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Celio Magno · Barroco

Me stesso io piango: e de la propria morte

italiano

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Lasso me, che quest’alma e dolce luce,

Questo bel ciel, quest’aere onde respiro,

Lasciar convegno; e miro

Fornito il corso di mia vita omai.

20E l’esalar d’un sol breve respiro

A’ languid’occhi eterna notte adduce:

Nè per lor mai più luce

Febo, o scopre per lor più Cintia i rai.

E tu lingua, e tu cor, ch’i vostri lai

25Spargete or meco in dolorose note,

E voi, piè giunti a’ vostri ultimi passi,

Non pur di spirto cassi

Sarete, e membra d’ogni senso vote;

Ma dentro a la funesta, oscura fossa

30Cangiate in massa vil di polve e d’ossa.

O di nostre fatiche empio riposo,

E d’ogni uman sudor mèta infelice,

Da cui torcer non lice

Pur orma, nè sperar pietade alcuna!

35Che val, per ch’altri sia chiaro e felice

Di gloria d’avi, o d’oro in area ascoso,

E d’ogni don gioioso

Che natura può dar larga, e fortuna,

Se tutto è falso ben sotto la luna,

40E la vita sparisce a lampo eguale

Che subito dal cielo esca e s’asconda,

E, s’ove è più gioconda,

Più acerbo scocca Morte il crudo strale?

Pur ier misero io nacqui, et oggi il crine

45Di neve ho sparso, e già son giunto al fine.

Nè per sì corta via vestigio impressi

Senz’aver di mia sorte onde lagnarme:

Chè da l’empia assaltarme

Vidi con alte ingiurie a ciascun varco,

50Contro la qual da pria non ebbi altr’arme

Che lagrime, e sospir da l’alma espressi.

Poi de’ miei danni stessi

L’uso a portar m’agevolò l’incarco.

Quinci a studio non suo per forza l’arco

55Rivolto fu del mio debile ingegno

Tra ’l roco suon di strepitose liti;

Ove i dì più fioriti

Spesi: e par che ’l prendesse Apollo a sdegno:

Chè se fosser già sacri al suo bel nome

60Forse or di lauro andrei cinto le chiome.

Ma qual colpa n’ebb’io, se ’l cielo avverso

Par che mai sempre a’ bei desir contenda?

E virtù poco splenda

Se luce a lei non dan le gemme e l’oro?

65Nè quanto il dritto e la natura offenda

S’accorge il mondo in tale error sommerso.

Al qual anch’io converso

De le fortune mie cereai ristoro:

Ben che parco bramar fu ’l mio tesoro,

70Con l’alma in sè di libertà sol vaga,

E d’onest’ozio più che d’altro ardente:

Resa talor la mente,

Quasi per furto, infra le Muse paga,

Che, de’ prim’anni miei dolci nodrici,

75Fur poi conforto a’ miei giorni infelici.

Un ben, ch’ogni mal vinse, il ciel mi diede,

Quando degnò de la sua grazia ornarmi

L’alta mia Patria, e farmi

Servo a sè, noto altrui, caro a me stesso.

80Onde umil corsi, ov’io sentii chiamarmi,

A più nobil cammin volgendo il piede.

Così a l’ardente fede

Pari ingegno e valor fosse concesso,

O pria sì degno peso a me commesso,

85Che saldo almen sarebbe in qualche parte

L’infinito dover che l’alma preme.

Quinci in quest’ore estreme

Ella con maggior duol da me si parte,

Ch’ove a l’obbligo scior la patria invita

90Non pon mille bastar, non ch’una vita.

Dunque, s’ora il mio fil tronca la dura

Parca, quanti ho de’ miei più cari e fidi,

Amor cortese guidi

Al marmo, in ch’io sarò tosto sepolto:

95E la pietà, ch’in lor mai sempre vidi,

Qualche lagrima doni a mia sventura.

E, se pur di me cura

Ebbe mai Febo, anch’ei con mesto volto

Degni mostrarsi ad onorar rivolto

100Un fedel servo, onde rea morte il priva.

Prestin le Muse ancor benigno e pio

Officio al cener mio:

E su la tomba il mio nome si scriva,

Acciò, se ’l tacerà, d’altro onor casso,

105La fama, almen ne parli il muto sasso.

Andresti e tu, più ch’altri afflitto e smorto,

A versar sovra me tuo pianto amaro,

Mio germe unico e caro,

S’in tua tenera età capisse il duolo.

110Ahi che simile al mio destino avaro

Provi: ch’a pena anch’io nel monde scôrto,

Piansi infelice il morto

Mio genitor, restando orbato e solo.

Misero crede, a cui sol largo stuolo

115D’affanni io lascio in dura povertade,

Chiudendo gli occhi, oimè, da te lontano.

Porgi, o Padre sovrano,

Per me soccorso a l’innocente etade:

Ond’ei securo da’ miei colpi acerbi

120Viva, e de l’ossa mie memoria serbi.

Ahi, ch’anzi pur, Signor, pregar devrei

Per le mie gravi colpe al varco estremo:

Dove pavento e tremo

De la giust’ira tua, mentre a lor guardo:

125Tu, cui condusse in terra amor supremo

A lavar col Tuo sangue i falli miei;

Tu, che fattor mio sei;

Volgi nell’opra Tua pietoso il guardo:

Ch’or è pronto il pentir, se, fu ’l cor tardo

130Per la Tua strada, e volto a’ proprj danni:

E con lagrime amare il duol ne mostro.

Tu da l’infernal mostro

L’alma difendi, e da’ perpetui affanni:

Tal che, d’ogni suo peso e nodo sciolta,

135Di Tua grazia gioisca in ciel raccolta.

Là su, là su, Canzon, la vera eterna

Patria n’aspetta: a Dio sen’ torni l’alma,

Che sol bear la può d’ogni sua brama.

E, poi che già mi chiama

140A depor questa fral, corporea salma,

Prestimi grazia a la partita innanzi,

Ch’almen qualch’ora a ben morir m’avanzi.

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Celio Magno
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Autor
Celio Magno
Título
Me stesso io piango: e de la propria morte
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
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Cita recomendada
Celio Magno, «Me stesso io piango: e de la propria morte», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-me-stesso-io-piango-e-de-la-propria-morte--celio-magno-d1b188.html

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