. . . . . . . . . . . che primiero
Luce recò fra noi dell’aureo stile.
Giovani onesti, e a le bell’arti amici,
Perduto avete lui, ch’agili penne
V’adattò al dorso, e a volo alto vi spinse;
Lui, che i fonti v’aprio de la perenne
Acqua, ch’agl’intelletti più felici
Crebbe vigor, ma sete non estinse:
Lui, che il crine vi cinse
Di lauro, e ad or ad or sciogliea con voi
In gravi note armonioso canto;
E godea lieto intanto
De’ vostri onori, e non de gli onor suoi,
Ahimè, chi sia, che tanto vegli, e sudi,
E con tal frutto per li vostri studi?
I bei tesori, onde fea ricco altrui,
Ai Beotici rivi ei già non bebbe;
Che mai volumi non macchiò di fole,
E sempre i sogni Achivi a sdegno egli ebbe;
Ma com’erano santi i pensier sui,
Avea pur sante e imagini, e parole:
L’avea sopra del sole
Spirto divin levato, u’ gli alti sensi
Impararo i Profeti, e la bell’arte,
Ch’anima le lor carte:
Là vide quel, che a buon scrittor conviensi,
E quanto il nome nostro disonori
Trattar satire inique, e pazzi amori.
E da che i vaghi studi han tra noi fama,
Altri non pose mai meta più bella
Ai franchi voli del suo caldo ingegno.
Chè a la santa dottrina ei fece ancella
Seguir l’umana, e per natia sua brama
L’opra, e ’l pensier volse a celeste segno.
Popoli, a voi ne vegno,
(Perch’al mio, vero dir fede s’accresca)
A voi, cui dentro a l’alma ancor rimbomba
La sua sacrata tromba.
Miseri! io veggio pur quanto v’incresca
Non più i consigli udir, ch’ei così spesso
Dava ad altrui, ma pria dava a se stesso.
Di suo cor donno, il giusto, e saggio questa
Vita mortal nè abborre, nè disia;
Ben l’odia il vile, e troppo l’ama il reo.
Ma sì com’uom, ch’entra a compir sua via,
Tranquillamente in nave a scioglier presta,
Tale il mio Guenzi il gran passaggio feo,
Nè a lui morte poteo,
Quando armata lo assalse a mezzo il corso.
Il lieto viso far turbato, e tristo;
Nè opporle egli fu visto
Esterno ardir con cor pien di rimorso:
Altrui dolse il gran colpo, e angoscia, e duolo
Ingombrò il loco, ond’ei prendea suo volo.