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Ciro di Pers · Barroco

O di possente impero inclita sede

italiano

O di possente impero inclita sede,

Italia, un tempo e glorïosa e forte,

qual con dure vicende abietta sorte

servil catena or ti consente al piede?

Per opra giá del tuo valor guerriero

cadde lacera al suol l’alta Cartago,

e con l’arene tributarie il Tago

i margini indorò del Tebro altero.

Portò l’Eufrate ad Anfitrite in seno

di pianto prigionier torbide l’onde,

e mormorò tra soggiogate sponde

de’ latini trïonfi il vinto Reno.

E s’abbattuto ogn’altro incontro ostile

ai propri danni i tuoi furori armasti,

fûro i tuoi vizi e generosi e vasti

e la tua sceleraggine non vile.

Ché duo mal atti a sopportarsi pari

e men disposti a rimaner secondi,

l’empia discordia de’ tartarei fondi

trassero a funestar le terre e i mari.

Fervidi fûr d’ambizïoso sdegno

gli emazi campi, del cognato sangue

rigârsi l’aste, e della patria esangue

su le ruine fabbricossi il regno.

Se ’l vinto o ’l vincitor con piú ragione

degli arnesi guerrier vestisse il pondo,

fu tra doppia sentenza ambiguo il mondo,

giudici quinci i dèi, quindi Catone.

Ah, che piú di magnanimo e di grande

nulla ritieni, effeminata e molle!

Gli olivi ond’altri il crin cerchiar ti volle,

furon legami e ti parean ghirlande.

Quindi, fra gli ozi d’una ingrata pace

comprata a prezzo d’un umil servaggio,

oblïato il valor, spento il coraggio,

di barbaro voler fusti seguace.

Ed or se i sonni tuoi rompe talvolta

tromba di Marte, impallidisci e tremi,

e neghittosa infra i perigli estremi

agli altrui scettri ogni tua speme hai volta.

E s’alcun figlio tuo d’ardir s’accinge,

per l’altrui signoria solo contende

e sol la propria servitú difende:

gettisi il brando che sí mal si stringe!

Sotto altro nome e da diversa parte

s’avvien che torni un Annibal novello,

dove un Fabio sará, dove un Marcello,

e dove un Scipïon, folgor di Marte?

Minacci ampia vorago ampie ruine,

e ciò che piú s’apprezza avida attenda;

Curzio s’arretri, e ’n vece sua vi scenda

sparso di molle odor Batillo o Frine.

Erri la destra, e gastigar la voglia

Muzio moderno; avralla forse il foco?

Anzi né pure il Sol vedralla un poco,

se non coperta d’odorata spoglia.

S’opponga il Tebro tumido e sonante

a Clelia, e rivedrem l’esempio antico,

non giá se d’uopo fia torsi al nemico,

ma ben se d’uopo fia darsi a l’amante.

Infra i duri novali esercitata

di Cincinnato la virtú robusta

piú non si piega; alma di vizi onusta

torpe fra i lussi e detta vien beata.

Di Curzio e di Fabricio oggi s’onora

l’altera povertá con poca laude;

sol ricchezza s’ammira e ’l volgo applaude

al tradimento ancor, s’altri l’indora.

Oggi chi pregio vuol d’alma gentile

spieghi fra i lussi altere pompe; a lui

Dedalo sudi a far palagi in cui

non vi sia del padron cosa piú vile.

Qui cosí terso il pavimento splenda

che il piede di calcarlo abbia rispetto,

e l’oro qui, sotto il superbo tetto,

d’un pallido fulgor le travi accenda.

Veggansi qui da le pareti illustri

di serico lavor drappi pendenti,

ove su l’ostro co’ filati argenti

scherzin degli aghi le vigilie industri.

La mendace di Rodi arte vetusta

qui con mute bugie schernisca il vero,

e sia vil prezzo un patrimonio intero

de l’ombre vane d’una tela angusta.

S’ornin le mense e Bacco in tazze aurate

sposi l’alpino gel; turba di cuochi

sudi ad un sol palato e in vari fuochi

stridano l’esche in piú d’un clima nate.

Aliti nabatei bevan le piume

da la pigrizia acconce, ove gl’impetre

i tardi sonni un molle suon di cetre,

né per lui splenda il matutino lume.

Sorga e ad uso del crin grande apparecchio

trovi apprestato, e qual novella sposa

l’unga, il terga, il gastighi e senza posa

il pettine e la man stanchi e lo specchio.

Prenda il vestito e sia di foggia strana,

marchio di servitú; gentil lavoro

gl’indori il lembo e serpeggiata d’oro

cinga la spada, inutil pompa e vana.

Greggia di servi a solo fasto eletti,

pari al vestir di ricchi fregi adorno,

arresti il passo al di lui carro intorno,

qual volta avvien ch’ei fastidisca i tetti.

Quinci prenda ad ambir titoli vani,

quindi a mercar con simulati ardori

agli altrui letti ingiurïosi amori,

quindi a sfamar mille appetiti insani.

Ma s’anco sia che bellicose lodi

fra duri studi d’usurpar sia vago,

moderi il freno ad un destrier del Tago

e lo spinga e ’l raggiri in vari modi.

Su questo e di gran piume e di grand’ori

superbo stringa in piazza asta dorata,

trastullo al volgo; e la sua bella amata

plaudendo esalti i non sanguigni orrori.

Tali sono, ed è vero, oggi quei ch’hanno

fra noi piú pregio, ond’a ragion mi sdegno.

Deh, turbi omai questo vil ozio indegno

straniero Marte, e sia beato il danno!

Gherardo, a te cui de l’aonio monte

cede i musici imperi il biondo dio,

miei carmi aspersi di quel fele invio

ond’amaro ha talor Permesso il fonte;

acciò tu di gran corde armi la lira,

da trarne forti e generosi accenti,

atti a destar ne l’avvilite genti

nobil vergogna e vie piú nobil ira.

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Autor
Ciro di Pers
Título
O di possente impero inclita sede
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-o-di-possente-impero-inclita-sede--ciro-di-pers-f89e1a
Cita recomendada
Ciro di Pers, «O di possente impero inclita sede», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-o-di-possente-impero-inclita-sede--ciro-di-pers-f89e1a.html

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