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Giotto · Medieval

Molti son que' che lodan povertade

italiano

Molti son que’ che lodan povertade;

E ta’ dicon che fa stato perfetto,

S’egli è approvato e eletto,

Quello osservando, nulla cosa avendo.

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5A ciò inducon certa autoritade,

Che l’osservar sarebbe troppo stretto;

E pigliando quel detto,

Duro estremo mi par, s’i’ ben comprendo

E però no ’l commendo;

10Chè rade volte stremo è senza vizio;

Ed a ben far difizio

Si vuol sì provveder dal fondamento,

Che per crollar di vento

O d’altra cosa così ben si regga

15Che non convenga poi si ricorregga.

Di quella povertà ch’è contro a voglia

Non è da dubitar ch’è tutta ria;

Che di peccare è via,

Facendo ispesso a giudici far fallo,

20E d’onor donne e damigelle spoglia,

E fa far furto forza e villanìa

E ispesso usar bugìa,

E ciascun priva d’onorato istallo;

E, in piccolo intervallo,

25Mancando roba, par che manchi senno:

S’avesse rotto Brenno

O qual vuol sia, che povertà lo giunga,

Tosto ciascun fa punga

Di non voler che incontro gli si faccia,

30Che pur pensando già si turba in faccia.

Di quella povertà ch’eletta pare

Si può veder per chiara esperïenza,

Che senza usar fallenza

S’osserva o no, non sì come si conta.

35E l’osservanza non è da lodare,

Perchè nè discrezion nè conoscenza

O alcuna valenza

Di costumi o virtudi le s’affronta.

Certo parmi grand’onta

40Chiamar virtute quel che spegne il bene;

E molto mal s’avviene

Cosa bestial preporre alle vertute,

Le qua’ donan salute

Ad ogni savio intendimento accetta:

45E chi più vale, in ciò più si diletta.

Tu potresti qui fare un argomento:

— Il Signor nostro molto la commenda. —

Guarda che ben l’intenda;

Chè sue parole son molto profonde,

50E talor hanno doppio intendimento,

E vuol che ’l salutifero si prenda:

Però ’l tuo viso sbenda,

E guarda ’l ver che dentro vi s’asconde.

Tu vedrai che risponde

55La sua parola alla sua santa vita,

Ch’è podestà compita

Di sovvenir altrui a tempo e loco;

Che però ’l suo aver poco

Si fu per noi scampar dall’avarizia

60E non per darci via d’usar malizia.

Noi veggiam pur col senso molto spesso

Chi più tal vita lode manca in pace

E sempre studia e face

Come da essa si possa partire:

65Se onori o grande istato gli è concesso,

Forte l’afferra qual lupo rapace;

E ben si contrafface,

Pure che possa suo voler compire;

E sassi sì coprire

70Che ’l peggior lupo par miglior agnello

Sotto il falso mantello:

Onde per tale ingegno è guasto ’l mondo,

Se tosto non va a fondo

L’ipocrisïa che non lascia parte

75Aver nel mondo senza usar sua arte.

Canzon, va’; e se trovi de’ giurguffi,

Mòstrati lor, sì che tu li converti:

Se pure stessono erti,

Sïe gagliarda, che sotto li attuffi.

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Por su autor
Giotto
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Autor
Giotto
Título
Molti son que' che lodan povertade
Lengua
italiano
Época
Medieval
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-molti-son-que-che-lodan-povertade--giotto-51267d
Cita recomendada
Giotto, «Molti son que' che lodan povertade», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-molti-son-que-che-lodan-povertade--giotto-51267d.html

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