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Gaspare Murtola · Barroco

Quell'io Marin, quell'io, che sí nomato

italiano

Quell’io Marin, quell’io, che sí nomato

per tutta Italia fui, matto e buffone,

eccomi qui, legato ad un troncone

da la giustizia, ad essere abbruggiato.

Oh trista sorte mia, perfido fato,

come condanni alfine le persone!

E chi di me non ha compassione,

mentre confesso e piango il mio peccato?

Fratelli e amici, che me qui mirate,

attentamente li miei falli udite,

e a Dio l’anima mia raccomandate.

Di patria fui napolitan, di padre

povero e vile ed avezzo a carpire,

sfacciato e pronto e di maniere ladre.

Una donna mia madre

fu cosí fatta, e a lei conforme io crebbi,

e, capretto, di vacca il latte bebbi.

Dipoi, subito ch’ebbi

ott’ o dieci anni, incominciai a ’mparare

la Santa croce ed a la scola andare;

e sotto il mastro stare,

che mi scorreva il testo e la rubrica

e dietro ’l tergo mi trovò la fica.

Indi, vita impudica,

piú che lettere, seppi, e, a stupri inteso,

la carne mia vendetti a tanto il peso.

Ma, poi che ciò conteso

mi fu da la statera irruginita,

mi bisognò trovar un’altra vita;

e, con la man spedita,

a scritti ricopiar l’animo fissi,

e molto tempo poi cosí ne vissi.

I sonetti rescrissi

del giá signor Ascanio Pignatello;

per servitor di poi stetti con quello:

ed applicai il cervello

a poetar anch’io per certa vena,

che fanciul mi fu posta entro la schiena;

e con robusta lena

a frasacce imparar m’affaticai,

e molti versi intanto a lui robbai,

e sonettacci assai,

che poscia, rivestiti e rappezzati,

sono stati da me tutti stampati.

Nel resto, fûr cambiati

indi molti patron, quai tutti via

mi cacciâr, perch’un tristo ero e una spia,

ed a la sodomia

dato; ond’alfin di Napoli scappare

mi bisognò con furia, e a Roma andare;

e quivi poi nettare

con li miei versi il cul di molti e molti,

e mille facce aver e mille volti;

e con sfacciati e stolti

modi bricconeggiar fra li buffoni,

e scroccar per le tavole i bocconi

con frottole e canzoni.

Ma questo è niente a quel c’ho di piú fatto,

ruffian di fanciulli, uomo giá fatto;

lettere ho contrafatto,

detto male degli angeli e di Dio,

poco religioso e poco pio.

E, se dir il ver io

debbo, non v’ho creduto, e men nei santi,

che in questa tavoletta ora ho davanti.

E, con sospiri e pianti,

ante illos, o fratelli, et ante Deum

commendo, hei mihi, heu vos, spiritum meum!

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Expediente

Autor
Gaspare Murtola
Título
Quell'io Marin, quell'io, che sí nomato
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-quell-io-marin-quell-io-che-si-nomato--gaspare-murtola-813337
Cita recomendada
Gaspare Murtola, «Quell'io Marin, quell'io, che sí nomato», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-quell-io-marin-quell-io-che-si-nomato--gaspare-murtola-813337.html

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