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PoetósferaLa BibliotecaGiacomo Lubrano

Giacomo Lubrano · Barroco

Mormorava ai singulti

italiano

Mormorava ai singulti

di moribonda schiera

l’ebraïca peschiera,

e de l’acque sconvolte infra i tumulti

bevean le turbe inferme

contra l’ire del fato

vitalissime terme.

Or del bagno odorato

l’onde un tempo superbe

nutrono in sozzo suol povere l’erbe.

Mondo, correggi il voto.

Non piú torbido flutto

a le piaghe del lutto

le panacee sue stempra col moto.

Quanti offre l’incostanza

al genio turbolento

pelaghi di speranza,

son eolie di vento;

né mai piena di sdegni

co’ precipizi suoi fa base a’ regni.

Insolenza plebea,

stolta quanto spietata,

ne la patria turbata

credé trovar di libertá l’idea.

Pianse la mia Sirena

tra tempeste d’inganni,

che piú schiavi di pena

regnasser da tiranni;

e da stragi confusa

bramò per fuggir via farsi Aretusa.

Quanti aborti di terra

su le reali altezze

disegnano grandezze?

quanti Marti cenciosi escono in guerra?

Il piú vile è piú audace;

al veder mi vergogno

idra d’odi la pace.

Republica di sogno

con suffragi protervi

vuol ergere in sul tron cònsoli i servi.

Qual fascino d’inferno

a un pescatore insano

pose lo scettro in mano?

tolse le canne? Ahi, de le leggi a scherno

ogni spiaggia par fòro

da publicare editti;

pregi di sangue e d’oro

corrono per delitti,

mentre in reti di morte

scalzo un Timoteo osa pescar la sorte.

Bella reggia d’eroi,

Partenope infelice,

cangiò la plebe ultrice

in arte di perfidia i plettri tuoi.

Non piú t’intreccia al crine

vero valor le palme;

bollon rabbie assassine

in proditorie calme;

sognano (il dico e piango)

pazze democrazie spirti di fango.

So che nel ciel sovente

a fulminar il fasto

marciò con nembo infausto

di zanzare e locuste oste fremente.

Teman l’anime insane

di egizi Faraoni

fiumi di sangue e rane,

piogge di piaghe e tuoni,

ché sempre a’ re malvagi

la maestá fu merito di stragi.

Ma de l’Austria fedele

chi non adora i pregi?

Fan volare i suoi regi

per l’indo mar cattoliche le vele.

Quanti nascono augusti

portano da le cune

il titolo di giusti,

arbitri di fortune;

e dove stende il piede

lo scettro de’ Filippi, entra la fede.

Del volgo la potenza

si fa legge d’un «voglio»,

e con rabbie d’orgoglio

suona le trombe a popolar licenza.

Spartachi e Vibuleni,

barbari disumani,

non resero sereni

gli emisferi romani.

Al Sol pon fare scorno,

ma non mai le comete han fatto un giorno.

Svégliati a’ pianti miei,

Britannia sconsigliata,

or che di frodi armata

condanni a le mannaie i re da rei.

Giá fulmina perigli

di ben giusta vendetta

l’amor d’orfani figli,

ed offesa t’affretta

(né senza vero io parlo)

l’ultimo funeral l’ombra di Carlo.

Emolo de’ monarchi

accampi un Cromuelle

esercito rubelle,

e di Londra infedel sospenda agli archi

trofei d’empie vittorie:

saettaranno i cieli

l’odïose memorie

di pompe sí crudeli,

ché potenza rapita

efimera del fasto ha poca vita.

Spesso nube orgogliosa

con parelio mentito

ruba dal Sol tradito

di sinonimo onore ombra vistosa.

Ma quel ch’agli occhi parve

riflesso di splendori,

fu ludibrio di larve,

maschera di vapori:

in un breve momento

le porpore non sue disperge il vento.

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Autor
Giacomo Lubrano
Título
Mormorava ai singulti
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-mormorava-ai-singulti--giacomo-lubrano-fe3197
Cita recomendada
Giacomo Lubrano, «Mormorava ai singulti», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-mormorava-ai-singulti--giacomo-lubrano-fe3197.html

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