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Ippolito Pindemonte · Romanticismo

O giovinetta che la dubbia via

italiano

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15Se impunemente esser potrai sì vaga!

Il men di che può donna esser cortese

Ver chi l’ha di sè stesso assai più cara,

Da te, Vergine pura, io non vorrei.

Veder quella in te ognor, che pria m’accese,

20Voglio, e ciò temo che men grande e rara

Parer ti fésse un giorno agli occhi miei.

Nè volentier torrei

Di spargerti nel sen foco amoroso:

Chè quanto è a me più noto il fiero ardore,

25Delitto far maggiore

Mi parría s’io turbassi il tuo riposo.

Maestro io primo ti sarò d’affanno,

E per me impareranno

Nuove angoscie i tuoi giorni, ed interrotti

30Sonni per me le tue tranquille notti.

Contento d’involarti un qualche sguardo

E di serbar nell’alma i casti accenti,

La sorte a farmi sventurato io sfido.

Tu non conoscerai quel foco in che ardo,

35E mireran tuoi bruni occhi ridenti,

Senza vederlo, il servo lor più fido.

Che se or ti parlo e grido

La fiamma di cui pieno il cor trabocca,

Farlo nella natía lingua mi lice,

40Che ancor non è felice

Sì che uscir possa di tua rosea bocca.

Più dolce e ricca sonería nel mio

Se udita l’avess’io

Sul labbro tuo: nè avrei sperato indarno

45Dal Tamigi recar tesori all’Arno.

Nè la man che ora, sovra i tasti eburni

Nel candor vinti, armonizzando vola.

Or sulla tela i corpi atteggia e move;

Nè il piè che disegnar balli notturni

50Gode talor, nè la tornita gola,

Onde canto gentil nell’alma piove,

Io loderò; che altrove

Vidi tai cose, e ciò, di che altra s’orna,

Non è quello che in te vagheggio e colo.

55Te stessa amo in te solo,

Te dentro e fuor sol di te stessa adorna.

La sola voce tua non è concento?

Non danza il portamento?

E cercherò se dotta suona o pinge

60Man che in eterne reti ogni alma stringe?

Ma tra non molto, ohimè (nè mi querelo

Altro che, invan, contra il destin mio duro)!

Rivolgerò all’Italia i passi erranti.

Non biasmi Italia più l’Anglico cielo,

65Cielo che più non è nebbioso e scuro

Dal dì che apristi tu gli occhi stellanti.

Consolerà i miei pianti

Foglio che a me dalla tua madre viene,

Su cui (deh spesso!) ella tuo nome segna.

70Felice madre, e degna

Di quel che in te ritrova alto suo bene!

Ma che fatto avrà mai di bello e strano

Chi vorrà la tua mano?

Non so sì grande e sì leggiadra cosa.

75Per cui degno un uom sia d’averti sposa.

Canzone, a lei davante

Tu non andrai: chè nè tua voce intende,

Nè andar ti lascerei, se l’intendesse:

Se un lontano potesse

80Creder mai ciò che in te di lei s’apprende,

Volar dovresti alla mia patria sede;

Ma chi ti può dar fede?

A miracol non visto è raro data;

Resta, del mio cor figlia, ove sei nata.

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Autor
Ippolito Pindemonte
Título
O giovinetta che la dubbia via
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-o-giovinetta-che-la-dubbia-via--ippolito-pindemonte-b05581
Cita recomendada
Ippolito Pindemonte, «O giovinetta che la dubbia via», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-o-giovinetta-che-la-dubbia-via--ippolito-pindemonte-b05581.html

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