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PoetósferaLa BibliotecaMichele Giuseppe Morei

Michele Giuseppe Morei · Ilustración

Questa fresca valletta, e questo fonte

italiano

Mireo.

QUesta fresca valletta, e questo fonte,

Che lento scorre tra i fioretti, e l’erba

Al piè d’ombroso, e solitario monte,

Sembran’atti a sfogar la doglia acerba,

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Che proviamo or, che Arcadia arde, e devasta

La gente Oriental, gente superba.

Oh! s’io potessi usar la spada, e l’asta,

Eurindo mio, non chiameresti il pianto,

Che poco, o nulla col furor contrasta.

10Gir mi vedresti entro guerriero ammanto

Tra l’armi e il sangue: ma vi corra solo

Chi sortìo dalle stelle onor cotanto.

Noi Pastorelli riserbati al duolo

Piangian, ch’altro non resta all’infelice

15Sulla ruina del paterno suolo.

Eurindo.

Noi creduti dal mondo alma, e felice

Stirpe già un tempo (e tali fummo in vero,

Ma alla Fortuna e che turbar non lice!)

Or fatti giuoco di destin severo,

20Chi ’l crederìa!, pe’ nostri campi stessi

Errando andrem, qual popolo straniero.

E da pesante servitude oppressi,

Co’ nostri ferri, e colla nostra mano

Troncherem per altrui le nostre messi.

25Or va, Mireo, per l’arenoso piano,

Poni a filo le viti, e il vino aspetta,

Aspetta il vin, che a te matura invano.

Mireo.

O monti, o selve, o terra a noi diletta:

In cui vestendo pastoral costume

30Fu l’innocenza a ricovrarsi astretta,

In che peccasti? e qual contro il tuo Nume

Opra tu hai fatto, e che mai far potesti

Sol guidando l’agnelle al prato, e al fiume?

Dinami, Eurindo, veder creduto avresti

35A’tempi nostri (io nol credea giammai)

D’Arcadia, ohimè, gli ultimi dì funesti?

Eurindo.

O fiume, o tu, che ricercando vai

E per terra, e per Mar la Ninfa schiva,

Non più in Sicilia innamorato andrai;

40Che muterai fra poco e letto e riva,

E ’l cammino, e ’l chiaror delle bell’acque:

A tanto l’ira della Tracia arriva!

Oh fortunato chi per tempo nacque,

O per tempo lasciar questo paese

45Pellegrinando in altro suol gli piacque.

Or che la guerra ha le sue faci accese,

E veglian mille empj custodi al lido,

Dello scampo le vie ne son contese.

Mireo.

Dell’apparecchio militare il grido

50S’udia d’intorno, e cento navi, e cento

Avea già pronte in sulla foce Abìdo;

Allor le vele dispiegaste al vento,

(Oh avess’io pur te, Arcadia mia, lasciato,

Ch’or non avrei per tanto tormento!)

55Dispiegaste le vele o Voi, che il fato

Tolse alle stragi, ed a miglior fortuna

Lungi dal patrio albergo ha riserbato.

Sulla mia greggia il suo furore aduna

Irato il Cielo; il Ciel, che un dì mi diede

60Diversa sì ma pur con Voi la cuna.

Voi, Nidaste, e Darete, altrove il piede

D’Arcadia il nome a propagar portaste,

Nuova a lei fabbricando illustre sede;

E me quì in servvitù mesto lasciaste

65Nello stupor del comun danno involto,

Che stupor più che invidia in me destaste.

Eurindo.

Non sei tu solo ad aver molle il volto

Di pianto; io stesso per cagion simile

Son’oggi teco a lagrimar rivolto.

70Io stesso abbandonar l’antico ovile

Poteva, e meco ancora ogni Pastore

Potea sottrarsi all’empia rabbia ostile:

Ma chi dal sen caliginoso fuore

Del Futuro può trar le ignote cose

75Fissando il guardo nel profondo orrore?

Il mio destini agli occhi miei s’ascose,

Che discoprirsi parve a Corineo,

Ed a Vitalgo, che a partir dispose.

Partiro, e seco allor partenza feo

80La gentil coppia di color che piagni,

Lasciando a un tempo Arcadia, e il nostro Alfeo.

Mireo.

Così Fortuna mai non si scompagni

Dal loro fianco, e Virtù saggia, e forte

I lor passi, e pensier sempre accompagni;

85Quella Virtù, ch’ebbero un giorno in sorte

Da te raccorre, onde all’uman desìre

Dell’Onesto, e del Giusto apri le porte.

Eurindo.

Certo, che a fare il Ciel parmi che aspiro

Cose illustri di lor; quindi ritolti

90Fur d’Oriente alle rapine, e all’ire.

Vedrem, se non ne avrà prima sepolti

D’Arcadia oppressa la fatal sciagura,

Nè fian dal vento i lieti augurj accolti,

Te, Vitalgo, vedrem alla futura

95Etade andar col nome eccelso, grande,

E colla fama fuor d’obblìo sicura.

Te vedrem, Corineo, le memorande

Opre emulare, e il dolce canto e i carmi

Del Padre tuo, che di se gloria spande.

Mireo.

100Te pur, Nidaste, di veder già parmi

In pace rinnovar quel, che già fero

Gli Avi tuoi collo scettro, e in mezzo all’armi.

Ma; o Darete, quai cose io da te spero,

Da te, che unisci al signor il sembiante

105Animo invitto, e per virtude altero!

Questi, Eurindo, saran, che fra le tante

Nostre sventure rattemprar potranno

L’acerbo duol, ch’è sì per noi pesante.

Eurindo.

Bella speranza inver, ma al nostro danno

110Ahi troppo lungi dal destin portata,

Che noi già tutti ricoprìo d’affanno!

Mireo.

Ma che ha Licisca, che s’è in piè levata,

E par che tema, e latrando s’arretra,

Ed or verso la selva, ed or noi guata?

115Non vedi, Eurindo, là ’ve il Sol penètra

Nel più raro del bosco? ah son pur dessi!

Li conosco alla spada, e alla farètra.

Eurindo.

Fuggiam: veggioli anch’io. Ah son pur dessi!

Fuggiam: qual’antro fia, che ne ricopra?

Mireo.

120Fuggiam: chiama a te il can,pria che s’appressi

L’ostil turba feroce, e che ne scopra.

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Autor
Michele Giuseppe Morei
Título
Questa fresca valletta, e questo fonte
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
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Cita recomendada
Michele Giuseppe Morei, «Questa fresca valletta, e questo fonte», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-questa-fresca-valletta-e-questo-fonte--michele-giuseppe-morei-994afe.html

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