno, e cento navi, e cento
Avea già pronte in sulla foce Abìdo;
Allor le vele dispiegaste al vento,
(Oh avess’io pur te, Arcadia mia, lasciato,
Ch’or non avrei per tanto tormento!)
55Dispiegaste le vele o Voi, che il fato
Tolse alle stragi, ed a miglior fortuna
Lungi dal patrio albergo ha riserbato.
Sulla mia greggia il suo furore aduna
Irato il Cielo; il Ciel, che un dì mi diede
60Diversa sì ma pur con Voi la cuna.
Voi, Nidaste, e Darete, altrove il piede
D’Arcadia il nome a propagar portaste,
Nuova a lei fabbricando illustre sede;
E me quì in servvitù mesto lasciaste
65Nello stupor del comun danno involto,
Che stupor più che invidia in me destaste.
Eurindo.
Non sei tu solo ad aver molle il volto
Di pianto; io stesso per cagion simile
Son’oggi teco a lagrimar rivolto.
70Io stesso abbandonar l’antico ovile
Poteva, e meco ancora ogni Pastore
Potea sottrarsi all’empia rabbia ostile:
Ma chi dal sen caliginoso fuore
Del Futuro può trar le ignote cose
75Fissando il guardo nel profondo orrore?
Il mio destini agli occhi miei s’ascose,
Che discoprirsi parve a Corineo,
Ed a Vitalgo, che a partir dispose.
Partiro, e seco allor partenza feo
80La gentil coppia di color che piagni,
Lasciando a un tempo Arcadia, e il nostro Alfeo.
Mireo.
Così Fortuna mai non si scompagni
Dal loro fianco, e Virtù saggia, e forte
I lor passi, e pensier sempre accompagni;
85Quella Virtù, ch’ebbero un giorno in sorte
Da te raccorre, onde all’uman desìre
Dell’Onesto, e del Giusto apri le porte.
Eurindo.
Certo, che a fare il Ciel parmi che aspiro
Cose illustri di lor; quindi ritolti
90Fur d’Oriente alle rapine, e all’ire.
Vedrem, se non ne avrà prima sepolti
D’Arcadia oppressa la fatal sciagura,
Nè fian dal vento i lieti augurj accolti,
Te, Vitalgo, vedrem alla futura
95Etade andar col nome eccelso, grande,
E colla fama fuor d’obblìo sicura.
Te vedrem, Corineo, le memorande
Opre emulare, e il dolce canto e i carmi
Del Padre tuo, che di se gloria spande.
Mireo.
100Te pur, Nidaste, di veder già parmi
In pace rinnovar quel, che già fero
Gli Avi tuoi collo scettro, e in mezzo all’armi.
Ma; o Darete, quai cose io da te spero,
Da te, che unisci al signor il sembiante
105Animo invitto, e per virtude altero!
Questi, Eurindo, saran, che fra le tante
Nostre sventure rattemprar potranno
L’acerbo duol, ch’è sì per noi pesante.
Eurindo.
Bella speranza inver, ma al nostro danno
110Ahi troppo lungi dal destin portata,
Che noi già tutti ricoprìo d’affanno!
Mireo.
Ma che ha Licisca, che s’è in piè levata,
E par che tema, e latrando s’arretra,
Ed or verso la selva, ed or noi guata?
115Non vedi, Eurindo, là ’ve il Sol penètra
Nel più raro del bosco? ah son pur dessi!
Li conosco alla spada, e alla farètra.
Eurindo.
Fuggiam: veggioli anch’io. Ah son pur dessi!
Fuggiam: qual’antro fia, che ne ricopra?
Mireo.
120Fuggiam: chiama a te il can,pria che s’appressi
L’ostil turba feroce, e che ne scopra.